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Quando il Trentino Alto Adige si trovava sull'equatore ed era abitato da una grande varietà di animali

A Bletterbach nei pressi di Aldino si trova un sito naturale straordinario risalente a circa 260 milioni di anni fa che i palenotologi e gli studiosi di Muse e Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige stanno analizzando e ricostruendo. Era un territorio desertico ma molto ricco di animali come l'attuale fascia equatoriale

Pubblicato il - 18 dicembre 2017 - 11:56

TRENTO. Passava l'equatore all'altezza del Trentino Alto Adige e anche se era un territorio per lo più desertico, l'area che oggi chiamiamo Dolomiti era abitata da bizzarri animali, antenati di dinosauri e mammiferi (che sarebbero comparsi solo alcune decine di milioni di anni dopo). Siamo nel Permiano, l'ultimo dei sei periodi in cui è diviso il Paleozoico, circa 260 milioni di anni fa e siamo a Bletterbach nei pressi di Aldino, anche definito Rio di Ora, un canyon naturale che si trova ai piedi del Corno Bianco.

 

 

Un sito parte delle Dolomiti Unesco a metà strada tra Bolzano e Trento che con i suoi 271 ettari di estensione, è il più piccolo sistema delle Dolomiti Unesco ed è un parco geologico all’interno di un monumento naturale. Ebbene proprio in questo sito si stanno sviluppando degli studi coordinati dal Muse - Museo delle Scienze di Trento e dal Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige che mostrerebbero come nel Permiano gli ecosistemi equatoriali, seppure molto diversi dalle attuali foreste pluviali, ospitassero un’eccezionale diversità di specie, tra cui sia gruppi ancestrali, estinti altrove, sia gruppi di recente comparsa, caratteristica, questa, tipica degli ecosistemi equatoriali odierni.

 

Solo dopo pochi milioni di anni questa diversità venne decimata dalla più profonda crisi ecosistemica della storia del pianeta, l’estinzione di fine Permiano, una fase di intenso cambiamento climatico e alto tasso di estinzione, proprio come quella che stiamo vivendo oggi. Queste scoperte assumono quindi particolare rilevanza e sono testimonianza di una nuova direzione di sviluppo degli studi paleontologici. I risultati dello studio del team guidato dal paleontologo Massimo Bernardi del Muse, supportato dall’Euregio Science Fund, sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista Earth-Science Reviews e sono di particolare rilevanza andando a tracciare nuove bisettrici di sviluppo per gli studi paleontologici.

 

Nel Permiano, infatti, la fascia equatoriale era un’area chiave: per la maggior parte coperta da un deserto apparentemente inospitale, ospitava tuttavia una ricca diversità di specie terrestri, in particolare di rettili e piante. Il team di ricerca trentino-altoatesino ha elaborato una comparazione a scala globale di siti fossiliferi, tra i quali spicca il giacimento italiano del Bletterbach che, appunto, mostra inattesi elementi di somiglianza tra gli ecosistemi terresti di allora e quelli di oggi. "I tropici furono una fucina per la biodiversità, nel lontano Permiano così come oggi - spiega Massimo Bernardi -. Con questo studio abbiamo dimostrato l’importanza, anche nel passato, delle aree a basse latitudini sia come 'culle della biodiversità', cioè luoghi di rapida evoluzione, sia come 'musei della biodiversità', rifugi dove sopravvivono specie estinte altrove".

 

Mentre è ormai assodato che le foreste pluviali calde e umide d’oggi ospitino un'incredibile diversità di specie, può sembrare controintuitivo che gli aridi deserti del Permiano ospitassero una moltitudine eccezionale di specie. “Tuttavia - aggiunge Fabio Massimo Petti, uno dei coautori - questo studio dimostra come la fascia equatoriale rivestisse un ruolo chiave per la biodiversità del pianeta anche in tempi antichissimi nonostante nel corso della storia abbia visto succedersi una varietà di ecosistemi molto diversi tra loro”.

 

Parte rilevante del lavoro è stata condotto a partire dai dati raccolti nel sito paleontologico del Bletterbach, in Alto Adige. Come chiarisce Evelyn Kustatscher del Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige “il Bletterbach è un luogo unico oggigiorno, che nel Permiano occupava una posizione geografica chiave. Le associazioni fossili rinvenute nel Bletterbach - continua la ricercatrice - mostrano un’abbondanza di specie superiore alla maggior parte dei siti della stessa età noti in tutto il mondo”.

 

Secondo gli autori per comprendere il funzionamento degli ecosistemi d’oggi, quale sia il loro funzionamento “naturale”, cosa sia “normale” in assenza dell’intervento umano, è fondamentale guardare al passato e dunque alla documentazione fossile. 

Considerato il cambiamento climatico in atto e l’effetto sugli ecosistemi di tutto il globo, sempre più comparabile a quello che portò all’estinzione di fine Permiano, studi come questo contribuiscono a misurare lo stato di salute del nostro pianeta.

 

Lo studio è parte del progetto di ricerca “The end-Permian mass extinction in the Southern and Eastern Alps” sviluppato dal Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige, il Muse - Museo delle Scienze di Trento e il dipartimento di geologia dell’Università di Innsbruck in collaborazione con il geoparco Bletterbach.

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