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Dai 164 chili (ben portati eh) alla rinascita. Come il cibo mi ha "sedotto" ed è diventato la mia droga (parte1)

Ero un bambino normale, che s'è sviluppato molto in altezza e faceva sport. Poi tra Topolini, colazioni, il cibo emiliano della mamma da 84 chili, passai piuttosto velocemente a 115 e poi ancora più su. Dalle occhiate furtive in spiaggia alle tute larghe e fascianti quando il cibo si trasforma in ossessione

Di Gabriele Biancardi - 25 agosto 2017 - 19:00

Ho mangiato il mondo.

 

Ci siamo, poche ore e una sala operatoria spalancherà le proprie porte a me. 164 chili, ben portati eh, ma sempre due sacchi di cemento di troppo sulla schiena da portare in giro, sempre. Poche ore e avverrà quella che chiamano rinascita, cioè il regalarsi una seconda possibilità di vivere da persona “normale”. Ma io mi sono sempre ritenuto tale, certo non proprio intelligentissimo per carità, ma bene o male nella norma. Ma poi ricordi che se tu non ci arrivi che sei fuori da questa famosa “norma”, ci pensano gli altri a sottolineare il tutto. Battute, scherzi, occhiate nascoste. Allora capisci che la “normalità” non la decidi tu, ma tutti gli altri. Poche ore e a questo mio corpaccione che negli anni ho spesso usurpato, andrà in mano al professor Tirone, al Dott. Carrara e all’equipe che praticherà la Sleeve gastrectomy, nome in codice per quello che è: riduzione dello stomaco.

 

Imprinting.

 

Ho pochissime foto di quando ero bimbo, primo perché i miei genitori non possedevano una macchina fotografica e poi perché non sono mai stato amante dei ritratti in voga allora, sempre seriosi, come se ti fosse appena morto il gatto. Ho alcune istantanee appena nato e poi un paio verso il 7/8 anni quindi si va direttamente al dopo militare. Senza fare alcun vittimismo, ero davvero un bambino brutto, con due orecchie che potevano captare Capodistria e la tv svizzera italiana. I capelli non seguivano la moda, ma soltanto lo spazio temporale tra un taglio e l’altro: corti cosi durano di più.

 

Ho sempre avuto battaglie con i denti, storti, grandi e dolorosi, insomma, brutto si, ma estremamente magro. In una foto fatta a Venezia, con la camicetta annodata in fondo, avrò avuto 8/9 anni,  mi si contano le costole, a scuola non sono mai stato il “ciccione” da prendere in giro, semmai quello più grande, si, mi sono sviluppato in altezza piuttosto precocemente e mentre accadeva questo, non capivo che una volta smesso di andare in vetta, con quello che mangiavo, mi sarei allargato. Senza sosta, senza limiti. Mia madre è di origini emiliane, con tutto quello che comporta, i grassi, lo strutto, il burro erano parte integrante della “dieta”. Inoltre non esistevano stagioni, estate o inverno, c’era sempre una merenda piuttosto sostanziosa e a pranzo e cena, primo e secondo, la verdura che fa bene e il dolce per finire.

 

La colazione, dato che era la benzina per tutta la giornata, doveva nutrire una scuderia di fanteria. Se non possiedi un metabolismo da sherpa himalayano è difficile sopravvivere a questo. Non do nessuna colpa a mia madre, lei è uscita dalla guerra, dove il cibo era di primaria importanza, imbandire ogni pasto era la rivincita, era sconfiggere la paura che si potesse stare senza mangiare. Era la vittoria. Altro fattore importante, ho imparato a leggere a 5 anni, sui Topolino, sempre mentre mangiavo. E’ un piacere che anche ora mi concedo quando mangio da solo. Topolino e cibo, pastasciutta al ragù: “Dammene ancora perché non ho finito la storia”… Insomma, sono riuscito a passare indenne l’infanzia e tutta l’adolescenza, anzi, fino ai 21 anni posso dire che avevo un fisico piuttosto accettabile, facevo molto sport e la natura ancora non aveva chiesto i danni.

 

Poi è iniziata la fase critica.

 

Di solito non ti preoccupi se aumenti di qualche chilo, magari hai smesso di praticare tutto quello sport e quindi sai che appena ritorni a farlo, (mai) tornerai bello come il sole. Il Dna ha sempre il suo perché, bastava guardare mia madre, lei ha sempre sofferto di pinguedine, ma le mamme hanno tutto il diritto di essere grassocce, non devono mica sfilare!  E poi era segno di benessere di salute! Mio fratello maggiore mi avrebbe seguito, seppur in tono minore, su questa scalata al peso, ma anche per lui era ancora presto. Da 84 chili, passai piuttosto velocemente a 115, ancora non ero preoccupato, giocavo a tennis, certo invece di due ore, magari ne facevo una che finivo respirando come un mantice, ma volutamente ignoravo il problema, a 28 anni sono problemi che non ti poni. Ricordo una gita a Siena da un caro amico, aveva appena aperto una palestra, per gioco mi pesai, non credevo ai miei occhi: 140 chili!

