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La verità sul multitasking? Ce ne parla Anna Cantagallo

Per multitasking si intende la capacità (vera o presunta) di poter svolgere più compiti assieme, dirigendo la nostra attenzione su più stimoli contemporaneamente. Tra studi e miti da sfatare, ecco il punto della dottoressa Anna Cantagallo

Pubblicato il - 25 febbraio 2019 - 11:59

TRENTO. Abbiamo incontrato la dottoressa Anna Cantagallo, specialista in neurologia e medicina riabilitativa, per parlare di un argomento tanto attuale quanto controverso: il multitasking.

 

Per multitasking si intende la capacità (vera o presunta) di poter svolgere più compiti assieme, dirigendo la nostra attenzione su più stimoli contemporaneamente. Vediamo come Anna Cantagallo ci introduce al tema evocando una scena di vita quotidiana che molti di noi hanno vissuto: “Sono le sei del pomeriggio e stiamo leggendo un’importante mail, quando appare una notifica sul nostro telefono: un messaggio vocale di quell’amica che non sentiamo da tempo e che non possiamo ignorare. Nel frattempo, qualcuno della nostra famiglia entra nella stanza e comincia a raccontarci la sua giornata di lavoro, che non è andata particolarmente bene... Potrebbe non essere il momento giusto effettivamente, se ripensandoci avevamo anche lasciato le verdure sul fuoco. Così ci si ritrova ad ascoltare il messaggio, mentre leggiamo la mail, dando consigli al nostro familiare ma senza dimenticare le verdure”.

 

Capita spesso di cominciare da una cosa mentre altre si mettono in coda senza voler aspettare, così da costringerci a prestare attenzione a tutti gli stimoli, più o meno importanti.

 

Sarà anche probabile che al termine di tutto, l’aver fatto più cose contemporaneamente ci avrà fatto sentire un pizzico di orgoglio nel pensare che anche quando le cose da fare si sommano e crescono in quantità, noi riusciamo a gestirle e portarle a termine. 

 

Multitasking: un mito da sfatare
Il multitasking è un mito che ha conquistato il mondo della psicologia negli ultimi decenni; l’abitudine ad operare in tali condizioni è perfetta espressione di una società che ci chiede di essere sempre più prestanti, e su molteplici fronti contemporaneamente.

 

In realtà però, come ci spiega la dottoressa Anna Cantagallooperare davvero in multitasking non è possibile

 

Perché il multitasking non funziona: gli studi di Anna Cantagallo

Come insegna Dave Crenshaw nel suo libro “The Myth of Multitasking” non è possibile dare la stessa attenzione a tutti gli stimoli che si presentano alla nostra attenzione e, ancora di più, non possiamo farlo allo stesso tempo. Il nostro cervello, spiega Anna Cantagallo di BrainCare, è in grado di focalizzarsi su un solo compito per volta

Quando gli viene richiesto di fare più cose “contemporaneamente” è quindi costretto ad operare un cambio di direzione attentiva molto rapido da un’attività all’altra, in una specie di gioco a ping-pong fra le diverse attività

 

Dunque, anche se abbiamo l’impressione di svolgere allo stesso momento un compito A e un compito B, la realtà è che la nostra mente si sposta continuamente dal compito A al compito B, e viceversa.

 

L’alto livello attentivo di cui siamo capaci ci permette di essere molto concentrati inizialmente sul primo stimolo, poi sul secondo, poi di nuovo sul primo e così via, illudendoci che stiamo processando tutto nello stesso momento.

 

Queste considerazioni ci fanno capire quanto evoluto sia il nostro cervello, in grado di spostare con estrema agilità l’attenzione nello spazio e su più compiti; ma allo stesso tempo ci portano necessariamente a ridimensionare le aspettative che ci eravamo fatti sul multitasking

 

Lavorare sempre in questo modo infatti è molto stressante per il nostro cervello e porta ad una riduzione dell’efficienza cognitiva. 

