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Dagli spiedini di pettirosso in Sardegna all'aquila reale uccisa in Alto Adige, in arrivo una stretta contro il bracconaggio. Lipu: "Temiamo pressioni del mondo venatorio"

Dai falchi uccisi sullo Stretto di Messina ai fringuelli delle valli bresciane e bergamasche, il bracconaggio è un fenomeno endemico nel nostro Paese. Danilo Selvaggi, direttore nazionale Lipu: "Proprio per via del contrasto culturale a questa pratica, il bracconaggio si è radicalizzato, diventando più violento, con danni molto seri anche a specie particolarmente protette"

Foto di www.lipu.it
Di Arianna Viesi - 31 luglio 2020 - 11:56

ROMA. Per la lotta al bracconaggio degli uccelli selvatici, queste, sono ore decisive. Tra pochi giorni, infatti, il Governo presenterà le nuove norme per contrastare questo ignobile (quanto, purtroppo, molto radicato) fenomeno che uccide aquile, falchi, pettirossi, cicogne, aironi e ogni altra specie protetta. 

 

Le associazioni ambientaliste e animaliste, però, temono che il provvedimento venga condizionato dal comparto venatorio e che, in ultima battuta, ne escano disposizioni deboli e inefficaci. Per questo Enpa, Greenpeace, Lac, Lav, Legambiente, Lipu - BirdLife Italia, Lndc, Mountain wilderness, Oipa, Salviamo l'Orso, Vas, Wwf Italia si sono rivolte, con un comunicato congiunto, direttamente al ministro Costa per chiedere che le norme siano rigorose e le punizioni per i trasgressori severe. "Ministro Sergio Costa ci rivolgiamo accoratamente a Lei. Per la sua importante storia personale, per gli impegni assunti, per la gravità del fenomeno: perdere questa occasione sarebbe imperdonabile. Il testo preveda norme rigorose e chiare, sanzioni serie, controlli efficaci. Glielo chiedono le maggiori associazioni ambientaliste e animaliste italiane. Basta bracconaggio. Che l'Italia possa finalmente accogliere come si deve il meraviglioso popolo migratore".

 

Quello del bracconaggio è, purtroppo, un fenomeno endemico nel nostro Paese. "L'Italia - spiega a Il Dolomiti Danilo Selvaggi, direttore nazionale Lipu - ha un problema generale con il bracconaggio, e uno specifico con il bracconaggio di uccelli selvatici, una pratica che affonda le sue radici molto addietro. Fortunatamente, negli ultimi decenni, il fenomeno è andato riducendosi grazie all'azione delle forze dell'ordine e delle associazioni".

 

Negli ultimi anni, però, si è assistito ad una (paradossale) recrudescenza del fenomeno. " Proprio per via del contrasto culturale a questa pratica - continua Selvaggi -, si è radicalizzata, diventando più violenta, con danni molto seri anche a specie particolarmente protette".

 

Il fenomeno è così grave, come spiega Danilo Selvaggi, che l'Unione Europea ha avviato una procedura detta "pilot" (una sorta di inchiesta), per capire se è il caso di attivare una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. Il nostro Paese, dal canto suo, s'è quindi impegnato a prevedere un piano d'azione contro il bracconaggio per evitare questa procedura. "Queste norme anti-bracconaggio - dice il direttore di Lipu - le aspettiamo da trenta, quarant'anni. Il disegno di legge che il Governo sta per presentare è collegato alla legge di stabilità, "collegato ambientale" si chiama. C'è però un problema: siamo quasi certi che negli ultimi giorni ci siano state forti pressioni dal mondo venatorio. Sarebbe gravissimo. Non possiamo permetterci di fallire questa occasione".

 

"Le norme vigenti - continua - non bastano. Sono deboli, in alcuni casi sono state indebolite. Qualche anno fa è stata approvata una norma, per svuotare le procure, sulla tenuità del fatto. Giusta, in linea di principio. Il problema è che, dentro, ci sono finiti anche i delitti contro la fauna. Insomma, al momento le norme non sono sufficienti e c'è anche un'insufficienza di controllo". 

