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Turismo, tassa di soggiorno sì o no? Ma senza si metterebbe a rischio il sistema di finanziamento pubblico

In seconda commissione è stato dato il via libera all'aumento dell'imposta per gli alloggi turistici in Val di Non. Una discussione che però mantiene sottotraccia una problematica legata ai finanziamenti provinciali. Le Apt sono formalmente private, ma senza le risorse pubbliche il motore non girerebbe. Legare la tassa di soggiorno al prodotto potrebbe "svegliare" Bruxelles

Di Luca Andreazza - 23 giugno 2019 - 21:27

TRENTO. Via libera, unanime, della Provincia in seconda commissione alla delibera per aumentare la tassa di soggiorno per gli alloggi turistici in Val di Non che passa da 0,70 centesimi a 1,50 euro. Una richiesta arrivata dalla comunità di valle dopo aver raccolto i pareri positivi dell'Apt d'ambito e del Consorzio Pro loco. L'aumento a pernottamento fino ad un massimo di 10 giorni scatterà dal 1 maggio 2020, un provvedimento che allinea gli alloggi turistici alle altre strutture ricettive nonese, escluso i campeggi che restano alla tariffa di un euro.

 

Una seduta che porta, indirettamente, alla luce la questione finanziamenti pubblici alle Aziende per il turismo. Si parte dalla tassa di soggiorno per fare un po' il quadro della situazione. "La giunta - ha detto l'assessore Roberto Failoni - sta lavorando anche attraverso il confronto con le categorie, per arrivare a modificare la legge: ci sono territori, come Andalo-Molveno, che hanno scelto di aumentare l’imposta (la legge in vigore prevede un tetto massimo di 2,5 euro a pernottamento, ndr) in base a progetti di sviluppo del prodotto turistico precisi e percepibili direttamente dai clienti. Scelta che funziona e che rappresenta un buon esempio per l’impostazione della nuova legge".

 

Critico, invece, Luca Guglielmi (Lista Fassa). Non tanto sulla tassa di soggiorno in sé ma sul fatto che contestualmente la Provincia ha effettuato una taglio radicale ai contributi delle Apt di ambito che sono passati da 23 a 7 milioni. "Si deve prevedere - ha spiegato l'esponente ladino - un meccanismo diverso e più chiaro di redistribuzione degli introiti della tassa di soggiorno tra Provincia e territori. Gli operatori non possono da una parte essere costretti a fare i sostituti d’imposta e dall’altra assistere a una drastica riduzione dei contributi per la promozione territoriale".

Per Piero De Godenz, invece, la Provincia dovrebbe obbligare i territori ad investire la tassa di soggiorno in servizi ai clienti, indicando anche quali. L’esponente dell’Upt, su questo, ha portato ad esempio la valle di Fiemme dove la tariffa è stata portata al massimo e i soldi sono impiegati per fornire servizi gratuiti come lo Skibus d’inverno e gli impianti di risalita d’estate. Con l’utilizzo, ha aggiunto, della Guest Card per i musei che andrebbe resa obbligatoria per tutti gli ambiti turistici. 

 

Una discussione che però mantiene sottotraccia una problematica legata ai finanziamenti provinciali. Le Apt sono formalmente private, ma senza le risorse pubbliche il motore non girerebbe. La motivazione tecnica e ufficiale dell'assegnazione dei soldi è quella che le Aziende per il turismo offrono un servizio pubblico, cioè quella dell'informazione al turista. In realtà un tecnicismo fondamentale per non svegliare Bruxelles e l'Unione europea

 

L'ipotesi di girare le motivazioni e quindi i finanziamenti sulla possibilità di costruire prodotto è legittima, forse in parte pure necessaria. Ma le Apt, come detto, sono private e quindi diventerebbe un sostegno e aiuto alle imprese: si cambia prospettiva, ma soprattutto normativa e l'Europa potrebbe far saltare il banco. A quel punto sfumerebbero i finanziamenti e ristornare indietro sarebbe quasi impossibile per lasciare un intero comparto, il 15% del Pil provinciale, al buio.

 

Un discorso simile si può fare per la riforma delle Apt ipotizzata dall'assessore a inizio mandato. Un cambio di assetto, specie se di proporzioni importanti, va segnalato a Bruxelles, che a quel punto potrebbe entrare nel merito, sollevare dubbi e questioni, ma soprattutto chiedere le ragioni di determinate soluzioni, passate e approvate in sordina. Come il turbillon di risorse legate alla tassa di soggiorno.

 

Un escamotage, quello dell'informazione ai turisti, utilizzato anche per l'istituzione della tassa di soggiorno e la giustificazione del giro di risorse tra Trentino Riscossioni e Apt, via Provincia. Il meccanismo è stato introdotta dopo la firma a Milano del patto di stabilità. Un'intesa del 2009 che impegnava fino al 2017 le Province di Trento e Bolzano, ma anche la Regione, a rinunciare in favore dello Stato, in un’ottica di solidarietà e responsabilità, ad oltre un miliardo di euro di risorse all’anno. Il Trentino lasciava a Roma 568 milioni, l'Alto Adige invece 518 milioni e la Regione i restanti 31 milioni di euro.

 

Non è un mistero che anche il settore turistico è rientrato tra i comparti "sacrificati" nel patto di stabilità: le Apt avrebbero dovuto rinunciare a qualcosa e, infatti, i finanziamenti sono passati da 20 a 14 milioni di euro. A quel punto prende corpo l'idea della tassa di soggiorno, approvata dopo un lungo e duro confronto con i territori. Un piano innovativo e unico in Italia per diversi aspetti. Il più importante è che l'intero ricavato viene restituito al sistema delle Aziende per il turismo, senza dimenticare l'introduzione della Guest card: i turisti e il territorio hanno benefici diretti, concreti e percepibili di questa imposta per garantire le risorse.

 

E se le prime stime, molto prudenziali, indicavano un introito di circa 9 milioni, l'imposta di soggiorno nel 2018 è arrivata a 16 milioni, mentre per il 2019 garantirebbe circa 25 milioni da investire nel comparto per un totale di circa 40 milioni sul sistema turismo nella sua interezza: si rischierebbe di perdere tutto. 

"La legge che ha istituito l’imposta di soggiorno - ha invece evidenziato Sara Ferrari del Partito democratico - ha comunque dato libertà di scelta ai territori" e quindi ha chiesto all’assessore se la nuova legge avrà un’impostazione più “centralista”.  La replica di Failoni è stata che l’esecutivo non pensa certo ad un ritorno al “centralismo”, ma semplicemente a un coordinamento della promozione turistica per la presentazione all’esterno del "marchio" Trentino. 

 

E qui un altro tema, allontanato però dallo stesso Failoni. In Alto Adige gli enti locali di promozione turistica sono 76 e tutti uniformati nella comunicazione. Qui ci si è molto timidamente provato, ma i territori a vario titolo e ragione non ci hanno creduto. E probabilmente all'assessore l'idea di dover spiegare ai "suoi" di Campiglio di dover rinunciare al fiocco di neve o alla Val di Fassa di archiviare il, fortissimo, marchio per far spazio a quello di Trentino deve sembrare una mission impossible.

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