 

Il consiglio dunque è di fare un uso moderato del multitasking, solo quando questo è necessario; anche se può sembrare appagante, alla lunga l’affaticamento che può portare al nostro cervello è di gran lunga superiore ai vantaggi. 

Capacità attentiva e stimoli esterni: una mente in continuo adattamento
Il nostro cervello è oggi oberato di lavoro, continua Anna Cantagallo, e sempre pronto a rispondere alle innumerevoli richieste che si presentano durante la giornata. 

Sempre più spesso inoltre la nostra realtà si interseca con altre realtà aumentate (per esempio lo smartphone) che apportano ulteriori stimoli, a cui la mente risponde cercando di assicurare la massima resa attentiva ogni minuto che passa.

E poiché il nostro ambiente cambia continuamente siamo sottoposti ad un processo altrettanto continuo di adattamento ed evoluzione delle nostre capacità

 

La dottoressa Cantagallo sottolinea come, nonostante le nostre capacità attentive siano in continuo sviluppo, spesso dimentichiamo che quel cambio di direzione che ben compiamo nei confronti di vari stimoli, bisogna operarlo anche nei confronti di chi dimentichiamo sempre, cioè noi stessi: “Diamo per scontata ogni azione del nostro cervello, ogni sua elaborazione ed anche tutto il mistero che il nostro essere umani rappresenta. Abbiamo perso la facoltà di stupirci per queste mirabili capacità della nostra mente, che ci permettono di rispondere prontamente ad ogni richiesta ambientale, nella nostra vita affettiva e professionale”. 

 

Che cos’è davvero l’attenzione e di quali elementi è composta?

Alla base di qualsiasi prestazione svolgiamo c’è un’abilità tanto complessa quanto fondamentale come l’attenzione. Avere consapevolezza delle diverse componenti cognitive dell’attenzione ci permette di sfruttare al massimo questa preziosa risorsa: vediamo allora nel dettaglio tali componenti.

La selettività

In ambito neuroscientifico la selettività è definita come la capacità di discernere tra stimoli diversi, in ogni ambito della nostra quotidianità.  

Il nostro cervello compie continuamente delle scelte; alcune di queste scelte sono consce, come quando al ristorante decidiamo di mangiare una pietanza piuttosto che un’altra in funzione di un criterio stabilito, per esempio il gusto o il beneficio per la nostra salute. 

Altre vengono compiute in maniera più automatica, come durante quello che i neurologi hanno definito l’effetto party

A tutti noi è capitato di trovarci in un ambiente pieno di persone, in cui si stanno svolgendo molte conversazioni contemporaneamente; nonostante il brusio diffuso, il nostro cervello è stato in grado di selezionare solo le parole della persona che avevamo davanti, e di focalizzarsi su di esse escludendo tutto il resto, che al momento appariva irrilevante.

La selettività è pertinente a questi 3 aspetti dell’attenzione in particolare: attenzione focalizzata, grazie alla quale possiamo concentrarci sugli stimoli che scegliamo, lasciandone altri completamente al di fuori della nostra attenzione, attenzione divisa, la capacità grazie alla quale riusciamo a concentrarci su una cosa alla volta e attenzione alternata, cioè il multitasking di cui abbiamo fin qui parlato

 

Cos’è l’attenzione focalizzata?

Pensiamo a quando si è alla guida: qualunque viaggio fatto in macchina richiede attenzione alla strada per un lungo periodo di tempo. Infatti, una distrazione al volante può essere fatale, perciò è importante avere una buona attenzione focalizzata per ridurre situazioni di pericolo.

 

L’attenzione divisa, invece, può essere chiamata in causa quando ci troviamo a guidare in macchina mentre contemporaneamente chiacchieriamo con chi ci sta accanto: riusciamo contemporaneamente a guidare, prestando attenzione agli stimoli visivi e uditivi che derivano dall’ambiente, ed a parlare prestando attenzione a quello che ci viene detto.  

 

L’attenzione alternata riguarda il perno della questione e la sua stessa definizione scardina le credenze sul multitasking: l’attenzione che il nostro cervello dedica a queste attività non è contemporanea, bensì alternata, appunto. 

