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I ricercatori dell'Università di Trento scoprono dei nuovi batteri. Segata: ''Un passo importante per prevenire l'insorgenza di malattie''

Lo studio ha coinvolto circa 10 mila campioni di microbioma già presenti in alcune banche dati. A questi sono stati aggiunti altri provenienti da una popolazione non industrializzata del Madagascar. Scoperto un batterio che finora non era mai stato studiato e che è stato chiamato “Cibiobacter qucibialis”

Foto: Nicola Segata (Alessio Coser)
Di Giuseppe Fin - 17 gennaio 2019 - 17:23

TRENTO. Uno studio importante che riesce ancora una volta a dare lustro al sistema di ricerca dell'Università di Trento. Stiamo parlando del lavoro coordinato da Nicola Segata e Edoardo Pasolli del Laboratorio di Metagenomica computazionale dell’Università di Trento. Importante non solo perché è stato pubblicato proprio oggi sulla rivista scientifica “Cell” ma anche per i risvolti che potrà avere potendo rappresentare un piccolo ma importante tassello per la prevenzione o la cura di alcune malattie.

 

I ricercatori dell'Università di Trento, infatti, sono riusciti a creare il più ricco catalogo di batteri e archeobatteri umani mai compilato finora e l’individuazione di molte specie microbiche intestinali e orali comuni nella popolazione mondiale ma che finora non erano mai state osservate. La ricerca ha riguardato il microbioma umano che è l'insieme di tutti i microrganismi che popolano il nostro corpo. Numericamente sono almeno quanti le nostre cellule e, grazie anche alle ricerche degli ultimi anni, si è riusciti a capire che svolgono funzioni importanti che riguardano anche il nostro stato di salute.

 

Questo insieme di batteri si è studiato solo di recente perché vi erano numerose difficoltà nel coltivare in provetta i singoli microrganismi intestinali. Grazie però all'evoluzione degli studi, si è riusciti ad analizzare questi microrganismi tramite il sequenziamento del loro materiale genetico. Da qui si è riusciti a capire chi sono e cosa stanno facendo. “Quando siamo partiti con questa ricerca – ha spiegato Nicola Segata – si sapeva dare un nome solo a metà dei batteri che costituiscono il microbioma. Gran parte erano microrganismi che non si erano mai osservati prima.

 

Lo studio ha coinvolto circa 10 mila campioni di microbioma già presenti in alcune banche dati. A questi sono stati aggiunti altri provenienti da una popolazione non industrializzata del Madagascar. Lo studio è un intreccio di genomica, microbiologia e big data. Per oltre due anni ha coinvolto ricercatori e ricercatrici del Dipartimento Cibio dell’Università di Trento assieme a studenti e studentesse della laurea magistrale in Quantitative and Computational Biology dell’Ateneo. Ed è frutto di una collaborazione internazionale nella quale hanno avuto un ruolo rilevante docenti di Harvard proprio per lo studio delle popolazioni non occidentalizzate.

 

"Con questo studio che è frutto del lavoro di tutto il team multidisciplinare a CIBIO – ha spiegato Segata - abbiamo individuato quasi 5 mila specie che catalogano gli oltre 154 mila genomi ricostruiti e descrivono il microbioma umano al variare di età, distretto corporeo, dieta, stato di salute. Ogni individuo possiede fino a diverse centinaia di queste specie. Una grossa frazione di queste 5 mila specie (il 77%) erano precedentemente sconosciute. Alcune di queste specie sono molto prevalenti nella popolazione e la loro scoperta è la base di partenza per poter testare il loro ruolo in malattie autoimmuni, gastro-intestinali e oncologiche. Per arrivare a questi risultati abbiamo analizzato una mole di dati estremamente grande e diversificata per provenienza geografica, stile di vita, età".

 

Lo studio realizzato dai ricercatori trentini ha portato anche alla scoperta di un batterio che finora non era mai stato studiato e che è stato chiamato “Cibiobacter qucibialis”. È il settimo batterio associato all'uomo più frequente nei microbiomi presi in esame e finora rimasto inesplorato. Un altro aspetto importante della ricerca riguarda anche l'osservazione di batteri fino ad oggi sconosciuti che sono però presenti prevalentemente nelle persone non occidentalizzate. La ricerca suggerisce come il processo di industrializzazione possa avere in qualche modo cambiato anche il nostro microbioma. “L'evoluzione umana – ha spiegato Segata - ha comportato anche una co-evoluzione del microbioma. Questa co-evoluzione potrebbe essere stata influenzata in tempi recenti dal processo di industrializzazione che potrebbe essere responsabile della selezione negativa di batteri che ora nella popolazione industrializzata tendono a scomparire”.

 

Il lavoro ha quindi posto i presupposti per studiare queste specie e capire se possano essere legate all’aumento di malattie autoimmuni, allergie e malattie complesse del mondo occidentale. La possibilità, infine, di avere un catalogo con oltre 150 mila batteri del corpo umano consente ora di avere delle basi solide anche per studiare l'insorgenza di determinate patologie e fare dei passi in avanti nell'importante tema della prevenzione.

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