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Quando in guerra le strade erano fango e i camion inutilizzabili. "I treni portatili correvano su binari smontabili, come ferrovie giocattolo"

L'appassionato pedavenese Mario Bottegal ha dedicato un libro ad un tema decisamente poco conosciuto ma molto affascinante: i treni portatili. "Ferrovie portatili della Prima guerra mondiale" è un lavoro che cerca di ricostruirne utilizzi e caratteristiche sui vari fronti della Grande Guerra. "Potevano essere posati sulle strade per portare tutto ciò che fosse necessario alle truppe"

Di Davide Leveghi - 28 ottobre 2020 - 16:25

TRENTO. La Grande Guerra rappresentò il primo importante momento in cui l’uomo si sarebbe reso conto delle potenzialità distruttive della tecnologia. L’avanzamento e la maggiore efficienza degli armamenti non era cosa nuova, ma quando il conflitto mobilitò grandi masse di uomini questa maggiore efficacia e potenza delle armi significò portare la carneficina ad un livello ancora superiore, un livello totale, se vogliamo.

 

La totalità di questo nuovo tipo di guerra, che in maniera ancora più significativa si sarebbe sperimentata nel Secondo conflitto globale, si manifestava anche nel convertire ogni produzione in senso bellico. Ogni creazione o prodotto tecnologico doveva servire agli scopi della guerra, non c’era spazio per altro. E così, lungo quelle rotaie che avevano guidato lo sviluppo impressionante del secolo precedente, cominciarono non solo a correre dei convogli carichi di soldati, di armi o di rifornimenti (in senso contrario di feriti, chiaramente), ma pure vagoni corazzati che erano essi stessi armi da “scaricare” sul nemico.

 

Meno conosciuti, i treni portatili rappresentarono uno strumento molto pratico e diffuso, convertito proprio da fini tutt’altro che bellici all’utilizzo sui vari fronti del conflitto. Noti in Italia con il nome di ferrovie Decauville, dal nome dell’ingegnere francese che ne propose un modello di fortuna, i treni portatili sarebbero stati utilizzati per superare le difficoltà di trasporto su strada e permettere così di raggiungere i fronti abbattendo i costi e i rischi.

 

Tema affascinante e poco studiato, quello dei treni portatili è stata sviscerato da Mauro Bottegal, appassionato originario di Pedavena, nota località del Bellunese, che ha raccolto i suoi studi nel volume “Ferrovie portatili nella Prima guerra mondiale”. “Non credo che esistano altri lavori sul tema in italiano – spiega Bottegal – nessuno se n’è mai occupato. Raccogliendo informazioni attraverso altri appassionati, allora, ho deciso di riunire varie notizie sulla questione, così come immagini e disegni, che in alcuni casi ho fatto io stesso sulla base di vecchie foto”.

 

 

Fondamentalmente le ferrovie portatili non erano altro che delle ferrovie i cui binari potevano essere spostati come quelli dei treni giocattolo – continua – appoggiati a terra, servirono principalmente per scopi industriali, anche se poi nella Grande Guerra vennero adattati a finalità militari. Lungo la linea Maginot (costruita dopo la Grande Guerra proprio per evitare che si ripetesse l’invasione tedesca, ndA), ad esempio, lungo i tunnel o negli stretti passaggi tra una fortificazione e l’altra o tra le polveriere e le batterie correvano queste ferrovie. I treni erano elettrici”.

 

 

“Come sappiamo, quando scoppiò la Grande Guerra sarebbe dovuta essere una guerra lampo. Così non fu e divenne una guerra di trincea. Le ferrovie portatili servirono pertanto a trasportare sui fronti le armi o qualsiasi cosa che servisse in quel momento, dall’acqua alle medicine. Erano mezzi che non potevano contare su una grande velocità ma che di contro risolvevano non pochi problemi”.

 

Le comunicazioni, infatti, non potevano certo contare su strade asfaltate e utilizzabili a prescindere dalle condizioni meteorologiche, così come i camion del tempo non erano certo paragonabili ai furgoni che ora vediamo scorrere anche nelle strette viuzze di campagna. “In una relazione di un ufficiale statunitense giunto sul fronte francese – spiega l’autore del libro – si descrive come le strade non fossero in grado di sostenere il grande traffico di camion che dovevano andare avanti e indietro dal fronte. L’unica soluzione efficace non potevano che essere le ferrovie portatili, poggiate proprio su quelle strade percorse dai camion”.

 

Sul fronte austro-italiano ce ne sono diverse. In Trentino, ad esempio, se ne segnalano tra Malè e Passo del Tonale, a proseguimento della ferrovia che procedeva da Trento alla Val di Sole. Così anche tra Riva e Sarche. Ve n’era una a Trento, che probabilmente connetteva dei depositi, e una sopra Rovereto. Italiani, francesi e tedeschi usavano modelli che prima servivano per l’industria, con uno scartamento di 60 centimetri, attaccati a locomotive a vapore o a benzina e con carrelli a 2 assi”.

 

 

“Ma sono gli austro-ungarici che più di tutti si dimostrano strepitosi con questi mezzi – prosegue Bottegal – per guadagnare in leggerezza utilizzavano infatti un altro tipo di ruota e uno scartamento più largo. Inventarono un treno automotore, che non necessitava di una locomotiva ma aveva su ogni vagone un motore a benzina e un generatore, così da poter affrontare meglio le pendenze. Ne venne costruito uno che dalla Val Pusteria arrivava a Cortina e poi a Calalzo. In Bucovina, poi, ve n’era uno capace all’occorrenza di sopportare il peso dei treni veri e propri che venivano smontati e caricati per trasportarli da un’altra parte. Questi treni, inoltre, potevano anche andare su strada, cambiando semplicemente le ruote”.

 

La fortuna avuta nel corso della guerra, però, piano piano sfuma con gli anni a venire. La tecnologia supera questo tipo di mezzo. “Dopo la Grande Guerra vengono in gran parte venduti – conclude l’autore – se ne trovano in India, in Argentina, in Australia, perfino in qualche sperduta isola del Pacifico. Usati per la ricostruzione, i treni portatili vengono poi venduti ai privati. L’Italia, da parte sua, ne porterà anche nelle colonie africane. Molti di questi treni, nondimeno, subiranno delle modifiche che ne hanno stravolto l’aspetto”.

 

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