 

Perciò, se è vero che si può riuscire a parlare al telefono mentre si prepara la cena, mentre nel frattempo si segue la tv, è anche vero che il nostro cervello dedica alternativamente un po’ di attenzione ad ognuno di questi compiti e non lo fa contemporaneamente come si credeva.

 

Le nostre capacità attentive sono strettamente collegate anche al nostro potere decisionale. 

Infatti non tutti sanno che il nostro potere decisionale è limitato

Cosa si intende? Nell'arco delle 24 ore l’attenzione che il nostro cervello riesce a dedicare all'operazione di decision making (il compiere delle scelte) va diminuendo, arrivando quasi ad “esaurirsi” a fine giornata. 

Questo significa mano a mano che il nostro potere decisionale cala prendere una qualsiasi decisione, anche la più banale, richiederà sempre più sforzo ed energie. 

E sostenere l'attenzione sarà sempre più difficile: infatti quando non abbiamo ben chiaro in mente cosa dobbiamo fare, tendiamo ad essere dispersivi e poco efficaci.

Come fare allora per gestire bene questa risorsa

Il consiglio più giusto sarebbe quello di dedicarsi a scelte importanti nelle prime ore della giornata: il nostro potere decisionale verrà così focalizzato sugli aspetti essenziali da trattare. 

Diamo priorità alle scelte più importanti ed evitiamo di perdere troppo tempo a decidere se indossare la maglietta rossa o quella blu.

 

L’intensità

Quanto intensamente riusciamo a concentrarci su un compito? Quanto siamo in grado di escludere tutto ciò che non merita la nostra attenzione? L’intensità è proprio la componente che ci permette di estraniarci da altri stimoli per dedicarci su ciò che è necessario fare in quel preciso momento. L’intensità può essere divisa in altre due componenti: l’allerta, che riguarda la prontezza nella risposta agli stimoli e la vigilanza, ovvero la capacità di mantenere la stessa soglia attentiva per tutta la durata del compito richiesto.

 

L’allerta è sempre presente, in ogni situazione della giornata, poiché coincide con il nostro stato di attivazione. Vi sono però due tipi di allerta, ovvero la tonica e la fasica. La prima corrisponde al nostro normale livello di attivazione in situazione di veglia, ovvero la nostra capacità “generica” di reagire prontamente agli stimoli.

 

L’allerta fasica, invece, si verifica in quelle situazioni in cui vi è la comparsa di uno stimolo specifico di avvertimento o di allarme che porta ad aumentare la nostra capacità di risposta agli stimoli. Un esempio di allerta fasica è il “pronti….” che precede il “via!” del corridore: questo segnale lo pre-allerta all'azione rendendolo più veloce quando scatterà il “via”.

 

Purtroppo, l’ansia ci porta in uno stato costante di allerta fasica ed è per questo che è disfunzionale. Queste situazioni “scaricano le nostre batterie”.

 

Pertanto, è importante prendere consapevolezza di questi due stati per lavorare in allerta tonica ed utilizzare l’allerta fasica solo quando è davvero necessario

In questo modo preserviamo l’energia necessaria per quelle situazioni in cui abbiamo realmente bisogno di mantenere uno stato alto di vigilanza.

 

Per comprendere invece cosa significhi vigilanza, basterà immaginare due sentinelle di un penitenziario che controllano i monitor per tutta la durata del loro turno.

 

Una di loro ha passato una notte insonne a causa di un malessere ed è ora stanca e distratta. L’altra invece si sente ben riposata e molto attenta. 

La prima avrà un basso stato di vigilanza e potrebbe anche non notare quel carcerato che sta cercando di evadere proprio sotto il suo naso! A salvare la situazione sarà invece la seconda sentinella, con un alto stato di vigilanza e dunque una buona capacità di attenzione sostenuta, a cui non sfuggirà nulla. 

 

Una situazione estremamente comune di basso stato di vigilanza accade quando, dopo una lunga giornata di lavoro, si ha la sensazione di non riuscire a guidare adeguatamente.