 

Norme insufficienti e poco controllo, insomma, sono due punti cruciali per comprendere il fenomeno. La pratica del bracconaggio fonda, però, le proprie radici ben più lontano. Vuoi per ragioni culturali, tradizionali, per questioni economiche o per crudeltà fine a se stessa, il bracconaggio è un cancro duro a morire, ed è ovunque. "Il bracconaggio in Trentino Alto Adige è un fenomeno più contenuto, rispetto ad altre zone d'Italia - spiega Selvaggi - ma, poche settimane fa, abbiamo dovuto purtroppo registrare il fatto gravissimo dell'aquila reale uccisa a colpi di fucile nel suo nido (QUI ARTICOLO)".

 

"Nemmeno una regione apparentemente scevra da questo problema quindi - continua - può dirsene estranea". 

 

La peculiarità (che, purtroppo, è anche una condanna) dell'Italia è soprattutto una: la nostra penisola costituisce un incredibile ponte biologico naturale tra Africa ed Europa. "E' una vera e propria 'autostrada' per gli uccelli migratori - dice - che attraversano il mare, quindi le isole e poi risalgono per tutto lo stivale. Ad una maggioranza di persone che aspettano queste migrazione per godere di questo spettacolo, si affianca una minoranza che aspetta i migratori per ucciderli, mangiarli, catturarli". 

 

L'Italia non è (solo) uno straordinario ponte biologico ma anche il "Paese dei cento campanili". Per parafrasare una celebre frase idiomatica, si potrebbe (tristemente) dire "regione che vai, bracconaggio che trovi". "L'Italia - commenta Selvaggi - è anche il posto dei cento bracconaggi. Sullo Stretto di Messina, ad esempio, si predano soprattutto sul fronte calabrese i falchi pecchiaioli, chiamati 'adorni' in dialetto, perché tradizione voleva e vuole che chi riesce ad ucciderne uno otterrà l'eterna fedeltà della moglie. In Sardegna, invece, c'è la tradizione di uccidere i pettirossi e cucinarli negli spiedini con il mirto, un vero business illegale per alcuni ristoranti. Lungo il litorale campano, si usa affittare delle 'vasche', una sorta di 'bunker' per sparare agli uccelli acquatici. Nelle valli del Bresciano e della Bergamasca, e in parte del Veneto, la tradizione del bracconaggio è legata ai fringuelli che vengono catturati o uccisi". 

 

"In Italia - continua - sono state individuate, in particolar modo, sette 'aree calde' del bracconaggio: la zona del Sulcis in Sardegna, le zone umide costiere della Campania, lo Stretto di Messina, la Sicilia occidentale, le zone umide della Puglia, il delta del Po, le valli bresciane e bergamasche. Ma, fenomeni gravissimi, si registrano anche altrove: come in Trentino Alto Adige, con l'episodio dell'aquila reale". 

 

Quello che ci si chiede, alla luce di quanto detto sin ora, è quali siano le ragioni sottese ad un gesto così crudele e, apparentemente, inspiegabile. "Così come sono variegati i luoghi in cui il bracconaggio è presente, altrettanto variegate sono le ragioni antropologiche del fenomeno. Ci sono alcune costanti, e alcune differenze. La Sardegna e il Bresciano, ad esempio, sono accomunati da ragioni di tradizione e, altre, economiche: molta gente catturava questi animali proprio per vivere vendendoli. Poi ci sono fenomeni di 'filia'. C'è tutta una parte del bracconaggio che consiste nel furto di uova o piccoli, di aquile o falchi ad esempio, che va ad alimentare il mercato della falconeria, dove oltre al risvolto economico, rientra anche il piacere di tenerli, addestrarli, un 'ornitofilia' malata".

 

"Infine - conclude il direttore della Lipu, Selvaggi - ci sono casi come quello dell'aquila reale in Trentino Alto Adige, casi apparentemente inspiegabili perché non sembrano soddisfare alcuna esigenza. Ecco, in questo caso, come in molti altri, il bracconaggio diventa quasi una forma di rivalsa, una forma di rabbia dei bracconieri nei confronti del mondo ambientalista che limita la loro azione. Per una sorta di proprietà transitiva se la prendono con gli animali per punire chi li tutela". 

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