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Quando il Canale di Suez venne bloccato per 8 anni e i 15 equipaggi della ''Flotta Gialla'' si sfidarono alle ''Olimpiadi''

Durante la Guerra dei sei giorni il colonnello Nasser, che guidava l’Egitto, diede un taglio netto e con detriti, navi affondate e mine bloccò il passaggio. Il Canale rimase chiuso fino al 1974. Intanto 15 navi rimasero bloccate e siccome la legge del mare dice che una nave abbandonata diventa proprietà di chi ci sale a bordo gli armatori imposero ai marinai di restare a bordo. E così su una nave inglese si giocava a calcio, su una svedese c'era la piscina i film si guardavano su quella bulgara e vennero anche organizzati dei ''Giochi Olimpici'' 

Pubblicato il - 29 March 2021 - 17:13

di Raffaele Crocco per Atlante delle Guerre

 

Non poteva che essere gialla, quella flotta strana, occasionale, messa insieme da una guerra, dal caso e da un canale che, per quanto grande, può sempre diventare troppo stretto. D’altro canto era il 1967. L’anno dopo, di giallo ci sarebbe stato il sommergibile dei Beatles. Gialle erano le 2 Cavalli alternative. Gialli erano i fiori messi nei cannoni. Gialli i grandi cappelli delle ragazze. Quindi gialla, anche quella flotta di 15 navi bloccate nel Canale di Suez nel giugno del 1967.

 

Rimasero lì per la guerra che Egitto e Israele – ma anche Siria, Giordania e Iraq – si stavano facendo per controllare proprio quel canale. E’ diventata famosa come “Guerra dei sei giorni”. Per quella Flotta Gialla di 15 navi durò invece fino al 1974, un anno dopo la fine di un’altra guerra, quella dello Yom Kippur. Cosa accadde? Semplicemente che rimasero intrappolate. L’Egitto aveva reagito chiudendo entrambe le estremità del canale. Voleva impedire a Israele, che la guerra la stava vincendo, di usarlo, visto che aveva occupato tutta la sponda orientale. Così, il colonnello Nasser, che guidava l’Egitto, diede un taglio netto e con detriti, navi affondate e mine bloccò il passaggio.

 

E chi era dentro, era dentro. C’erano appunto quelle 15 navi, che navigavano non tanto tranquille verso nord. Impiegarono tre giorni – tre giorni mentre attorno c’era la guerra – per capire che da lì non sarebbero uscite. Una, l’SSOBserver, rimase isolata. Si ancorò, solitaria, nel lago Timash. Le altre 14 rimasero assieme e si fermarono nel Grande Lago Amaro.

 

Ora: non dovete pensare che siano veri laghi. Sono semplicemente, come dire, degli “slarghi” del canale, dei punti più larghi. Il Grande Lago Amaro è in assoluto il più grande. Le 14 navi si ancorarono e cominciarono ad aspettare. Erano le MS Djacarta e MS Baleslaw Bierut polacche, le britanniche MV Scottish Star, MS Port Invercargill, MS Melampus, MS Agapenor , la MS Vasil Levski bulgara, la MS Sindh francese, le svedesi MS Nippon e MS Killara, la MS Lednice cecoslovacca, le tedesche MS Munsterland e MS Nordwind e la statunitense MS African Glen.

 

 

Divenne evidente che da lì era tutt’altro che semplice andarsene, la situazione politica non lo consentiva e il canale non veniva liberato. La Flotta era ferma. Ingialliva: la sabbia del deserto, portata dal vento, faceva diventare le navi sempre più gialle. Gli equipaggi dovevano rimanere a bordo, per assicurare che le navi non si deteriorassero e, soprattutto, che nessuno ne potesse prendere possesso. Per la legge del mare, una nave abbandonata diventa proprietà di chi ci sale a bordo. Così, gli armatori inviarono le scorte alimentari e i pezzi di ricambio. Gli equipaggi si attrezzarono per sopravvivere. Inventarono la vita di bordo, si tenevano in contatto con casa, cercavano di capire che fare: erano prigionieri senza sbarre.

 

Ad ottobre accadde qualcosa. Gli ufficiali e i rappresentati degli equipaggi di tutte le 14 navi si ritrovarono sul Melampus. Tutti d’accordo fondarono la “Great Bitter Lake Association”, libera associazione per darsi supporto, aiuto e fare incontrare gli equipaggi. La cosa suona bene, ma allora era tutt’altro che scontata. Erano gli anni della Guerra Fredda, della contrapposizione fra Stati Uniti e Unione Sovietica. Insomma, non era facile, perché le navi venivano da entrambi gli schieramenti. Invece, funzionò.

 

 

Per mesi vennero organizzate partite di calcio sulla nave più grande, la MS Port Invercargill. I film erano a carico dei bulgari del mercantile Vasil Levsky. La svedese Killara aveva una piscina. Le funzioni religiose, invece, venivano celebrate su una nave della Germania dell’Ovest, la Nordwind. Vennero anche emessi francobolli, bellissimi, che nessun Paese a parte l’Egitto riconosceva, ma che circolavano con il consenso di tutti, per permettere ai marinai di scrivere alle famiglie. Oggi sono ricercatissimi dai collezionisti.

 

 

Arrivò il 1968 e la Flotta Gialla pensò bene di organizzare dei “Giochi Olimpici”, visto che quelli veri erano in programma a Città del Messico. Si svolsero regolarmente, con varie discipline, pesca compresa.

 

 

Ci sono foto bellissime delle regate veliche: uomini in costume da bagno, sorridenti, su barchette a vela, che si sfidano fra i cargo ancorati. Il medagliere vide il trionfo della squadra polacca.

 

 

Come fini? Bene, per fortuna. Con il tempo – nel 1969 – le navi vennero raccolte in gruppi per volontà degli armatori: così servivano meno membri dell’equipaggio per mantenerle. Iniziò una rotazione degli uomini, ogni tre mesi tornavano a casa, fino al 1972, quando gli ultimi – quelli della motonave tedesca – furono rispediti in patria.

 

 

La manutenzione delle navi venne affidata a una ditta norvegese e quando nel 1974 il canale venne riaperto erano pronte ed iniziarono a tornare a casa. Il 24 maggio 1975 le navi tedesche Münsterland e Nordwind raggiunsero il porto di Amburgo acclamate da oltre 30.000 persone. Della Flotta Gialla rimane il ricordo, come esempio di come gli esseri umani in difficoltà siano in grado di darsi aiuto, di fare squadra, di stare assieme. Mentre Suez torna aperto, dopo 6 giorni di chiusura che sono sembrati anni nel mondo veloce e iperconnesso di oggi, anche se solo per un incidente, questa resta una bella storia da raccontare.

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