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''Costretta a sposarmi a 13 anni con un uomo più vecchio di mio padre, ho avuto quattro figlie e nessuno in casa era contento''

Un racconto di Angela Tognolini, un'operatrice del Centro Astalli, scritto per provare a raccontare il mondo che incontrano nelle giornate con i rifugiati. Una storia, purtroppo, comune a tante donne tra violenza di genere nei loro paesi o durante il viaggio, matrimoni forzati, mutilazioni genitali o traffico di esseri umani

Di Angela Tognolini - 25 dicembre 2018 - 19:12

TRENTO. L’Associazione Centro Astalli Trento Onlus è la sede trentina del Centro Astalli, componente italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati-JRS, impegnata da oltre trent’anni ad “accompagnare, servire e difendere” i diritti di chi arriva in Italia in fuga da guerre e violenze o perché perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un gruppo sociale o per le sue opinioni politiche.

 

A Trento sono operativi dal 1999 grazie all’opera del padre gesuita Giovanni Fantola. In questo periodo natalizio, Il Dolomiti ha scelto di pubblicare tre racconti che Angela Tognolini, un'operatrice, ha scritto per provare a raccontare il mondo che incontrano nelle giornate con i rifugiati. L’idea è quella che ci si possa prendere un momento per fermarsi a leggerla.

 

Alla fine è possibile inviare un messaggio. Il Centro Astalli ha inaugurato un nuovo indirizzo e.mail: sostienici@centroastallitrento.it, mentre per sostenere i progetti di terza accoglienza è possibile effettuare una donazione per le strutture di ospitalità successiva all’assistenza ministeriale:
IBAN: IT57W0830401845000045356231
BANCA: Cassa Rurale di Trento
BENEFICIARIO: Associazione Centro Astalli Trento Onlus
CAUSALE: Sostegno alle terze accoglienze

 

Il vestito era bellissimo, la stoffa era costosa, bianca e gialla come i fiori del Frangipane. L’ho avvicinato al viso e ho inspirato profondamente: sapeva di stoffa pulita e di plastica, ma io riuscivo a immaginare il profumo dei fiori, tanto ero felice. Ho guardato mia mamma che mi osservava con un lampo d’orgoglio negli occhi:

Perché mi hai comprato un vestito così bello, mamma?

L’orgoglio nei suoi occhi si è diventato una fontana di allegria:

Stai per andare sposa, figlia mia.

Allora tutta la felicità che avevo dentro ha fatto come i fiori dopo le piogge. Si è rattrappita, si è coperta di rughe umide, ha perso calore ed è caduta in terra. Quindici giorni prima avevo compiuto tredici anni.

 

Quando ho detto che non volevo sposarmi, mia madre ha riso forte. Quando ha capito che non era uno scherzo, si è arrabbiata. Mio padre non era arrabbiato. Non ha neanche alzato la testa dal suo piatto di riso e pollo, mentre litigavamo. Sapeva che non valeva la pena di scaldarsi.

 

Ho sposato un uomo di nome Madou, viveva a Sinfra, lontano da casa. Madou era più anziano di mio padre e la sua prima moglie era più anziana di mia madre. Aveva la pelle tutta a pieghe, come il cuoio vecchio, che diventa molle e rugoso, però è ancora buono da usare. Ero la sua terza moglie, piccola come un seme d’acacia e non valevo nulla nella sua casa. Ero buona solo per lavorare nei campi e per fare i doveri domestici come una sguattera.

 

Per Madou, ero buona anche per fare figli. Lui era sempre silenzioso, quando non urlava. Quando urlava faceva paura e mi picchiava con delle mani grandi come scodelle. Non gli importava che piangessi, quando si addormentava di fianco a me. L’importante era che facessi piano. Se non facevo piano, avevo da pentirmene.

 

Ho avuto quattro figlie, tutte femmine. Nessuno era contento di loro a casa, ma io sì. Non mi importava niente di non aver partorito un maschio. Pensavo anzi che fosse una benedizione. Le mie bambine non avrebbero mai gonfiato la faccia di schiaffi a una ragazzina. Anzi, avrebbero portato belle dritte l’acqua sulla testa per fare il cibo, avrebbero dato del pane a chi aveva fame e, un giorno, avrebbero avuto altre bambine gentili e che portavano l’acqua belle dritte sulla testa. Erano bambine sane e sveglie, e mi volevano bene. Quando le altre mogli le picchiavano, io mi mettevo in mezzo e scoprivo i denti, e se mi prendevo uno schiaffo neanche mi faceva male.

