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"Come se fosse morto mio padre". Le voci dei poveri al funerale di padre Fabrizio

Cattedrale gremita per l'addio a Fabrizio Forti. Il vescovo: "Facciamoci carico insieme della mensa e del carcere"

Di Donatello Baldo - 19 ottobre 2016 - 13:13

TRENTO. Al funerale in Duomo di padre Fabrizio Forti c'erano tante persone. La sua bara era circondata dal picchetto della polizia penitenziaria, il cappuccino era infatti cappellano del carcere di Spini e questa mattina la salma è transitata dal penitenziario per permettere ai carcerati di rendergli omaggio. In chiesa c'erano amministratori e politici, tanti volti noti, persone importanti. Ma c'erano soprattutto i poveri. C'erano i senzatetto che ogni giorno partecipavano alla sua mensa.

 

Tra le navate i volti segnati di chi vive in strada, i cappotti logori di chi li usa come coperta, i capelli sporchi e l'odore di cicche e vino. I volti stranieri di ragazzi neri, di immigrati, dei giovani di piazza Dante. Quel mondo strano che di solito occupa una piccola porzione di marciapiede, quel brutto mondo che di solito schiviamo. Quelli della Trento città del degrado, quelli che ci disturbano chiedendo l'elemosina, gli ex carcerati colpevoli per sempre, quelli che si bucano e che bevono fino a sfinirsi e perdere la dignità.

 

Ma oggi quei reietti di dignità ne avevano da vendere. Col cappello in mano e gli occhi lucidi, confusi tra la gente, si sono messi in fila e hanno percorso la navata centrale per salutare la salma di padre Fabrizio. Hanno pianto il loro amico. Hanno detto grazie per l'ultima volta a chi ha saputo amarli veramente. 

 

Simone è di Aldeno, lui aspetta fuori: “Andavo a trovarlo spesso, era un mio amico. Un mio grande amico, forse il più grande che avevo”. La sua voce si incrina un po' ma non vuole darlo a vedere. Tossisce per dissimulare il magone e si accende una sigaretta: “Sono stato in carcere e mi ha aiutato tanto, mi è stato vicino, non mi ha mai lasciato solo”.

 

Djibrel è della Costa d'Avorio. “Certo che conosco padre Fabrizio. Noi tutti qui lo conosciamo perché lui ha saputo darci una mano senza mai avere paura, senza mai giudicare, senza fare distinzione. Lui era felice di volerci bene, e  oggi siamo qui per ringraziarlo per tutto quello che ha fatto per noi. Anche cose piccole, anche una sigaretta, anche una parola, Come stai, Di dove sei, anche una medicina per il mal di testa”.

 

Davanti alla porta del Duomo altre persone. Sami è algerino: “Non ho mai conosciuto una persona così, era buono, aiutava tutti”. È commosso Sami: “Oggi è come fosse morto mio padre. Giovedì scorso sono stato in mensa e l'ho visto per l'ultima volta – racconta - gli ho tirato come sempre la barba per scherzo, lui ha sorriso e come sempre mi ha chiesto se anche questa volta mi fossi asciugato le mani in quel modo.”

 

Kamal e Mahdi lo dicono entrambi: “Padre Fabrizio è già in paradiso perché le persone buone vanno in paradiso. Si preoccupava di noi, ci mandava dal medico, ci faceva parlare con gli avvocati. Ci difendeva”.

 

Il vescovo Tisi, che ha celebrato la messa, ha detto nell'omelia che “la lezione di frate povero, servo dei poveri, che ci ha donato padre Fabrizio è un regalo per tutti. Tra i tanti poveri che egli ha servito, un posto tutto particolare hanno avuto le nostre sorelle e i nostri fratelli carcerati”. Il vescovo poi, “umilmente”, si rivolge non solo alla Chiesa trentina ma “a tutti gli uomini e donne di buona volontà, credenti e non”.

 

Voglio fare una proposta – dice Tisi - assumiamoci, come comunità, la responsabilità di farci carico dei poveri e dei carcerati del nostro Trentino. La profezia di padre Fabrizio diventi la profezia dell’intera Chiesa e dell’intera comunità trentina. Facciamoci carico, tutti insieme, della mensa e del carcere. Sarebbe il più bel regalo che possiamo fare a padre Fabrizio Forti. 

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