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In gabbia per denunciare le violenze sui migranti: “Voglio mettere le persone di fronte a una realtà che non vogliono vedere”

L’esibizione è andata in scena in centro a Trento, l’anonimo artista ha scelto di trasformare sé stesso in un messaggio: “Ho promesso a chi è rimasto intrappolato nella rotta dei Balcani che avrei fatto sentire le loro voci”

Di Tiziano Grottolo - 06 marzo 2020 - 20:39

TRENTO. Un uomo chiuso in una gabbia, ai suoi piedi la bandiera dell’Europa, mentre in sottofondo passano le storie di migranti intrappolati nella così detta rotta dei Balcani, quella che per alcuni è diventata una gigantesca prigione a cielo aperto. È questa la scena che in molti si sono trovati ad osservare nel centro storico di Trento, questo pomeriggio, in un misto di stupore e curiosità. L’artista che ha messo in atto questa performance preferisce non essere citato “meglio dare spazio al lavoro svolto assieme al collettivo”.

 

Il gruppo si chiama Collettivo Checkmate e nasce dall’unione di tre ragazzi provenienti da città distanti e percorsi di vita molto diversi tra loro, ma con lo stesso identico “mal di frontiera”. “Ad alcuni viene il mal d’Africa – spiega l’artista – il mal di frontiera invece, viene a coloro che rimangono intrappolati. Una frontiera che in questo caso è quella sorvegliata da migliaia di militari e poliziotti pronti a tutto pur di impedire a gruppi di disperati di varcare le frontiere dell’Unione europea: “Quando vedi che, oltre alla frontiera, lasci dietro di te migliaia di persone, allora non puoi più far finta di nulla”.

 

È proprio da qui che nasce l’idea della performance messa in scena in via Garibaldi “non riesco a chiudere gli occhi, non posso fingere che tutto questo non esista”, racconta l’artista che per tutto il 2018 ha viaggiato lungo le rotte dei Balcani tra Serbia e Bosnia ed Erzegovina. “Un viaggio che non è mai terminato, portarli in Europa non si può altrimenti si viene incriminati per favoreggiamento all’immigrazione clandestina, le loro voci però posso portarle con me, possono varcare la frontiera ed entrare nelle nostre città”.

 

 

 

 

Nella babele di lingue e di storie che si possono incontrare nei Balcani si può conoscere gente che arriva da ogni parte del mondo, Bangladesh, Pakistan, Afghanistan, Iran, Iraq, Palestina, Siria, Nigeria, Marocco, Algeria e Tunisia, ma che inevitabilmente rimane intrappolata nell’imbuto balcanico: “Arrivano immaginandosi di trovare diritti e solidarietà ma in realtà trovano solo le botte e violenze della polizia”. Il confine che corre dall’Ungheria alla Croazia infatti si sta militarizzando ogni giorno di più, se Budapest ha fatto costruire un vero e proprio muro e squadre speciali si servono anche di cani per rintracciare i migranti, Zagabria spende cifre astronomiche per dotare la polizia di ogni mezzo necessario a braccare i richiedenti asilo. Così li stessi droni che ad esempio in Trentino si usano per salvare gli alpinisti dispersi in montagna nei Balcani diventano strumenti altamente tecnologici per dare la caccia alle persone.

 

La performance dal titolo “InterRotte”, un gioco di parole che serve a stigmatizzare le violenze perpetrate ai confini dell’Ue e allo stesso tempo per richiamare il senso di costante movimento a cui i migranti sono costretti, un concetto rimarcato anche dal carattere itinerante dell’esibizione che nei prossimi giorni si terrà a Rovereto, Brescia e Torino. “Ho scelto di espormi – precisa l’artista anonimo – perché fin ora sono già stati scritti fiumi di parole, ma stampare l’ennesimo articolo di denuncia mi pare inutile, ho voluto provare a sfondare quel muro di silenzio che avvolge queste vicende. Io stesso – continua – mi sento intrappolato nella frustrazione di non sapere cosa fare, così ho voluto portare la voce dei migranti direttamente per le vie delle nostre città, in modo che potessero arrivare anche a chi si mostra indifferente, per mettere le persone di fronte a una realtà che non conoscono o che preferiscono non vedere”.

 

 

Così l’uomo ha scelto di trasformare sé stesso in un messaggio: “Quando a distanza di qualche anno sono tornato nei Balcani ho ritrovato alcune persone nello stesso punto dove lo avevo lasciate, oggi è diventato difficilissimo varcare il confine, così ho promesso loro che almeno avrei provato a far sentire le loro voci e raccontato le loro storie”.

 

Fra i messaggi che l’artista vuole lanciare ce ne è anche uno che punta il dito contro l’atteggiamento ipocrita dell’Unione Europea che finanzia per miliardi di euro un paese come la Turchia che alla prima occasione utile sfrutta i migranti come arma di ricatto, spingendoli ad ammassarsi lungo i confini con la Grecia. Con le scene che abbiamo visto nei giorni scorsi fatte di violenze e dove almeno uno dei migranti che stava provando ad attraversare il confine è stato ucciso da un colpo di arma da fuoco, sparato, con ogni probabilità, da un poliziotto greco.

 

“Oggi lo straniero è percepito come un virus da combattere – conclude l’artista –ma è lo stesso articolo 2 della nostra Costituzione a ‘richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale’, questo è uno dei pilastri della nostra Repubblica e credo che sia il minimo che possiamo offrire”.

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