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“La terra e l'uomo cambiarono completamente”: Hiroshima e Nagasaki come punti di non ritorno

La storia del nucleare e del suo utilizzo militare prese avvio nei laboratori segreti di Usa e Germania. Lo sgancio delle bombe “Little Boy” e “Fat Man” avrebbe chiuso una guerra ed aperto un'altra, questa volta “fredda”. E mentre ora gli accordi sul nucleare saltano, si celebra l'anniversario di un evento che cambiò il mondo

Di Davide Leveghi - 09 agosto 2019 - 19:52

TRENTO. “La faccia della terra e la vita umana non erano mai state trasformate in maniera così impressionante come nell'epoca che iniziò con i funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki. Ma come sempre la storia non tiene in gran conto le intenzioni umane”. Così recita un passo de Il secolo breve, opera indispensabile dello storico inglese Eric Hobsbawm. Il 6 agosto del 1945 la bomba atomica su Hiroshima, assieme a quella del 9 su Nagasaki, segnarono uno spartiacque nella storia novecentesca.

 

Il mondo non sarebbe più stato lo stesso: la Germania, prostrata dalla manovra a tenaglia degli Alleati, soccombeva in maggio. Un mese dopo, le truppe statunitensi, al prezzo di migliaia di vittime, conquistavano l'isola di Okinawa. A Yalta, Roosvelt e Churchill ottennero da Stalin un impegno contro l'Impero giapponese, necessario per piegare definitivamente la tenace resistenza nipponica. Cadute Roma e Berlino, Tokyo rimaneva l'ultimo baluardo da abbattere per la sconfitta finale del nazifascismo.

 

La guerra in Europa era finita, e nel Pacifico l'avanzata alleata procedeva a rilento, isola per isola, attraverso battaglie sanguinosissime. Succeduto a Roosvelt, venuto meno in aprile, il nuovo presidente statunitense Harry Truman si decise per l'utilizzo della nuova arma micidiale dopo il respingimento dell'ultimatum da parte dell'impero del Sol Levante. Una scelta che avrebbe non solo fatto più di 200mila vittime, spazzando via le loro vite nell'attimo dello scoppio, ma che avrebbe trasformato il futuro, segnando un punto di non ritorno.

 

Il mondo, nel primo conflitto globale, aveva già avuto modo di rendersi conto delle potenzialità distruttive della tecnologia. La scienza asservita alla guerra aveva prodotto armi sempre più letali, tanto che si era cercato nel dopoguerra di limitarne l'uso- si pensi all'utilizzo dei gas, con la firma del Protocollo di Ginevra, violato dall'Italia nel corso delle sue “avventure” coloniali africane. La stessa trasposizione delle logiche industriali alla morte, messa in pratica nei campi di sterminio, testimoniò la barbarie raggiunta dall'umanità.

 

I campi nazifascisti non furono che la massima espressione della ferocia, “la punta dell'iceberg delle spinte al genocidio che attraversarono il conflitto”, scrive lo storico Alberto De Bernardi, in un complesso di atrocità che dalle stragi ai civili che percorsero il globo alla distruzione e al terrore sistematici degli area-bombings- la sola Germania subì dalla Raf, l'aeronautica britannica, 400mila incursioni con lo sgancio di un milione di tonnellate di bombe. 600mila furono le vittime tedesche dei bombardamenti, un terzo circa nella sola città di Dresda- si concluse con la “desertificazione apocalittica” di Hiroshima e Nagasaki.

 

Pertanto, cosa rappresentò in definitiva l'utilizzo dell'arma atomica? Ne L'uomo antiquato, il filosofo tedesco Günther Anders sosteneva che l'uomo, liberatosi dalle potenze arcane che avevano lungo la storia incarnato l'assoluto e l'infinito (Dio o la Natura) attraverso la tecnica, sperimentò ad Hiroshima il rovesciamento della propria pretesa d'essere “creatore del mondo”: “In luogo della creatio ex nihilo, che attesta l'onnipotenza- scriveva- è subentrata la sua potenza contraria, la potestas annihilationis”, una “riduzione al nulla”. L'essere umano, continuava Anders, aveva di fronte a sé la sola prospettiva di rifiutare la follia nucleare come unica possibilità di salvezza e sopravvivenza della specie.

 

Scienza e politica avrebbero a questo punto approfondito i propri punti di attrito, con quest'ultima disposta a giocare un gioco pericoloso di minacce e deterrenza che in più occasioni, su tutte la crisi dei missili di Cuba del 1962, avrebbe portato il mondo sul bordo dell'ecatombe nucleare.

 

Hiroshima e Nagasaki, per cui gli Usa non hanno mai avanzato scuse ai giapponesi, servirono non solo per annichilire la strenua resistenza giapponese, ma finirono per essere la prova di forza con cui Washington mostrava i muscoli a quella che sarebbe stata la grande nemica ideologica dei decenni a venire, l'Unione Sovietica.

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