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"Il Big Bang della storia del rock": Woodstock compie cinquant'anni

Cinquant'anni fa, dal 15 al 18 agosto 1969, si tenne in una piccola località dello Stato di New York una tre giorni che avrebbe cambiato la storia del costume. Tanti gli artisti che vi parteciparono, dagli Who a Jimi Hendrix, molti quelli che si mangiarono le mani per non esservi stati. La controcultura hippie, d'altra parte, entrava nella sua fase calante

Di Davide Leveghi - 14 agosto 2019 - 20:44

TRENTO. Ci sono eventi irripetibili, sebbene si provi inutilmente a replicarne forme e caratteristiche. In quel prato, nello stato di New York, si fece la storia scolpendo un'indimenticabile pagina non solo della musica rock, all'insegna della libertà e della pace.

 

Erano gli anni della guerra in Vietnam, gli Stati Uniti già erano impantanati nel più grande disastro militare della propria storia. Nella Casa Bianca viveva Richard Nixon, mentre dal sud-est asiatico arrivavano le bare ammantate nella bandiera stelle-strisce e i veterani mutilati e scioccati dagli orrori di une guerra imperialista sfiancante, folle, brutale. Droghe e psichedelia compivano il percorso opposto.

 

Il 1969 già registrava l'inghiottimento commerciale del movimento hippie. A Woodstock si raggiunse l'apice di un'onda destinata alla risacca, devastata dalla droga, disinnescata nei suoi tratti culturalmente eversivi- per una società puritana e borghese- dal fiuto dei produttori musicali, che nel rock acido della metà dei '60 intravidero una miniera d'oro. Costante dell'arte, anche per il rock la sorte di vedersi svilito dalla mercificazione non risparmiò niente e nessuno- dagli albori all'attualità- indirizzando l'attenzione dei "mercanti" verso l'immenso bacino dei giovani; tanto che fu solo la precoce morte, in certi casi, a preservare l'autenticità di alcuni dei suoi più influenti discepoli.

 

“Il fenomeno degli hippy- scrive il critico musicale Piero Scaruffi- fu interessante anche perché fu un fenomeno di massa che si sparse rapidamente e non era guidato da un leader. Era un movimento apocalittico- l'apocalisse essendo la minaccia nucleare- come il primo Cristianesimo ma senza un Gesù di riferimento”. Dalla costa ovest e dalla Baia di San Francisco, dove il movimento hippie aveva preso vita nelle comuni e con i parties a base di acidi, il movimento percorse il Paese giungendo sulla costa atlantica e attraversando poi l'oceano, portando con sé quella musica libera e sregolata.

 

Le conseguenze per la storia della musica rock saranno determinanti. L' “invenzione più rivoluzionaria”, le “jam”, improvvisazioni con strumenti elettrici ma forme jazzistiche, ricalcavano e accompagnavano i viaggi lisergici, esaltando le singolarità di musicisti estrosi e fenomenali. La psichedelia avrebbe preso anche altre strade, lontane dallo spirito hippie, declinate nelle realtà urbane, ma a Woodstock, quell'agosto di cinquant'anni fa, avrebbe dominato le scene.

 

La stagione dei grandi festival vide in Woodstock una delle tappe decisive del passaggio dai '60 ai '70. Monterrey, due anni prima, smosse le acque, creando quell'onda che passando per quei 600 acri della fattoria dell'allevatore Max Yasgur, su cui si terrà la tre giorni di festival, s'abbatterà l'anno successivo sulla piccola Isola di Wight, nel Canale della Manica, dove anche i giovani europei avrebbero potuto godere di un cast eccezionale di artisti, già in parte esibitisi a Woodstock.

 

Fu da una piccola joint venture che nacque l'idea di un festival, decisamente andato al di sopra delle aspettative degli organizzatori. L'afflusso di migliaia di persone bloccò le strade, tanto che dopo il primo giorno il luogo del concerto poteva essere raggiunto solo in elicottero. Sul grande palco di legno fu il cantautore Richie Havens a dare avvio alle danze. A fine esibizione improvvisò un brano, gridando “freedom”. Divenuto simbolo e inno del festival, il pubblico ne richiederà sette volte il bis.

 

Nel primo giorno si succedono i cantautori folk: Country Joe McDonald, John Sebastian, Joan Baez, Arlo Guthrie. La fascinazione hippie per l'Oriente veniva saziata dal virtuoso del sitar Ravi Shankar. L'ingresso, inizialmente a pagamento, veniva aperto alla massa di persone che premevano per assistere alle performance dei propri beniamini. I conti parlano di un pubblico tra le 400 e le 800mila persone.

 

La grande spianata del concerto, martellata dalla pioggia incessante del secondo giorno, è trasformata in un lago di fango. Blues e psichedelia s'alternano, scatenando il pubblico coi ritmi latini di Santana, il boogie incalzante dei Canned Heat, la voce graffiante di Janis Joplin. Dopo il funky psichedelico degli Sly & the Family Stone, verso sera si succedono i mostri sacri del rock dei '60: Grateful Dead, Creedence Clearwater Revival, Who- la cui performance, tanto intensa, fu segnata dalla violenta cacciata dal palco, a “chitarrate”, del leader della contestazione giovanile Abbie Hoffman-, Jefferson Airplane.

 

La musica dà tregua per qualche ora, la mattina. L'ultimo giorno (almeno così era previsto che fosse) viene inaugurata dalla Grease Band, che con qualche brano strumentale introduce una delle grandi sorprese del festival, l'inglese Joe Cocker, cantante soul dalla voce roca e vigorosa. The Band, Paul Butterfield, Crosby Still Nash & Young portano a compimento l'estasi di un pubblico sfiancato dalla tre giorni di festa. Pochi fortunati- quelli che non dovevano tornare alle proprie case ed al proprio lavoro-, infine, ebbero la sorte di assaporare uno dei concerti più celebri della storia del rock.

 

Previsto per la mezzanotte, Jimi Hendrix non suonò fino alle 9 di mattina del giorno seguente, davanti ad un pubblico più che dimezzato. Il virtuosismo del chitarrista “cosmico” di Seattle fece volare spiriti e menti per quasi due ore. Woodstock si concludeva con molti disagi ma nessun episodio di violenza, la “colomba sulla chitarra” centrava le aspettative di una “tre giorni di pace, amore e musica”.

 

Il festival sanciva definitivamente l'approdo del movimento alla fase calante, in cui la controcultura veniva fagocitata dal mercato, l'avanguardia si trasformava in moda. Solo il punk, un decennio dopo, avrebbe fatto esplodere per un po' la scena, infiammando le strade e scagliandosi contro una società occidentale disillusa e messa in ginocchio dalla crisi economica.

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