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La Pat toglie ore di pratica alla scuola professionale? Chef Gilmozzi deluso: ''E' sbagliato: per la politica conta solo chi ha una laurea?''

Lo chef stellato Alessandro Gilmozzi dopo aver appreso della decisione della Provincia di togliere ore di pratica alla scuola professionale: "Passa il messaggio che chiunque può svolgere questo lavoro, basta un porta piatti. E' il momento di capire che il mondo dell’hotellerie e della ristorazione richiedono operatori capaci e preparati"

Pubblicato il - 24 giugno 2021 - 21:11

TRENTO. "Il nostro lavoro è fatto di piccole e importanti ritualità che non si imparano con la testa china su un libro". Così lo chef stellato Alessandro Gilmozzi dopo aver appreso della decisione della Provincia di togliere ore di pratica alla scuola professionale: "Il nostro mestiere si impara immergendosi nel lavoro vero e proprio, vivendone la quotidianità si impara a gestire l’ospite, l’imprevisto e ad applicare la convenzione di ciò che è il mondo del turismo, della ristorazione, dell’ospitalità. E' arrivato il momento di capire l'importanza di valorizzare la singola attitudine".

 

Punto di riferimento della ristorazione locale, Gilmozzi è chef stellato e nel corso della carriera ha ricevuto numerosi riconoscimento come i "Tre cappelli" nell'ambito de "I ristoranti e i vini d'Italia", la guida dell'Espresso.

 

"La scelta di un istituto professionale - dice lo chef - lascia già intendere una predisposizione o per lo meno un interesse mirato alla professione. Professione, che con questa scelta, non si può nemmeno assaporare. Il mondo dell’accoglienza richiede uno studio costante, ci porta alla ricerca continua del miglioramento, dell’evoluzione. Porta con sé soddisfazione ma anche tanto spirito di sacrificio al fine di rincorrere l’eccellenza: è un mestiere che si può vivere solo se c’è passione".

 

Il grande chef non nasconde il disappunto sulla decisione di ridurre le ore pratiche nelle scuole professionali e così ha deciso di mettere nero su bianco le riflessioni per cercare di trovare una soluzione alternativa e un cambio di direzione. "Come fanno i nostri ragazzi a capire se questo può essere il loro futuro se non diamo loro la possibilità di sperimentarlo? Così facendo non rischiamo di preparare il terreno alla delusione, talvolta al senso di inadeguatezza anziché far riscoprire nuovi talenti e nuove consapevolezze?".

 

La lettera in forma integrale

 

“Il nostro lavoro è fatto di piccole ed importanti ritualità che non si imparano con la testa china su un libro”.

 

Il nostro mestiere si impara immergendosi nel lavoro vero e proprio, vivendone la quotidianità si impara a gestire l’ospite, l’imprevisto e ad applicare la convenzione di ciò che è il mondo del turismo, della ristorazione, dell’ospitalità. Si impara sbagliando, con le importanti correzioni e suggerimenti da parte di chi, da anni, custodisce i segreti del mestiere.

 

Davvero crediamo che nozioni di algebra o di storia della letteratura siano la sola via per mostrare e padroneggiare cultura? Davvero stiamo comunicando ai nostri ragazzi tramite questa scelta politica che imparare libri a memoria sia l’unica e più importante via di realizzazione?

 

Credo nelle sfumature di passioni ed attitudini, credo che manualità, senso pratico e creatività non valgano meno dell’attitudine allo studio “classico”. Ogni ragazzo ha il diritto di trovare la propria strada ed eccellere nel campo che più lo appassiona: tenendo degli studenti seduti ore su un banco, può trovare soddisfazione chi, dotato di altra attitudine, viene costretto a percorrere una strada che non è la sua?

 

D’altronde la scelta di un istituto professionale lascia già intendere una predisposizione o per lo meno un interesse mirato alla professione. Professione ahimè, che con questa scelta, non si può nemmeno assaporare. Il mondo dell’accoglienza richiede uno studio costante, ci porta alla ricerca continua del miglioramento, dell’evoluzione. Porta con sé soddisfazione ma anche tanto spirito di sacrificio al fine di rincorrere l’eccellenza.

 

E' un mestiere che si può vivere solo se c’è passione: come fanno i nostri ragazzi a capire se questo può essere il loro futuro se non diamo loro la possibilità di sperimentarlo? Così facendo non rischiamo di preparare il terreno alla delusione, talvolta al senso di inadeguatezza anziché far riscoprire nuovi talenti e nuove consapevolezze?

 

E' giunto forse il momento di capire che è importante valorizzare la singola attitudine, è giunto il momento di capire che il mondo dell’hotellerie e della ristorazione richiedono operatori capaci di stare al passo con la richiesta di sempre maggior padronanza, preparazione e competenza. È innegabile il fatto che nessuno può affermare che la cultura generale non sia importante, ed ora più che mai è importante conoscere le lingue straniere, ma anche queste ultime si possono imparare con stage formativi, magari all’estero nella vicina Austria, in Inghilterra.

 

Togliendo ore di pratica svalutiamo inoltre una competenza, con questa decisone passa un messaggio ben chiaro: il cameriere o il maître non saranno più parte di un’orchestra, non racconteranno più l’esecuzione di una pietanza, non la serviranno più con attenti accorgimenti, passa il messaggio che chiunque può svolgere questo lavoro, basta un porta piatti.

 

Non è assolutamente così e questo vale per il cameriere, per un cuoco e per tutte le figure professionali del settore.

 

Vorrei capire quindi dalla nostra classe politica se per loro, conta solo chi è provvisto di laurea, o, in alternativa, se anche chi ha altra attitudine ha la possibilità di realizzarsi, sperimentare e di trovare la propria soddisfazione.

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