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Il tricolore compie 223 anni: la vicenda di un simbolo defraudato dei suoi significati originari e del suo difficile rapporto con il popolo italiano

Ogni 7 gennaio si celebra nella città che gli diede i natali, Reggio nell'Emilia, la "Festa del tricolore". Alla presenza delle istituzioni e delle forze armate, si omaggia un simbolo trasformato nel tempo dagli originari valori della Rivoluzione francese nel suo attuale significato istituzionale, passando per l'appropriazione monarchica, la degenerazione fascista, e un disamore scalzato solo dalle imprese sportive

Di Davide Leveghi - 07 gennaio 2020 - 18:56

TRENTO. “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”. Recita così l'articolo 12 della Costituzione italiana, dopo che già nel giugno 1946 un decreto legislativo stabiliva l'adozione come bandiera nazionale, ratificata infine dal Parlamento a seguito dello scioglimento dell'Assemblea costituente. Il vessillo ricalcava quello adottato dalla Repubblica Cispadana nel gennaio 1797 sulla scia dell'espansione rivoluzionaria francese.

 

Da quel momento il tricolore verde-bianco-rosso avrebbe accompagnato la storia della penisola e quella degli italiani, simbolo rivoluzionario prima, istituzionale poi; tanto istituzionale da essere incasellato nell'ennesima ricorrenza che ormai riempie quotidianamente lo scorrere dei giorni del calendario civile: la festa del Tricolore. Ogni 7 gennaio, a Reggio nell'Emilia, culla del vessillo tricolore, le forze armate e alcune tra le massime cariche dello Stato celebrano la bandiera, tra parate e discorsi ufficiali – spesso nell'indifferenza del Paese e della stessa città emiliana.

 

La nascita della bandiera tricolore italiana affonda le radici nell'epoca prerisorgimentale, in quell'ultimo scampolo del XVIII secolo in cui gli ideali illuministici videro il loro culmine nell'esplosione rivoluzionaria in Francia. Plasmata sul modello della coccarda tricolore francese, nata nel luglio 1789 in una Parigi scossa dai primi passi dei sommovimenti rivoluzionari, la bandiera tricolore veniva adottata in un congresso dei deputati delle città di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio come vessillo della Repubblica Cispadana, prima delle “Repubbliche sorelle” della Francia repubblicana formata dai territori strappati ai duchi estensi e allo Stato pontificio dalle truppe napoleoniche.

 

Reggio è già insorta contro il potere degli Este, le truppe francesi sono entrate in Italia già nell'aprile del 1796. La parola "unificazione" corre già tra i circoli intellettuali e giacobini di tutta la penisola, legata indissolubilmente a utopie egualitarie come quella di Gracchus Babeuf e Filippo Buonarroti. Nel giro di pochi mesi la Repubblica Cispadana vede allargare i propri confini alla Lombardia. La nascita della Repubblica Cisalpina con capitale Milano segna una tappa delle evoluzioni rivoluzionarie: l'Austria viene sconfitta sui campi di battaglia dell'Italia settentrionale, ma le difficoltà interne e gli equilibrismi del governo repubblicano spingono Napoleone, assurto sempre più al ruolo di protagonista, a concludere il Trattato di Campoformio, con cui gli Asburgo riconoscono lo stato rivoluzionario in cambio di Venezia, Istria e Dalmazia.

 

Dagli ambienti dei patrioti italiani, la decisione francese è accolta con delusione e rabbia. L'accusa di commerciare i popoli aleggia nell'aria, mentre la penisola è scossa dal passaggio delle truppe francesi che rovesciano il governo del papa, quello dei Savoia e quello dei Borbone. La bandiera tricolore si fa foriera di rivoluzione, trasformazioni sociali e aspirazioni comunitarie, ma questi valori saranno destinati a sfumare di fronte all'appropriazione fattane dalla dinastia postasi alla guida del processo unificatore.

 

 

Ripercorrendo la storia del Tricolore sempre più ci si dimentica dell'origine di quelle tre bande verticali che inneggiavano alla libertà, all'uguaglianza e alla fratellanza tra i popoli senza distinzioni religiose e, almeno sulla carta, di sesso e di 'razza' – recita il lavoro “Viaggi della memoria” dedicato al tema dall'Istituto Istoreco di Reggio Emilia, organismo affiliato alla rete Parri – il governo di un'antica famiglia nobiliare come quella dei Savoia modellerà un'altra politica segnando anche la cultura e l'immaginario fino ai nostri giorni, come dimostra la dicitura 'azzurri' per gli sportivi, eredità dello stemma sabaudo”.

 

Simbolo nei moti ottocenteschi, l'adozione da parte dai Savoia ne avrebbe raffreddato l'identificazione da parte della popolazione italiana. Il regime fascista, appropriatosene in funzione nazionalistica ed imperialistica, avrebbe posto infine la sua pesante ipoteca, impedendo un riconoscimento comunitario dietro all'emblema di una nazione prostrata da vent'anni oscuri e vergognosi, dilaniata da una guerra civile e risorta – con tutti i difetti del caso – attraverso una lotta eroica quanto minoritaria in una Repubblica democratica parlamentare. Strappato lo stemma della casata Savoia, il tricolore finiva per uno Stato spesso visto da molti come lontano, o ancora peggio oppressore nelle agitate acque della prima storia repubblicana. 

 

Il disamore e la diffidenza verso questo simbolo da parte di una larga fetta della popolazione sarebbero stati mitigati dalle sole imprese sportive, momenti in grado di spingere ogni italiano, a prescindere dall'appartenenza politica e sociale, a tirare fuori la bandiera dal cassetto. Non fu un caso la scelta dell'allora imprenditore “prestato alla politica” Silvio Berlusconi di sfruttarne il potenziale elettorale, defraudando nuovamente una componente della comunità nazionale – quella a lui ostile – della possibilità di incitare i propri beniamini al grido di “Forza Italia!”.

 

Posto ora a presidiare il territorio, issato sulle aste di ogni ufficio pubblico o su case e balconi di privati cittadini, il tricolore “rivaleggia” con vessilli che incarnano diversi sentimenti identitari, simboleggiando sensi d'appartenenza inconciliabili, spesso contrastanti. Non è raro, nelle nostri valli, vederlo sostituito dal bianco-rosso tirolese, con una frequenza sempre maggiore man mano che ci si sposta a nord e ai territori a maggioranza tedescofona - dove la bandiera provinciale riprende i colori tirolesi.

 

Non a caso all'Adunata degli Alpini organizzata a Trento in occasione del centenario della fine della Grande Guerra, alle finestre degli uffici pubblici la Provincia scelse di esporre solo il vessillo provinciale bianco-amaranto. Non solo qui, però, il tricolore viene "bistrattato". La metamorfosi nazionalistica della Lega non cancella dai libri di storia i provocatori usi della bandiera suggeriti dal leader Umberto Bossi.

 

Se ne deduce che una ricorrenza strettamente istituzionale come quella odierna, istituita con la legge n.671 a fine 1996, 200 anni dopo l'adozione da parte dei repubblicani emiliani, non trovi e non possa trovare alcun radicamento nella popolazione. Ciò dice molto – vista l'importanza dei simboli – sul difficile rapporto tra gli italiani e lo Stato, e tra gli italiani e la Nazione. Lontano dalla gente, il tricolore sventola sui palazzi del potere o giace in qualche angolo recondito delle case degli italiani, in attesa della prossima vittoria sportiva.

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