Come riprendersi la propria capacità attentiva: i consigli di Anna Cantagallo

Fin troppo spesso ci troviamo a dedicare tutte queste capacità e risorse soltanto alle richieste del mondo esterno, che percepiamo così pressanti nella nostra quotidianità. 

E così, facilmente ci scordiamo di mettere sotto i riflettori noi stessi, il nostro mondo, le nostre emozioni e pensieri, i nostri progetti, cui raramente rivolgiamo la nostra capacità attentiva.

 

Gli studi più recenti della dottoressa Anna Cantagallo si sono dedicati a colmare queste lacune, elaborando un metodo che, a partire dalle neuroscienze, ci permette di riappropriarci della nostra capacità attentiva come mezzo per dedicarsi a noi stessi ed alle nostre esigenze più profonde.

 

Il suo training Mente Giovane è pensato per tutti coloro che desiderano mantenere una mente elastica nonostante l’avanzare dell’età: attraverso una serie di esercizi e strategie mirati che spaziano dalle mnemotecniche alla dieta è infatti possibile prevenire e rallentare il naturale processo di invecchiamento cerebrale

 

All'interno di questo training grande spazio è concesso al tema dell’attenzione, che è un prerequisito fondamentale per una mente in buona salute, ed in particolare alla possibilità di allenare l’attenzione attraverso un esercizio tanto semplice quanto efficace: la gestione consapevole del respiro.

 

Praticare la Mindfulness per ritrovare focus e concentrazione

Questo tipo di esercizio fa parte delle tecniche di base della Mindfulness, una disciplina sempre più diffusa che ha innumerevoli applicazioni nella vita personale e professionale di una persona.

Si tratta di una pratica di esplorazione attiva e consapevole della propria attività mentale, degli stati emotivi e delle sensazioni fisiche che ci attraversano nel qui ed ora, in cui l’osservazione del respiro e delle sue dinamiche funge da filo conduttore della pratica stessa.

 

Ponendo inizialmente il proprio focus sul respiro, e sulle sue due componenti (inspiro ed espiro) ci si allarga poi a prendere nota delle sensazioni corporee legate a questa attività basilare, fino ad includere l’osservazione dei propri pensieri e stati d’animo. 

 

Il respiro quindi serve qui da strumento, attraverso cui riappropriarsi della propria capacità attentiva, rivolgendola prima di tutto al proprio interno: in questo modo smettiamo di essere eccessivamente reattivi verso gli stimoli esteriori ed i loro diktat e impariamo a gestire il rapporto con la realtà da uno spazio di calma e centratura.

 

“Quando si sceglie di focalizzarsi sul respiro, prendiamo atto degli stimoli che ci provengono dalla nostra attività mentale e dal mondo esterno senza negarli, ma senza necessariamente analizzarli ed interpretarli, sfiorandoli con leggerezza, come nuvole che attraversano il nostro paesaggio interiore per poi dissolversi”, spiega la dottoressa Anna Cantagallo. 

 

I benefici della Mindfulness sul nostro cervello

In questo modo la mente potrà essere davvero attenta su una cosa soltanto, dimenticandosi del multitasking e delle 10 cose in una volta che si tende oramai a chiederle.

All’inizio stare in questo fare nulla potrebbe essere spiazzante e potremmo avere l’impressione di perdere del tempo prezioso, ma dopo solo 3 sessioni saremo grati di aver appreso questa piccola abitudine, che probabilmente porteremo nella nostra vita quotidiana. 

 

Questo avviene perché si giunge alla consapevolezza che questo fare nulla è assolutamente necessario per la salute del nostro cervello: durante una respirazione controllata ed attenta esso è più ossigenato e lavora meglio sulle connessioni cerebrali già formate.

 

A sostegno di ciò, le immagini cerebrali: in chi pratica la Mindfulness da lungo tempo, si riscontra un ippocampo più grande e maggior volume di materia grigia nei lobi frontali

Ciò significa neuroni nuovi, migliore memoria e maggior capacità di pianificazione, controllo del comportamento e problem solving.

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