 

Quando avevo poco più di vent’anni, Madou è morto. Si è schiantato con la sua moto su un pickup che trasportava delle capre. Al funerale, le altre mogli gridavano e si strappavano i capelli. Io non dicevo niente. Quella notte, ho sentito i figli delle altre mogli piangere, le mie bambine invece dormivano tranquille. So che è sbagliato essere contenta per le disgrazie. Eppure quella notte ho dovuto stringere forte i denti, per evitare che la mia bocca continuasse a sorridere.

 

Dal giorno dopo, la voglia di sorridere mi è passata del tutto. Senza Madou, nessuno mi voleva più in casa. I figli della prima moglie si sono presi le terre. L’altra moglie aveva dei figli adulti, che potevano lavorare e mantenerla. è tornata dalle sua famiglia lanciando maledizioni. Io ho guardato gli occhi delle mie figlie, la più grande aveva otto anni, la più piccola non sapeva ancora camminare. Poi mi sono guardata le mani.

 

Cosa potevo fare? Il fratello di Madou è venuto a trovarmi e mi ha detto che mi avrebbe sposata. Aveva già tre mogli e non ne voleva altre, ma questo diceva la tradizione quando un fratello moriva. Io ho guardato quell’uomo che era ancora più grosso e più cattivo di Madou. Mi ricordavo di averlo visto schiaffeggiare sua moglie davanti a tutti.

 

Quella stessa notte, ho preso le mie figlie e sono tornata da mia madre. Mio padre era morto, mia madre tirava avanti vendendo riso e pesce fritto davanti alla porta di casa. La guerra era appena finita, ad Abidjan. Le strade erano piene di ragazzi ancora armati che facevano tutto quello che volevano. Era pericoloso anche solo stare davanti a casa, a vendere il pesce. Non si sapeva mai che strana idea poteva venirgli, a quelli.

 

La notte pensavo che nessuno mi picchiava e mi violentava più ma che ora le mie figlie erano in pericolo. Non c’era lavoro, non avevamo abbastanza da mangiare e non potevo mandarle a scuola. E piangevo perché Madou era morto. Ma ogni volta che pensavo a suo fratello, mi veniva da vomitare. Sapevo che mi stava aspettando. Aveva telefonato a mia madre per dirle che la gente aveva cominciato a mormorare, perché non l’avevo ancora sposato. Diceva che la tradizione voleva così e che comunque sarei morta di fame se non mi fossi decisa.

 

Allora ho deciso che dovevo mettermi in viaggio. In Costa d’Avorio non c’era altro che fame o violenza per me e tra le due non potevo più scegliere. Avevo bisogno di una terza strada, una che mi portasse in una valle in cui fiorivano i Frangipane.

 

Era da quando avevo tredici anni, che aspettavo di sentirne finalmente il profumo. Mia madre mi ha salutata piangendo e mi ha giurato che avrebbe protetto le mie figlie. Io l’ho abbracciata stretta e ho ringraziato Dio di avere lei, che mi voleva bene. Poi ho guardato negli occhi la più grande delle bambine e ho pensato che avrei fatto meglio a venirla a prendere prima che arrivasse a tredici anni.

 

Noi operatori legali del Centro Astalli Trento accompagniamo tante donne nella procedura di richiesta della protezione internazionale. Molte di loro, purtroppo, hanno sofferto violenza di genere nei loro paesi o durante il viaggio e sono vittime di matrimoni forzati, mutilazioni genitali o traffico di esseri umani.

 

Tutte queste violenze sono motivo di rilascio di una protezione ma spesso parlarne in Commissione è molto difficile. Il nostro compito è aiutare le migranti a raccontare il proprio passato il più chiaramente possibile, venendo a patti con sentimenti di vergogna e di dolore, in modo che, dalle tragedie del passato, possa nascere la nuova speranza di una vita in Italia.

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