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Il grande timoniere Mao e la repressione, piazza Tienanmen e un incredibile sviluppo economico, breve storia dei 70 anni della Cina comunista

Il Paese celebra con uno sfoggio mai visto di potenza militare l'anniversario della proclamazione della Repubblica Popolare Cinese da parte di Mao Tse-Tung l'1 ottobre del 1949. L'immagine che ne ha l'Occidente, però, continua a limitarsi al mancato rispetto dei diritti umani, senza conoscerne la travagliata storia. E questa immagine, inevitabilmente, si riflette sugli immigrati giunti anche in Italia

Di Davide Leveghi - 01 ottobre 2019 - 19:00

TRENTO. Ripercorrere i 70 anni della Repubblica Popolare Cinese non è operazione facile, specie se si tende ad accettare la narrazione dominante in Occidente che si ferma alla superficie del carattere repressivo della potenza comunista ignorandone la travagliata storia. Il trentennale del massacro di Tienanmen o le proteste che infiammano in questi mesi le strade di Hong Kong mostrano infatti una delle facce di un Paese da un miliardo e mezza d'abitanti e con una civiltà millenaria, che nel percorso dal 1949 ha vissuto diverse fasi connesse ai diversi indirizzi promossi dai vertici del comitato centrale di partito.

 

La chiusura all'esterno, la spiccata tendenza a contrapporsi all'Occidente e l'appoggio globale – quantomeno in termini d'ispirazione – alla lotta alla “tigre di carta” dell'imperialismo marcarono per un largo tratto la storia della Repubblica Popolare, proclamata da porta Tienanmen l'1 ottobre 1949 dal leader del partito comunista Mao Tse-Tung, eroe della guerra civile dall'aurea quasi mistica.

 

Il Paese ereditato, o meglio conquistato, dai comunisti a metà '900 è composto da una sterminata massa di contadini poveri. Mao ne fa il soggetto rivoluzionario, in palese controtendenza con il marxismo classico – il cui soggetto è il proletariato industriale – costruendo un'ideologia in cui elementi dell'utopismo cinese si fondano con il leninismo, giustificandolo. Il Grande Timoniere restituiva alla Cina un ruolo di potenza in Asia prima, con l'intervento decisivo nella guerra di Corea, e di potenza internazionale poi, con la dotazione della bomba atomica e del seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Il senso di superiorità della civiltà cinese veniva finalmente soddisfatto dopo decenni di sfruttamento coloniale.

 

Mao intraprese una strada parallela e autonoma rispetto a Mosca. Sincero ammiratore di Stalin – ammirazione non contraccambiata dal leader georgiano, geloso del suo ruolo di guida del comunismo mondiale – condusse la Cina al confronto e alla rottura con l'Unione Sovietica, tacciata di imperialismo – nel 1956 i carro armati sovietici entravano a Budapest – , di collaborazionismo con il nemico capitalista – Chruščëv apriva, dopo una fase di aperta competizione, anche militare, il periodo della distensione – e di deviazionismo ideologico – la classe di burocrati, infatti, si era convertita per Mao nella nuova classe dominante, mantenendo aperto un divario di classe.

 

Nel farlo lanciò alcuni programmi economici e culturali dagli esiti disastrosi. Il “Grande Balzo in avanti”, lanciato nel 1958, avrebbe dovuto ovviare alle carenze tecnologiche attraverso la grande forza di volontà dei contadini per traghettare la Cina ai livelli di sviluppo dell'Occidente, ma la mancanza di tecnologie adatte e il contemporaneo scoppio della “più grande carestia del XX secolo” lasciò sul terreno una cifra attorno alle 40 milioni di vittime – i numeri sono sconosciuti perché manipolati dalla propaganda di regime.

 

Allo stesso tempo, la “Rivoluzione culturale” lanciata nel 1966 per sradicare le tendenze borghesi dal partito, rovesciò sulla “cultura, l'istruzione e l'intelligenza una campagna di repressione senza paragoni nella storia novecentesca”. L'oppressione spietata fu “spesso più evidente nei momenti non frequenti d'apertura, utili per identificare più chiaramente le vittime delle purghe successive” - le citazioni sono di Eric Hobsbawm (Il secolo breve).

 

Il fanatismo maoista si diffondeva a macchia d'olio anche nelle strade dell'Occidente in fiamme per la contestazione. L'opposizione ai partiti comunisti, il superamento a sinistra, trovò nei metodi extralegali uno sfogo di questa estremizzazione politica - “Arrivano i cinesi, son piccoli e veloci, sorpassano agli incroci e non se ne vanno più”, cantava Bruno Lauzi. Un'estremizzazione della violenza che finì, inevitabilmente, per ricalcare la repressione sovietica - “Arrivano i cinesi, ti insegnano il saluto, con l'alfabeto muto, così non parli più”.

 

I movimenti di guerriglia di tutto il mondo adottarono il Libretto rosso (insieme delle citazioni di Mao), come “bibbia di lotta”, Tirana scelse perfino il modello cinese, sganciandosi da Mosca e aumentando il proprio isolamento.

 

Morto Mao, il corso della Cina comunista assunse ben altre direzioni, incorporando principi capitalistici risultati determinanti per trasformarla in una potenza mondiale anche dal punto di vista economico. Il successore Deng Xiaoping riaprì alle relazioni con gli Usa e inaugurò un processo destinato a convertire la Cina, nella nuova era dell'economia neoliberista partita a metà dei '70, nella “fabbrica del mondo”.

 

Cominciò lì quel percorso che porta al Paese attuale, quello della strapotenza economica e commerciale, quello delle tecnologie esportate nel mondo, quello delle fabbriche dove le multinazionali trovano la manodopera schiavile per l'assemblaggio e la produzione di beni di consumo inviati in Occidente. Di Mao, su cui i vertici del partito riconobbero “qualche errore, seppur secondario”, rimase il mito. E pure la repressione degli oppositori, operata da un partito che si è convertito proprio in quella classe dominante di tecnocrati lontani dal popolo.

 

La chiusura, invece, è venuta meno. I cinesi si sono aperti all'esterno, migliaia di loro sono approdati in diversi Paesi occidentali, Italia compresa. E anche in Trentino, dove la comunità cinese conta un migliaio di membri.

 

L'immagine che gli italiani e i trentini hanno dei cinesi e della Cina – ci racconta Hao Wu, presidente e fondatore dell'Associazione Cinese del Trentinoè cambiata col tempo. Non ci vedono più come un Paese arretrato, ma come uno che è cresciuto e che esporta anche prodotti di qualità. È vero da una parte che siamo una comunità chiusa, i cinesi sono timidi, hanno bisogno di tempo, hanno l'ostacolo della lingua. Ma quando gli italiani vanno in Cina, tornano a bocca aperta. Manca informazione sulla ricchezza e la diversità del nostro Paese”.

 

Un rapporto del Ministero del lavoro del 2018 registra in 309110 il numero di cinesi presenti sul territorio italiano – l'8,3% dei cittadini non comunitari in Italia, con oltre il 55% residenti nel Settentrione, di cui il 16% nelle sole province di Firenze e Prato. Impegnati per lo più nel commercio e nella ristorazione, giungono nella penisola per lavoro, studio o ricongiungimento familiare. Dal 2013 al 2017, però, un'altra percentuale è cresciuta: le persone che hanno richiesto una forma di protezione internazionale sono passate dal 7,5% al 38,5%.

 

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