 

Mi sembrava impossibile, eppure le tre cifre erano li, davanti a me in tutto il loro splendore! Fu la prima volta che affrontai la cosa con un pochino di preoccupazione, ero intorno ai 32 anni e una volta tornato a Trento, cominciai di nuovo a fare movimento, mi sembrava che andasse bene, ma la tavola aveva un che di ipnotico, mi chiamava, il cibo mi seduceva e senza che me accorgessi, lievitavo come un pandoro (il panettone non mi piace). Il mio armadio intanto si stava evolvendo, da L o XL, le taglie aumentavano esponenzialmente, le X si accumulavano come schedine del totocalcio. Cominciavano i primi debitori a farsi avanti. Le vene safene si gonfiarono, cominciavano a fare male oltre al fatto che andare in piscina era piuttosto faticoso. Ma non era solo quello, in costume, in spiaggia, mi accorgevo sempre di più delle occhiate furtive, all’inizio avevo pensato che fossero i tatuaggi a far convergere gli sguardi, poi capii, quando nella spavalda e feroce verità di un bambino uscì la realtà: “perché sei cosi grosso?”.

 

Gli adulti lo pensano, magari se lo chiedono senza farsi udire, quel bambino aveva solo esposto una domanda a cui nemmeno io sapevo rispondere. Cioè, sapevo che teglie di lasagne o 2 pizze con due birre medie a cena potevano avere il loro ruolo in questo fattore. No..quello che non riuscivo a capire era il perché mi lasciassi andare cosi. Come era iniziato? Come avevo potuto permettere tutto questo? Camicie, magliette, pantaloni nel frattempo, venivano accumulati in una sorta di anta della speranza. Si, quella che ti permette di sognare che un giorno tu possa usarli ancora. Che tu possa alzarti dal letto agilmente, fare una sana colazione e poi via, ad arpionare il mondo, ovviamente senza sudare. La realtà è diversa, quando sei obeso, alzarti al mattino è una piccola impresa, hai dormito ovviamente con la bocca aperta perché soffri di apnee notturne, quindi la stessa al mattino è secca come la pelle di un cammello. Ci metti di più di un “normopesato” a lavarti, sai, la superficie è diversa. 

 

Poi devi vestirti, ti accorgi che ami improvvisamente le tute sportive, non certo per il loro impiego originale per cui sono nate..no no..le ami perché non hanno una cintura che ti scarnifica i fianchi, le adori perché non ti ricordano che sei grasso. Le tute da ginnastica non ti chiedono di praticare quello per cui sono state create. Certo, hai dei pantaloni da mettere, ho scoperto una marca molto figa che oltre ad essere belli, sono fascianti al punto giusto, ma a parte il fatto che costano un botto, dopo qualche mese che camminando sfreghi le cosce come due amanti focosi, sei costretto o a cambiarli o farli rammendare perché altrimenti rischi di procurarti abrasioni alla pelle. Il lato grave è che tu SAI perfettamente che se non fai qualcosa, sarà sempre peggio.

 

Ossessione..

 

Ma il cibo è la nostra droga, la nostra casa sicura, se qualcosa va male, mangi per consolarti, se qualcosa va bene, mangi lo stesso per festeggiare. Non puoi vincere. Faccio un lavoro per cui la “visibilità” non è importante. Sono nascosto dietro un microfono, sono protetto dall’invisibilità. Non devo per forza essere presentabile o carino. Devo solo cercare di dire cose che tengano buona compagnia e fare una scaletta musicale. Non mi deve vedere nessuno. Essere obesi ti insegna tante cose. Paradossalmente è utile per capire cosa vuol dire vivere da “diversi”. In Italia non occorre essere gay per subire ostracismo. Anche essere troppo alti, troppo bassi, troppo grassi o troppo magri. Ecco tutto fa per essere bersagliati. Ho chiesto scusa, anche pubblicamente, se negli anni dell’idiozia adolescenziale, ho espresso qualche battuta di basso livello verso i gay, era normale per la mia generazione scherzare su questo. Ho chiesto scusa nello stesso momento in cui ho realizzato cosa volesse dire essere “diversi”. 

 

Poi metti pure che un pochino conosciuto lo sono, in questo caso non so per quale motivo, tanti si sentono in diritto di fare gli “spiritosi”, anche se non ti hanno mai visto. Ho sempre cercato di essere autoironico, ci ho vissuto intere serate di presentazioni . Ma una volta finito l’eco della risata scontata, rimaneva quel gusto acre della sconfitta, del “che simpatico” che non serviva a guarire la mia mancanza di autostima. Rimaneva soltanto il dopo spettacolo, che di solito era in pizzeria.

 

LA SECONDA PARTE

 

Il commento di Carmine Ragozzino

 

 

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