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Decodificato il genoma dell'abete bianco: ''Ricerca che aiuterà la rinascita dei boschi trentini dopo Vaia''

La scoperta di un team internazionale di cui fanno parte Fondazione Mach, il C3A con l'Università di Trento e il Cnr. Il campione: un albero svizzero di Birmensdorf. Sequenziamento di 18 miliardi di coppie di basi azotate

Pubblicato il - 01 luglio 2019 - 11:13

TRENTO. Una scoperta scientifica che potrebbe fornire un prezioso contributo alla rinascita dei boschi trentini (e non solo) dopo la devastazione della tempesta Vaia dello scorso ottobre. È quella di un team internazionale (di cui fanno parte anche la Fondazione Mach, il Centro agricoltura alimenti ambiente C3A con UniTrento e il Cnr) che ha decodificato il genoma dell'abete bianco.

 

Il sequenziamento dell'abete bianco è una scoperta che arriva dopo la decodifica del genoma di vite, melo, fragola, lampone, olivo, pesco e di insetti come la Drosophila suzukii e dei loro patogeni (Plasmopara viticola), tutti progetti che hanno visto il coinvolgimento della Fem. 

 

Questa volta all'interno di un consorzio internazionale che ha lavorato a partire da un albero di un bosco in Svizzera, a Birmensdorf.

 

Lo studio originale s'intitola "A reference genome sequence for the European silver fir (Abies alba Mill.): a community resource in
support of climate change research
". Fornisce, come suggerisce il titolo stesso, un contributo "alla ricerca sui cambiamenti climatici".
 

Per completare il sequenziamento è stato necessario decodificare 18 miliardi di coppie di basi azotate, i singoli tasselli che compongono il Dna dell'albero. Una cifra sei volte superiore alle coppie di basi presenti nel genoma umano, per intenderci.

 

Nonostante l'alto numero di sequenze genomiche ripetute abbia reso il compito dei ricercatori particolarmente complesso, i componenti del patrimonio ereditario che contengono geni, ovvero le informazioni genetiche per la produzione di proteine con determinate funzioni, sono ben descritti. Per comporre un quadro complessivo a partire da questi tasselli i ricercatori hanno ancora molto lavoro da compiere.

 

Ma quali sono le ricadute del lavoro compiuto dal team internazionale? Un genoma decodificato contribuisce a comprendere la diversità
genetica all'interno della specie, utile ad esempio a scoprire quali alberi crescono meglio in un determinato sito. "Conoscere la variabilità genetica - fanno sapere dalla Fem - permetterà di riconoscere le caratteristiche desiderate già nelle giovani piante, senza dovere aspettare che crescano per alcuni anni".

Quindi la fotografia del contesto: "L'abete bianco è una specie chiave degli ecosistemi alpini e appenninici, fortemente minacciata dai cambiamenti climatici, in particolare dai significativi aumenti delle temperature e dello stress idrico. L'abete bianco in Italia è caratterizzato da una complessa e peculiare struttura genetica, frutto della sua articolata storia demografica durante i cicli glaciali-interglaciali, con presenza di numerosi rifugi anche lungo la catena appenninica e una probabile connessione trans-adriatica tra popolazioni del sud d'Italia e quelle della Penisola Balcanica. Tutto ciò fa assumere all'abete bianco in Italia una straordinaria valenza da un punto di vista conservazionistico, quale bacino di variazione genetica di enorme importanza per l'adattamento di questa specie agli stress generati dai cambiamenti climatici".

 

In Trentino ci si attende che queste nuove conoscenze e che la specie arborea presa in considerazione possano fornire un contributo dopo gli schianti di ottobre. A seguito dei cambiamenti climatici, fanno sapere sempre dalla Mach, questa specie assume oggi infatti una crescente importanza in selvicoltura, in particolare in boschi misti con abete rosso e faggio, "formando associazioni forestali stabili, più resilienti e in grado di sopportare meglio eventi estremi come per esempio la recente tempesta che ha duramente colpito le foreste trentine".

 

L'abete bianco ha radici profonde: "È fortemente ancorato al terreno e resiste meglio di altre specie ai forti venti. Questa specie è molto diffusa in Trentino, occupando più del 10% del territorio forestato, e raggiunge dimensioni notevoli con esemplari anche di quasi 50 metri. Le abetine in Trentino costituiscono la formazione forestale con il maggior contenuto di carbonio, fornendo un importante contributo alla mitigazione dell'effetto serra".

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