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L’invasione turca del Rojava si intreccia con lo sport, fra saluti militari ed esultanze anche sul campo va in scena la politica

Gli sportivi turchi che sostengono l’invasione e il governo di Ankara festeggiano i propri risultati con il saluto militare ma, nonostante le minacce, si levano anche alcune voci critiche.  Nel frattempo la squadra tedesca del St. Pauli licenzia un giocatore che aveva espresso il suo sostegno a Erdoğan "valori in contrasto con quelli del club"

Di Tiziano Grottolo - 15 ottobre 2019 - 14:06

TRENTO. Sull’invasione del Rojava gli sportivi turchi si dividono, anche se la maggior parte di loro continua a sostenere il presidente Recep Tayyip Erdoğan non mancano i dissidenti. Il regime però non fa sconti cercando in tutti i modi di mettere a tacere le voci critiche, perché nella Turchia nel 2019 il dissenso non è contemplato e lo sport diventa strumento di propaganda.

 

Sport e politica infatti viaggiano da sempre a braccetto e il calcio, la disciplina più popolare al mondo sia per il numero di persone che lo praticano sia per il numero di spettatori che lo seguono, non poteva essere da meno.

 

Anzi, a ben ragione si può affermare che talvolta nel calcio venga prima la politica dello sport. Da sempre regimi e governi hanno utilizzato lo sport come mezzo per veicolare le proprie idee o per legittimarsi agli occhi del mondo, non a caso il primo ministro inglese Winston Churchill pare abbia detto: “Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”.

 

Così fece il fascismo che prima di altri intuì il potenziale in chiave propagandistica di questo sport, le vittorie mondiali del ’34 e del ’38 e alle Olimpiadi del 1936 divennero un utile strumento per la costruzione di una narrazione che esaltasse l’immagine della dittatura.

 

Sulla scia dell’esperienza fascista altri regimi si accodarono a questa pratica, ma talvolta il calcio fu anche veicolo di democrazia e resistenza. È sicuramente una fotografia iconica quella che mostra Bruno Neri il “calciatore partigiano” l’unico, fra tanti compagni, a rifiutarsi di fare il saluto fascista in campo.

 

 

Altrettanto famoso, almeno fra gli appassionati sportivi, il singolare esperimento di autogestione sportiva portato avanti dal brasiliano Sócrates, uno dei centrocampisti più forti di sempre, e dai compagni di squadra del Corinthians. Nel Brasile dominato dalla dittatura militare i calciatori rifiutarono di sottostare ai dettami imposti dal governo autoritario aprendo uno spazio democratico nel club, dove la formazione e decisioni erano votate dagli stessi giocatori per alzata di mano, in un sistema che passò alla storia come “Democracia Corintiana”. Per la cronaca nel 1983 la squadra vinse il campionato Paulista.

 

Arrivando ai giorni nostri non si può non citare l’esperienza di Silvio Berlusconi che intrecciò la sua carriera politica con i successi internazionali ottenuti con la squadra, di cui è stato il proprietario per 31 anni, dell’A.C. Milan. Oppure l’impegno dell’F.C. Barcellona da sempre in prima linea per la questione indipendentista catalana.

 

Come dicevamo nel corso del tempo questo “gioco” è diventato un passe-partout per legittimarsi a livello internazionale, così sarà per il Qatar, paese senza una tradizione calcistica, ma che è comunque riuscito ad aggiudicarsi l’organizzazione della 22esima edizione dei campionati mondiali nel 2022.

 

Questi esempi servono per sottolineare l’importanza che il calcio, piaccia o meno, ricopre all’interno delle nostre vite e come, anche nel XXI secolo, possa essere considerato a tutti gli effetti un potentissimo strumento di geopolitica.

 

Proprio in questi giorni infatti si sta consumando un'altra “battaglia” che coinvolge diversi sportivi turchi, in particolar modo la nazionale di calcio di Ankara, che ha deciso di festeggiare le proprie reti facendo il saluto militare, un inequivocabile segno di sostegno al presidente Erdoğan e all’invasione turca del Rojava che ha già causato migliaia di vittime soprattutto fra i civili curdi.

 

 

Nel corso di due partite (venerdì scorso contro l’Albania e ieri contro la Francia) disputate nell’ambito delle qualificazioni agli europei 2020, la compagine turca ha celebrato i propri gol con il saluto militare mentre altri sportivi hanno fatto arrivare via social il proprio appoggio al governo.

 

Altri però non ci stanno e prendono le distanze dal regime come nel caso del calciatore, ex attaccante di Inter, Parma e Torino Hakan Sukur che sempre via social ha attaccato Ankara: “La mia è una lotta per la giustizia, per la democrazia, per la libertà e per la dignità umana. Non mi importa di quello che posso perdere se a vincere è l'umanità”. L’attaccante è noto per le sue posizioni (è stato anche eletto in parlamento) e ha già sperimentato il pugno duro del regime che ha spiccato un mandato d’arresto accusandolo di aver avuto un ruolo nel fallito golpe del 2016.

 

Per capire meglio cosa può succedere ai dissidenti si può citare il caso del cestista Nba Enes Kanter dei Boston Celtics, reo di aver criticato Erdoğan dopo il fallito golpe, gli è stato ritirato il passaporto e nei suoi confronti è stato spiccato un mandato d’arresto internazionale con l’accusa di essere un terrorista.  

 

Kanter in una recente intervista ha dichiarato: “Come posso restare in silenzio? Ci sono decine di migliaia di persone in prigione in Turchia, tra cui professori, dottori, giudici, avvocati, giornalisti e attivisti. Rinchiusi perché hanno detto di non essere d'accordo con Erdoğan . Centinaia di bambini stanno crescendo in celle strette e anguste al fianco delle loro madri. Democrazia vuol dire avere la libertà di parlare, non dover essere rinchiusi in galera per questo”.

 

Gli sportivi turchi che si oppongono a Erdoğan però non sono del tutto soli la ministra dello sport francese Roxana Maracineanu ha chiesto all’Uefa “una sanzione esemplare” per la nazionale turca macchiatasi di un gesto “contrario alla sportività”.

 

Ancora di più ha fatto il piccolo club tedesco del St. Pauli: nei giorni scorsi un suo calciatore, Cenk Sahin, aveva espresso il suo appoggio all’invasione turca della Siria del Nord, il club lo ha prima sospeso e poi licenziato in tronco: “Il fatto che rifiutiamo gli atti di guerra non è suscettibile di dubbio o discussione. Questa solidarietà è in contrasto con i valori del club”.

 

 

Infine citiamo la dura presa di posizione dell’ex calciatore della nazionale e bandiera della Juventus, Claudio Marchisio che ha affermato: “Oggi è iniziato il bombardamento della Turchia contro i Curdi in Siria, una vergogna per tutta la comunità internazionale. Sentiamoci pure responsabili per ogni vittima”.

 

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