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Cermis, vent'anni fa la strage

Il 3 febbraio 1998 il cavo della funivia che da Cavalese porta agli impianti venne tranciato da un aereo militare statunitense. Venti i morti, nessun colpevole

Pubblicato il - 03 febbraio 2018 - 20:14

CAVALESE. Sangue e lamiere su un candido manto innevato. Questo ci ricordiamo quando pensiamo al Cermis, una strage che il 3 febbraio compie vent'anni e che rimane tristemente irrisolta. Una caduta di sette secondi da un'altezza di 150 metri, venti vittime e ancora nessun colpevole.

 

Il 3 febbraio 1998, un jet americano tranciò il cavo della funivia che da Cavalese conduce all'alpe del Cermis, dove ci sono gli impianti sciistici. Un'area molto frequentata in inverno. Nell'incidente, sbattuto sulle prime pagine dei giornali per le fotografie destinate a rimanere indelebili nella mente di tutti, persero la vita venti persone: tre italiani, sette tedeschi, cinque belgi, due austriaci, due polacchi e un olandese. Nessun superstite, nemmeno un ferito con una labile speranza di sopravvivenza. Decesso immediato. Il mezzo militare stava sorvolando la val di Fiemme per una presunta esercitazione. A dirigere il jet il pilota Richard Ashby e il navigatore Joseph Schweitzer. Due coordinatori sedevano dietro: William Rancy e Chandler Seagraves.  Volavano ad una quota molto più bassa del limite consentito, ad alta velocità. Per puro divertimento, si ipotizzò poi. Per fare delle belle riprese del lago di Garda e delle Dolomiti e consegnarle al capitano, che era all'ultima missione e sarebbe poi rientrato. Alle ore 15.13, il mezzo militare statunitense incrociò il cavo della funivia che stava trasportando i visitatori in alta quota.

 

Fu un attimo, una frazione di secondo. Poi il boato e la caduta nel vuoto. I soccorsi furono inutili, i passeggeri erano morti. In un primo momento, le autorità militari statunitensi cercarono di far passare la strage per un incidente analogo a quello che nel 1976 aveva causato la morte di 42 persone per la rottura del cavo portante dello stesso impianto. La magistratura italiana smentì le accuse attraverso l'immediata disposizione di sequestro dell’aereo, che portò all'individuazione di un pezzo di cavo rimasto incastrato nel mezzo dopo l’incidente e che apparteneva alla funivia. Le prove inchiodarono l'equipaggio, ma inutilmente. Fu un caso mediatico mondiale, ma le conseguenze furono praticamente nulle, se non qualche bella parola.

 

"Gli Stati Uniti sono responsabili per questa terribile tragedia e siamo determinati ad accertare le responsabilità in un processo giusto e aperto", dichiarò il capo di Stato Usa Bill Clinton in un incontro ufficiale con l'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema. I pubblici ministeri italiani chiesero a gran voce che i colpevoli della strage venissero processati in Italia, richiesta che venne negata sulla base della Convenzione di Londra del 1951, secondo la quale i militari dei Paesi Nato possono essere processati dal loro tribunale militare. 

 

Solo i piloti Ashby e Schweitzer furono processati (mentre gli altri due ufficiali presenti a bordo vennero esonerati vista la scarsa visibilità delle manovre che disponevano in volo) a Camp Lejeune in Carolina nel Nord. Si scoprì oltre dieci anni dopo che il filmato del volo era stato distrutto per poi essere sostituito con un nastro vuoto. Il tribunale militare, nonostante i forti dubbi che si fosse trattato di un atto volontario volto all'occultamento delle prove, scagionò i due militari che avevano puntato la loro strategia di difesa sull'assenza di segnalazione della funivia sulle mappe di volo, su problemi tecnici dell’altimetro e sulla non conoscenza delle restrizioni alla velocità. Furono assolti nel marzo del 1999.

 

Ridevano e fotografavano le montagne, il paesaggio splendido del lago di Garda - dichiarava poi Schweitzer in un'inchiesta del National Geographic del 2012 -. Mentre l’ aereo violava le regole, volando troppo basso e troppo veloce, giravamo un video ricordo delle Alpi: un souvenir per il pilota, all’ultima missione prima di tornare negli Stati Uniti. Quando ci hanno detto che avevamo ucciso così tante persone ho pianto come un bambino. Mi sono chiesto perché noi siamo vivi e loro sono morti. Ho bruciato la cassettaNon volevo che alla Cnn andasse in onda il mio sorriso e poi il sangue delle vittime”. Restano gli indennizzi alle famiglie delle vittime, resta una condanna (non per la strage in sé, bensì per l'occultamento delle prove), ma ciò che resta per sempre è l'immagine dei corpi, delle lamiere e del sangue sulla distesa innevata. Resta il boato, per chi l'ha sentito. Resta una sete di giustizia che non sarà mai placata.

 

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