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Riforma delle pensioni e scontri in Francia: ''Lì la protesta in strada è storicamente legittimata. Per Macron il Paese vive sopra l'asticella rispetto al contesto attuale''

La tensione è altissima in Francia dopo la riforma delle pensioni approvata dal governo. Il docente di francese all'Università di Trento, Jean Paul Dufiet: "C'è una tensione demografica importante: si è passati da 4 a 1,7 lavoratori attivi per ogni pensionato"

Di Luca Andreazza - 29 marzo 2023 - 16:00

TRENTO. "La riforma delle pensioni gioca un grande ruolo in queste proteste ma le manifestazioni aggregano diverse tensioni". A dirlo a Il Dolomiti è Jean Paul Dufiet, docente di francese all'Università di Trento. "L'inflazione alta, i salari bassi in alcuni settori e la crisi climatica. L'innalzamento dell'età lavorativa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso perché la sensibilità è cambiata rispetto alla vita, al tempo libero e alla volontà di realizzare sé stessi, soprattutto a fronte di posti di lavoro spesso percepiti come insoddisfacenti".

 

La Francia brucia dopo che il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, e il governo hanno varato la riforma delle pensioni. Da giorni proseguono scioperi e proteste, anche violente e con duri scontri in piazza.

 

"Le reazioni a queste decisioni - commenta Dufiet - sono piuttosto fisiologiche e non sono mai positive, nessun governo ha mai avuto il consenso dei cittadini. A differenza di altri Paesi però la popolazione risponde sempre in modo forte e violento. La Francia non chiude un bilancio in pareggio dal 1974 e il governo sostiene che la nazione viva sopra i propri mezzi in un contesto economico difficile e aggravato dalla decisione di alzare i tassi. Macron reputa che ci siano troppi sussidi e aiuti senza che a questo corrisponda una produzione in grado di sostenere lo status sociale".

 

I sindacati, soprattutto quello più rappresentativo, non sono però d'accordo. "Una grande differenza di vedute", spiega Dufiet. "Il governo pensa che queste rivendicazioni non siano in linea con le esigenze di un mondo contemporaneo e con la situazione economica: entro il 2030 ci potrebbe essere un deficit di bilancio insostenibile. Inoltre c'è una tensione demografica importante: si è passati da 4 a 1,7 lavoratori attivi per ogni pensionato. Le parti sociali invece sostengono che la situazione sarà relativa a gestibile".

 

In Italia la pensione d'anzianità è fissata a 67 anni, mentre Parigi ha deciso, con forza, di passare da 62 a 64 anni ma "il comportamento è molto diverso. Una reazione di questo tipo ha diverse radici", evidenzia Dufiet. "Il popolo francese è, forse, un po' viziato: vuole tutti i benefici di una società moderna senza però obblighi e disagi; poi ci sono varie legittimità: quella del presidente della Repubblica e del parlamento, della democrazia sociale e quella delle proteste in strada. Quest'ultima fa parte della nostra storia e le ragioni affondano anche nel metodo con cui si affrontano le questioni: se in Italia e in Germania la politica è mediazione, in Francia è soprattutto scontro".

 

A gettare benzina sul fuoco anche il ricorso all'articolo 49 comma 3 della Costituzione. "Questa norma - aggiunge Dufiet - mette in gioco il presidente della Repubblica e il governo. Non è una forzatura e il parlamento vota la fiducia: se c'è una maggioranza alternativa si rovescia l'esecutivo. Tantissime leggi importanti in Francia sono passate in questo modo: la precedente riforma della contribuzione sociale era passata per appena 3 voti. Certo, politicamente Macron, che alla Camera ha solo la maggioranza relativa, esce un po' indebolito e fragile, avrebbe dovuto avere un appoggio maggiore da parte dell'opposizione ma una ventina di esponenti del partito gollista, forza da sempre favorevole a una misura di questo tipo, si sono sfilati per lotte di potere e equilibri interni".

 

La tensione è alta, difficile interpretare i prossimi passi. "Molto può dipendere anche dalla Corte costituzionale che deve verificare la norma e può bocciare alcuni passaggi. La storia dice poi che in caso di scontri così forti le leggi, anche se approvate, possono non essere applicate. E' già successo in passato e non è raro", conclude Dufiet.

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