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La nascita del mostro: sul campo di battaglia di Sedan si palesava per la prima volta il volto del nazionalismo

Comunemente considerata uno spartiacque storico, la battaglia di Sedan del 1870 vide scontrarsi l'arrembante potenza della Prussia di Guglielmo e la Francia monarchica di Napoleone III. Al di là delle conseguenze effettive, questo evento segnò la svolta del nazionalismo da una concezione solidale e fraterna delle patrie ad una aggressiva e imperialista, marcando il destino del secolo a venire

Di Davide Leveghi - 13 settembre 2019 - 21:10

“Per “nazione” noi intendiamo l'universalità de' cittadini parlanti la stessa favella, associati, con uguaglianza di diritti politici, all'intento comune di sviluppare e perfezionare progressivamente le forze sociali e l'attività di quelle forze” (Giuseppe Mazzini)

 

“L'idea di patria ha per prima cosa un fondamento naturale e per così dire una base fisiologica o fisica; ma ha anche una base tradizionale, un fondamento storico; e infine, non abbiamo paura a dirlo, un fondamento mistico” (Ferdinand Brunetière)

 

TRENTO. Esistono eventi che comunemente vengono indicati come decisivi di svolte epocali, altri che di per sé incarnano più di tutti le trasformazioni sul banco della storia. La battaglia di Sedan, da questo punto di vista, fu spartiacque non solo delle sorti dei due Paesi che combatterono su quel campo di battaglia, ma di un'idea che avrebbe rivoluzionato l'andamento del secolo a venire: il nazionalismo.

 

Lo scontro decisivo della guerra franco-prussiana sancì infatti molto di più della sconfitta della Francia di Napoleone III, con conseguente nascita della Terza Repubblica, e della nascita del Secondo Impero Germanico, proclamato dal Kaiser Guglielmo il maggio successivo a Versailles. Sedan forgiava la nascita della Nazione moderna, in cui la patria non era più la comunione dei cittadini nell'ambito della fratellanza tra i popoli, della tolleranza e della libertà, qualcosa che si “poteva scegliere”, ma una terra e una razza, un'identità collettiva plasmata attorno alle tradizioni storiche, a un ambiente, a una lingua.

 

La Nazione era forza e potenza, sacra, mistica, immortale. Era aggressività ed espansione, lotta per la supremazia e non più integrazione e solidarietà tra i popoli. Era, soprattutto, ideologia. Le Nazioni, pertanto, non potevano più vivere in un piano di parità, l'una accanto all'altra, in fratellanza, ma esprimeva il proprio essere rincorrendo la supremazia sulle altre, emergendo solo nella misure in cui le altre soccombevano. L'umanitarismo nato dai principi della Rivoluzione francese lasciava spazio al razzismo, corredato al nazionalismo con il principio della superiorità della razza bianca.

 

Lo sfruttamento intensivo cominciato in Congo da una società privata lautamente finanziata dal re Leopoldo II del Belgio spinse le nazioni europee, con l'aggiunta degli Stati Uniti, a riunirsi nel 1884 a spartirsi l'Africa, tracciando i confini col righello. Il progresso doveva così essere portato tra i selvaggi, mentre progressivamente l'aggressività delle potenze europee cresceva tanto quanto quegli stessi confini finivano per essere stretti. L'imperialismo avrebbe così velocemente trasportato l'Europa al bagno di sangue della Grande Guerra.

 

Lo stesso mondo socialista si sarebbe tragicamente smembrato tra i contrari e i favorevoli alla guerra, coi principi internazionalisti messi a dura prova in tutti i principali Paesi europei. I monumenti ai caduti avrebbero sommamente incarnato il nuovo mito nazionale, avvolgendo di un'aura mistica e sacra i morti per la patria. I fascismi se ne sarebbero immediatamente appropriati, costruendo cattedrali, ai confini e non solo, in cui i caduti nella guerra, molto più spesso poveri contadini mandati al macello che volontari fieri e convinti, si convertivano in martiri per la grandezza della Nazione.

 

L'identità nazionale veniva così definitivamente cementata con il sangue. Il militarismo compiva nel periodo tra le due guerre mondiali, un ulteriore passo avanti, saldandosi spesso con l'antisemitismo. Lo scontro per la vita o la morte avrebbe insanguinato il mondo intero, aprendo infine ad un fronteggiamento durato più di quarant'anni in cui il principio nazionale, comunque centrale, era subordinato a quello ideologico.

 

La costruzione e l'uso dei miti, spesso basati su una decontestualizzazione storica e una distorsione degli eventi, sostanziarono nazionalismi e micronazionalismi, versioni territoriali e ridotte a servizio delle “piccole patrie”. Fu così, nel contesto del contrasto italo-austriaco, che il mito di Andreas Hofer si trasformò in un'arma retorica nazionalista, maneggiato come una clava dai sostenitori prima e dai nostalgici poi della tirolesità, opposta innanzitutto all'italianità.

 

Hofer combatté e si oppose all'avanzata dei bavaresi alleati dei napoleonici, guidando un'insurrezione volta a difendere la religione e le libertà garantite da Vienna al Tirolo. Si mosse appoggiato dai ribelli provenienti da tutti gli angoli del territorio, Trentino – al tempo Sudtirolo – compreso. Per lui combatterono dunque anche dei parlanti italiani, in un'epoca in cui la Nazione non esisteva e la patria aveva una connotazione aperta e solidale. L'Heimat era il maso, la valle, il campanile, e seppure i suoi valori fossero profondamente conservatori, non contemplavano affatto la supremazia sugli altri.

 

Com'è possibile pertanto, qualcuno potrebbe chiedere, che un personaggio vissuto a cavallo tra '700 e '800 si sia trasformato poi in un mito etnico anti-italiano? La risposta, seppur con qualche semplificazione, è sempre la stessa. Perché è proprio il nazionalismo, cancro della Storia e dell'umanità, a mistificare la realtà, decontestualizzando e ritagliando a proprio piacimento eventi e personaggi, distorcendo il passato e piegandolo ai propri fini esclusivi. A Sedan, in conclusione, si forgiò un mostro.

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