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"No hablo ladino": il cantautore Felix Lalù lancia il primo disco della storia completamente in noneso

E' un album ma non solo, il quarto disco di Felix Lalù, autodefinitosi il "secondo più grande cantante noneso della storia". Fotografia della Val di Non, raccoglie racconti, illustrazioni, disegni e canzoni dedicate al luogo natale dell'irriverente cantautore e artista. "Ironia e miseria umana per raccontare la valle"

Di Davide Leveghi - 22 gennaio 2020 - 16:05

TRENTO. Si definisce il “secondo più grande cantautore dialettale noneso vivente”, Oscar De Bertoldi, in arte Felix Lalù, giunto al quarto album ma al primo scritto e cantato esclusivamente in dialetto noneso. Il titolo parte della polemica sul riconoscimento della “ladinità” del noneso, ma ascoltandolo ci si rende conto che è molto di più. Tanto che su questa polemica, l'artista esprime un giudizio piuttosto netto: “Non mi interessa niente – garantisce – men che meno se la questione è solo un pretesto per ricevere soldi. Non a caso non ho chiesto alcun fondo alle varie istituzioni e ho deciso di fare tutto da solo, solo così, infatti, ho potuto toccare tutti i temi che volevo, restituendo una fotografia della valle”.

 

No hablo ladino” si accinge a compiere un mese dalla propria uscita, lanciato nella Vigilia di Natale come “regalo personale alla Val di Non, o ancora meglio al noneso, che si meritava un disco”. Presentato in luoghi tutt'altro che comuni, in veri e propri “agguati musicali” all'insaputa dei clienti - “una farmacia, una casa per anziani, una parrucchiera, una banca, un verduraio, 3 supermercati, 2 alimentari, una macelleria, una salumeria, una lavanderia a gettoni”, e così via... - ha ottenuto un'accoglienza decisamente positiva.

 

D'altronde Felix, musicista navigato, è sicuro: questo è il suo miglior album. “In tanti mi hanno fatto i complimenti – continua – e sono convinto che sia il disco più coerente e completo, in cui ci sono gli arrangiamenti migliori, le voci sono più mature. La mia è una maturazione lenta. Ho 40 anni, suono da 25 e da 20 scrivo canzoni, ma questa di sicuro è la mia opera migliore”. L'approdo al dialetto, di contro, non arriva solo adesso.

 

È un percorso lungo quello che porta al quarto LP. “Già un quinto delle mie canzoni, più o meno, sono in noneso – racconta – e la scelta di pubblicarne uno interamente in dialetto è nata dalla mia partecipazione nel frattempo a diverse edizioni del concorso di poesia 'Os dal nos'. Ogni anno ho creato una canzone nuova e arrivato a 10 ho fatto un album. La differenza sta nel fatto che le vecchie canzoni che ho cantato in dialetto erano goliardiche, giocose. Tuttavia relegare il dialetto a canzoni solo goliardiche è un po' mortificante per una lingua. Per questo nel disco ci sono canzoni vere di poesia seria, che raccontano storie della valle”.

 

Musica, racconti, illustrazioni, fotografie e perfino un piccolo glossario di noneso. Il nuovo disco di Felix Lalù non si esaurisce nelle sole canzoni. Accompagnato da uno spesso libretto raccoglie racconti e scaglie di “nonesità”. “Vuole essere una fotografia della Val di Non contemporanea – spiega l'artista – lontana dalle produzioni culturali finanziate dal pubblico che presentano la valle solo dalla prospettiva dell'identità e della tradizione. Per me l'identità di costruisce anche nel presente. Il noneso ha una doppia identità, quella tradizionale della valle e quella di gente collegata al resto del mondo”.

 

Ritengo che whatsapp ad esempio abbia fatto molto di più per l'identità nonesa di non tutti questi prodotti culturali – continua – perché l'applicazione impara le parole. Quando scrivo in noneso a degli amici, il correttore mi suggerisce le parole. Mantiene viva la lingua, dunque”.

 

E proprio in quella lingua – o dialetto che dir si voglia, l'ardua sentenza ai glottologi – ma sempre con il testo a fronte in italiano, si esprime l'intero “prodotto” di Felix Lalù, dalle canzoni ai contenuti, i più disparati, che compongono il libretto. “Nella mia carriera di musicista e pittore ho avuto modo di farmi molti amici artisti. A loro mi sono rivolto per raccontare la Val di Non. Ci sono il rapper fuggito dalla valle per cercare fortuna a Milano, un amico espatriato in Francia, dei cantautori non trentini, il sindaco di Predaia, uno storico, una sociologa e tanti altri”.

 

L'idea è di raccogliere racconti controversi che non celebrino la Val di Non come un posto bellissimo né come un posto terribile. Non c'è una spinta promozionale ma la volontà di restituire una fotografia. Si parla di tutto, della violenza domestica, dell'alcolismo, d droghe, di botte, di un latitante, di scrivere nella neve con la pipì, di fare i finti montanari. Ci sono l'ironia per strappare un sorriso e far pensare, e c'è tanta miseria umana, intesa come condizione in cui tutta l'umanità si trova”.

 

Tra le 10 canzoni, Felix ne suggerisce una, indicandola come la preferita. “'Arent a ti' è la canzone che centra meno con le altre. È un tango accompagnato al pianoforte a coda dal cantautore veneto Dodicianni. E' dedicata a mia moglie Francesca, che è milanese e capisce il noneso ma non lo parla bene. È la terza canzone che le dedico, lo faccio per costringerla a impararlo bene”.

 

Scrivere in dialetto, in fondo, ha i suoi vantaggi. “Non solo è una lingua più musicale rispetto all'italiano e con cui è più facile far rime – conclude – ma ha anche il vantaggio che ti permette di fare le cose più fighe mai fatte. Posso dire di aver scritto la prima canzone reggae in noneso della storia, o la prima canzone grunge in noneso della storia. Di prepotenza mi infilo nei libri di storia”.

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