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Dai “martiri di Chicago” alla strage di Portella della Ginestra: storie della Festa dei lavoratori

I fatti del maggio 1886, quando a Chicago la polizia sparò ed uccise diversi manifestanti accorsi per un comizio sindacale, ispirarono la richiesta di dar vita ad una giornata internazionale dei lavoratori. Con l’anno successivo, in tutto il mondo, si cominciarono a tenere dei raduni che innestavano in vecchie tradizioni popolari le lotte per i diritti. E per questo, il primo maggio è festa da sempre avversata dai potenti

Di Davide Leveghi - 01 maggio 2021 - 08:55

TRENTO. Era il primo maggio del 1886 quando diverse città statunitensi vennero percorse da manifestazioni operaie. La richiesta, ovunque, era la stessa: la giornata lavorativa deve durare 8 ore. In uno dei centri industriali più importanti del Paese, Chicago, organizzazioni sindacali, socialisti e anarchici organizzano un raduno. La folla è immensa e si contano circa 80mila partecipanti.

 

La principale città dell’Illinois, d’altronde, è scossa continuamente dalle agitazioni operaie. Le condizioni di lavoro sono pessime, i salari miseri, i turni massacranti. Per questo i lavoratori che partecipano alle manifestazioni sono tantissimi e la tensione crescente, tanto che, arrivato lunedì 3 maggio, di fronte allo sciopero continuato dei lavoratori della fabbrica di macchine agricole McCormick, la polizia cerca di entrare con la forza.

 

Ci sono dei morti: gli agenti sparano agli scioperanti che picchettano i cancelli e sul terreno rimangono due lavoratori morti e molti altri feriti. Tra i sindacati e le organizzazioni operaie si decide subito di convocare un comizio di protesta. Il luogo? Haymarket square. Di fronte a 2500 operai, il giorno successivo, i leader sindacali August Spies, Albert Parsons e Samuel Fielden si avvicendano. I toni sono accessi ma la folla è calma. Una scelta deliberata della polizia, improvvisa e inspiegabile, è però destinata a cambiare le sorti di quel pomeriggio.

 

Mentre l’ultimo oratore sta parlando, infatti, la polizia invita i presenti a disperdersi. Comincia a marciare verso le centinaia di lavoratori rimasti fino alla conclusione del comizio e mentre s’avvicina un ordigno raggiunge la prima fila di agenti. Nello scoppio rimane ucciso un poliziotto e i suoi colleghi, a quel punto, aprono il fuoco. Ne moriranno altri sette, tutti raggiunti dal fuoco amico. Tra la folla accorsa a seguire il comizio, invece, muoiono quattro persone. Moltissime altre, però, rimangono ferite dai colpi sparati all’impazzata e in pochi scelgono di recarsi all’ospedale per farsi curare.

 

La paura delle ritorsioni è infatti fortissima e quel timore, già dalle ore successive agli scontri, si concretizza. In città scatta l’isteria antioperaia. Si cacciano i sindacalisti, gli anarchici e i socialisti, che a decine vengono arrestati e sbattuti in carcere. Per otto di loro, tra cui gli oratori di piazza Haymarket, si monta un processo. Una vera e propria farsa – tanto che a sei anni di distanza il governatore dello Stato avrebbe riconosciuto che le prove erano inconsistenti, la volontà era di colpire in maniera esemplare il movimento dei lavoratori. La sentenza? Per metà di loro è l’impiccagione, mentre per altri le manifestazioni operaie riescono a ottenere la commutazione della pena in ergastolo.

 

I “martiri di Chicago” offrono il “primo sanguealla causa operaia, statunitense come europea. A tre anni di distanza, l’American federation of labour propone che il primo maggio si trasformi nella giornata internazionale dei lavoratori e la Seconda Internazionale accetta. Nel Congresso di Parigi si invitano le organizzazioni operaie e socialiste a promuovere per l’1 maggio dell’anno successivo delle grandi manifestazioni e una giornata di festa.

 

Niente lavoro, dunque, ma una festa che innestasse in tradizioni popolari già assodate e secolari (dal mondo anglosassone a quello latino), legate ai cicli naturali e alle stagioni, le lotte per i diritti dei lavoratori. Non a caso la giornata ha subito un successo incredibile, trovando davanti a sé le reazioni smodate del potere.

 

“Disertate o falangi di schiavi/ dei cantieri da l’arse officine/ via dai campi su da le marine/ tregua tregua all’eterno sudor/ Innalziamo le mani incallite/ e sian fascio di forze fecondo/ noi vogliamo redimere il mondo/ dai tiranni de l’ozio e de l’or”, recita la canzone dell’anarchico Pietro Gori. E non è un caso che un tiranno, Benito Mussolini, avesse proprio eliminato la festa, sostituendola con il “Natale di Roma”. Alla celebrazione internazionalista dei lavoratori doveva subentrarne una ben più comoda e meno pericolosa: quella che celebrava l’Impero romano, progenitore del nuovo Impero fascista.

 

Ma anche caduto il fascismo, l’Italia avrebbe assistito in questa giornata alla furia dei padroni contro le masse lavoratrici. L’1 maggio del 1947, a Portella della Ginestra, un raduno di contadini viene sconvolto dalle fucilate sparate dalla banda del criminale Salvatore Giuliano. Sul campo rimangono undici morti, altri moriranno nei giorni successivi. Tanti i feriti.

 

Se sulla “mano” che aveva sparato venne fatta chiarezza, diverso fu il discorso per i mandanti. La violenza mafiosa si andava tuttavia ad abbattere su un movimento che compattamente aveva manifestato la propria predilezione per il Blocco del popolo nelle elezioni regionali del 1947, maggioritario nell’aula consiliare siciliana – guidata però dalla Dc. I vecchi equilibri non dovevano essere cambiati.

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