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L'11 settembre, una data che segna più generazioni: dall'attacco alla Moneda agli attentati negli Usa

E' una data che ogni anno suscita diverse emozioni, manifestando le diverse sensibilità e i retaggi politici e culturali di chi la racconta. Nel 1973, il golpe Pinochet, appoggiato da Washington, pose fine al sogno di un Cile più equo e giusto. Nel 2001 furono gli stessi civili statunitensi a provare sulla propria pelle la follia omicida di un'organizzazione terroristica fondamentalista

Di Davide Leveghi - 11 settembre 2019 - 13:34

TRENTO. Le immagini del fumo che sale dal Palacio de la Moneda così come quelle delle Twin Towers in fiamme sono di quelle che segnano generazioni. Lo scalpore che fece quel proditorio attacco alla democrazia cilena, l'orrore del tuffo nel vuoto degli uomini che si gettarono dalle torri dilaniate dall'attraversamento dei boeing, sono sensazioni che s'attaccano come colla agli immaginari di chi ha vissuto o semplicemente assistito, col cuore o davanti a uno schermo, a quegli eventi.

 

L'11 settembre suscita ogni anno emozioni differenti, dipendenti grosso modo dalla distanza culturale, politica e generazionale che separa la popolazione. C'è chi non scorda, in un mondo spaccato a metà dall'ideologia, quell'ennesimo attacco al sogno di una società più giusta, che Salvador Allende tentò di costruire in un Cile misero e sottomesso alle strategie delle industrie statunitensi. Il latte veniva distribuito gratuitamente, il prezzo di pane, salari e affitti fissato a una soglia che permettesse anche ai più poveri di garantirsi la pancia piena e un tetto sulla testa, le aziende strategiche nazionalizzate, la terra ripartita.

 

Era il riscatto di un Paese, il riscatto di un popolo, a cui gli Stati Uniti, decisi ad appoggiare ogni sforzo di soffocare la libertà in America Latina in virtù dei grandi interessi economici, risposero appoggiando uno dei più sanguinari dittatori della storia, Augusto Pinochet. Il sogno svanì sotto i colpi della sua politica autoritaria e neoliberista, il Cile si convertì nel primo grande laboratorio in cui le teorie dell'economista dell'Università di Chicago Milton Friedman venissero messe in campo con successo e con le automatiche conseguenze: i ricchi divennero più ricchi, i poveri rimasero tali.

 

Accanto alla rabbia che ammanta quel tragico evento di 46 anni fa, appiccicato all'immaginario idealistico e sfortunato della sinistra mondiale, v'è poi l'orrore del più grande attentato che colpì il suolo statunitense. La data dell'11 settembre 2001 registrava la conversione di Washington da carnefice occulto, regista di un brutale golpe, a vittima sconcertata di una serie di attacchi terroristici che lasciavano sul terreno quasi 3000 innocenti.

 

Altrettanto proditorio, il dirottamento degli aerei contro il cuore economico di New York, il World Trade Center, contro il Pentagono e (tentato ma fallito) contro il Campidoglio, scatenò la furia della “guerra santa” fondamentalista contro la Nazione leader del “mondo libero”. L'organizzazione al-Qa'ida, nata durante l'invasione sovietica dell'Afghanistan e perciò inizialmente armata e finanziata dagli stessi Usa, rivolgeva la follia omicida contro i civili americani. Con gli attacchi suicidi, i capi della cellula terrorista esortavano gli “infedeli” a sgomberare i Paesi musulmani.

 

Le conseguenze dell'attacco terroristico furono terribili, non solo per le tragiche scene a cui si assistette nei luoghi degli attentati. La risposta del neo eletto presidente repubblicano George W. Bush portò all'interno ad un giro di vite sui diritti, con l'emanazione del Patriot Act e la conseguente “caccia alle streghe” contro i cittadini di religione islamica, e verso l'esterno ad una guerra al terrorismo che non solo mirava a colpire i responsabili del crimine, ma che celava, nemmeno troppo bene, interessi geopolitici ed economici ben precisi. Di qui l'invasione dell'Afghanistan prima, e quella dell'Iraq poi, recentemente al centro di pubbliche confessioni di alcuni protagonisti – il premier britannico Tony Blair – sul confezionamento ad arte del casus belli.

 

Detto ciò appare chiaro come nel tempo questo anniversario continuerà a muoversi su binari paralleli, in parte determinati dai retaggi culturali ed ideologici, in parte collegati all'orrido spettacolo in diretta a cui gran parte dell'umanità assistette. L'11 settembre, 1973 e 2001, rimarranno per sempre scolpiti nell'immaginario delle generazioni che vissero questi giorni, a testimonianza o della cupidigia o della cieca follia dell'uomo.

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