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Dodici giorni in cammino tra i “presidi sociali” di edicole e bar: ecco il BARometro. Ghezzi: “Ho trovato positività e fiducia nella ripresa”

Un tour tra edicole e bar in tutte e 12 le circoscrizioni di Trento, percorrendo oltre 70 chilometri a piedi. E' questa l'iniziativa lanciata dal capogruppo di Futura in Consiglio provinciale Paolo Ghezzi, da cui è nato un decalogo pronto all'uso. "Due sono i motivi per cui ho scelto questi luoghi: per il mio passato da giornalista e per rispondere alla provocazione di Fugatti secondo cui la sinistra è troppo snob"

Di Marianna Malpaga - 14 settembre 2020 - 19:52

TRENTO. “Grazie di esserci”. Sono queste le parole in rilievo nel volantino che Paolo Ghezzi, capogruppo di Futura in Consiglio provinciale, sta distribuendo a bar ed edicole nelle dodici tappe del suo BARometro Trento Futura.

 

Un cammino di 12 giorni tra edicole e bar, approdi sociali – ha scritto Ghezzi il 5 settembre nel post Facebook in cui annunciava la partenza del BARometro - partirà dal Maly Bar di Adriano Cavosi, aggredito in giugno 'nell’esercizio delle sue funzioni', il mio cammino BARometro Trento Futura, a piedi nelle 12 circoscrizioni, per dire grazie alle bariste e ai baristi, alle e agli edicolanti del Comune di Trento, per ascoltare le loro voci e idee su presente e futuro”.

 

Perché sono stati scelti bar ed edicole per questo tour? “Principalmente per due motivi – spiega Ghezzi - un po’ per il mio passato da giornalista, e perché ho sempre pensato che l’edicola sia un presidio informativo fondamentale. E poi per rispondere alle provocazioni di Fugatti, che accusa sempre la sinistra di essere troppo snob, di stare nei salotti e di non conoscere l’umore dei bar. Nel BookCrossing di via San Martino, poi, ho trovato un libro, 'Elogio dei bar' di Goliarda Sapienza, che sostiene proprio che i bar sono luoghi d’incontro”.

 

Le 12 tappe del BARometro corrispondono alle circoscrizioni di Trento. Ghezzi ha già visitato bar ed edicole di San Giuseppe-Santa Chiara, Centro storico, Mattarello, Bondone, Gardolo, Ravina-Romagnano, Sardagna, Meano, Povo e Villazzano, percorrendo più di 75 chilometri a piedi. Mancano le circoscrizioni di Oltrfersina e Argentario. Il tour si concluderà mercoledì.

 

Dagli incontri con circa 70 realtà tra bar ed edicole, Ghezzi ha tratto un decalogo che riassume gli incontri di questi giorni di cammino, e ce li ha spiegati uno ad uno.

 

 1. Barista non fa rima con leghista (il barista è pluralista)

“Non ho trovato tifosi di una parte politica, un po’ perché con il cliente non puoi permetterti di fare una scelta di parte, ma anche perché c’è una sorta di abitudine all’incontro. Sono stato accolto bene dappertutto”.

 

2. Il barista è ottimista (non tutto il lockdown viene per nuocere)

“Ho trovato positività e fiducia nella ripresa. Non ho incontrato gente arrabbiata con Stato, Comune e Provincia. Neanche i baristi che avevano slot nei loro locali hanno espresso risentimento”.

 

3. Burocrati vil razza dannata (la proposta: sotto padrone prima di lavorare in Comune)

“Il tema della burocrazia è emerso più di quello della sicurezza. Un barista del Cimirlo ha proposto che chi lavora in Comune dovrebbe prima aver lavorato nel privato, perché solo così ne capirebbe le esigenze”.

 

4. Fa più arrabbiare un lampione che l’immigrazione

“In piazza Battisti un barista si è lamentato con me dei lampioni. ‘Prima di pensare alla funivia del Bondone e ai grandi progetti che forse si realizzano fra vent’anni, cambiate i lampioni’, ha chiesto. L’amministrazione potrebbe quindi dare dei piccoli segnali, a costo quasi zero, e curare questi dettagli. Mentre nessuno mi ha detto che ci sono troppi stranieri a Trento, molti baristi si sono lamentati di aiuole, panchine e lampioni”.

 

5. Meglio Canova di piazza Duomo: la periferia è una questione di feeling

“Ho incontrato il gestore del bar Ceresella di via Paludi, il quale mi ha detto che non cambierebbe il suo bar, con dieci tavoli e avventori di tante etnie diverse, con nessun bar del centro. Si pensa sempre a Canova come a una periferia grigia e triste, ma se uno vive la periferia riesce magari a riscoprire delle cose che uno che la usa come dormitorio non coglie”.

 

6. O trentini o cinesi, tertium non datur

“I gestori dei bar che ho incontrato sono o trentini che hanno ripreso l’attività dei loro genitori o cinesi”.

 

7. Un servizio sociale (incluso il tabacco per gli universitari sopravvissuti)

“Faccio l’esempio di un bar di Roncafort, dove i gestori, durante il lockdown, si sono offerti di aiutare con le stampe le famiglie che non avevano la stampante a casa. Oppure le tabaccherie, uno dei pochi punti aperti durante il lockdown, che per gli anziani erano un posto dove poter scambiare due chiacchiere e farsi aiutare con il cellulare. Questo è quello che chiamo un servizio sociale”.

 

8. L’ultima frontiera della carta planante

“Anche se nei giorni successivi alla fine del lockdown i giornali cartacei hanno venduto un po’ di più, ora stanno comunque vendendo sempre meno copie. Le edicole rappresentano però veramente l’ultima frontiera della libera informazione”.

 

9. Orgoglio di barman (la birra è una religione)

“Tutti, dai giovani ai baristi quasi a fine carriera, mi dicevano: ‘Che bello questo lavoro!’. Hanno l’orgoglio di dire: ‘Faccio un lavoro importante, divertente, che mi mette a contatto con le persone’. Pensavo di trovare più stanchezza, e invece le persone che fanno il barista o la barista lo fanno con gusto”.

 

10. Bar-edicola: porti aperti e angoli d’inattesa bellezza

“Nella tappa San Lazzaro-Meano ho scoperto degli angoli d’inattesa bellezza. Se non fossi andato nel bar storico di San Lazzaro, il bar Leimer, non avrei visto una meravigliosa chiesetta. Ho riscoperto dei pezzi di città che non sono quelli delle cartoline, e che però meritano una visita”.  

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