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Il Trentino che accoglie, il profugo che fa il formaggio e quello che la notte lavora in panificio. "Una Goro trentina non è immaginabile"

"L'accoglienza trentina è diffusa e radicata nella comunità" afferma Andrea Cagol del Cinformi. A Dro i profughi-vigile, alle Viote il ripristino ambientale, rifugiati che assistono anziani e disabili, che fanno volontariato e lavorano

Di Donatello Baldo - 27 ottobre 2016 - 10:01

TRENTO. “La solidarietà umana c'è sempre – dice il sindaco di Avio Federico Secchi - ma la mia solidarietà va ai cittadini di Goro e Gorino. Questi episodi sono destinati ad aumentare perché la situazione è insostenibile. Prima si aiutano i nostri cittadini in stato di bisogno e di povertà - afferma Secchi - poi gli altri”.
 

Il sindaco è uno di quelli che solidarizza con chi ha issato barricate contro donne e bambini in cerca di un rifugio, uno di quelli che a Luca Zeni, assessore alle politiche sociali,  ha detto di non voler ospitare all'interno del suo Comune nessun profugo. Pronto anche lui a fare le barricate, forse solo simbolicamente, nel caso che qualche privato cittadino volesse mettere a disposizione un suo alloggio per accogliere un richiedente asilo: “Sarò in prima fila per denunciare ogni problema, ogni cosa che turbi il clima sereno”.

 

Di Goro e Gorino il ministro dell'Interno Alfano ha detto: “Questa non è l'Italia”. Potremmo dire anche noi che Avio, o perlomeno la posizione del suo primo cittadino, non è il Trentino.
 

Nel senso che nella nostra provincia l'accoglienza è praticata tutti i giorni, che sono in molti – cittadini, associazioni, enti locali, scuole – quelli che la solidarietà verso i profughi la mettono in atto in mille modi. Un mondo di piccole “buone azioni” che hanno la forza di relegare la posizione del sindaco Secchi in un angolo di solitudine. Anche Luca Zeni lo dice: “La posizione del sindaco di Avio è isolata”.
 

Ma lasciamo la politica, così lontana dalla realtà anche in questo caso. “Non riesco a immaginarmi una Goro trentina – afferma Andrea Cagol del Cinformi – qui c'è una rete di accoglienza che va ben oltre i progetti istituzionali”. Cagol lo dice con soddisfazione: “Sono così tanti gli esempi di pratiche di solidarietà e di accoglienza che nemmeno me le ricordo tutte. Sono esperienze che nascono spontaneamente dall'incontro con la comunità, dalla relazione con le persone".

 

Un esempio è quello dei profughi-vigile. Un'esperienza simile qualche tempo fa era avvenuta a Besenello, ora è il Comune di Dro a proporla. Dino Sommadossi, che segue il progetto, ci spiega che alcuni richiedenti asilo affiancheranno gli agenti e collaboreranno con loro per garantire la sicurezza ai bambini in entrata e in uscita dalla scuola. “Non si impone nulla, anzi – precisa Sommadossi – i richiedenti asilo incontreranno gli insegnanti, le famiglie, gli alunni. Si faranno conoscere e poi saranno loro a garantire la sicurezza alla nostra comunità” Loro che di solito sono accusati di essere causa di insicurezza.
 

Parlando con gli operatori che si occupano di integrazione di richiedenti asilo questa è la normalità: “Ce ne sono tanti di progetti che coinvolgono direttamente i profughi nei servizi alla comunità - ci spiegano – noi non li obblighiamo, il diritto all'accoglienza e all'asilo è dato a prescindere perché è un loro diritto ma proponiamo loro di valorizzare il tempo che trascorrono nella comunità”. In Bondone, alle Viote, sono loro che si mettono a disposizione per la pulizia e il ripristino ambientale. Poi sono chiamati come volontari nell'organizzazione di eventi: la Stongmanrun di Rovereto e il Festival della montagna, ad esempio.

 

Ma il contatto e l'intreccio con la comunità è vivo anche sullo sport. Hanno partecipato alla gara ciclistica “Eroica” con la Uisp, sono ormai coinvolti in molti tornei di calcio e di altre pratiche sportive. A Castel Fondo qualche anno fa hanno addirittura cantato nel coro della chiesa.

 

Poi ci sono le storie personali, l'integrazione che passa attraverso l'incontro diretto tra le persone, che si guardano negli occhi, si fidano l'uno dell'altro e decidono di aiutarsi a vicenda. Perché l'aiuto non è soltanto da una parte. “Ci sono storie di profughi che aiutano gli anziani in casa di riposo, che assistono persone disabili”, ci racconta un operatore.

 

E richiedenti asilo che fanno il formaggio in malga, come Chinedu che nella foto mostra con orgoglio la forma che ha prodotto nel caseificio di Lavarone, dove lavora assieme a Nouhoun. Entrambi hanno chiesto asilo in Italia e ora contribuiscono a mantenere viva la tradizione casearia locale. Altri fanno il pane in panificio, come Alì, del Pakistan, 27 anni. In un panificio del capoluogo ha svolto il tirocinio a titolo gratuito, poi il suo datore di lavoro ha deciso di assumerlo.

Tornando ai fatti di Goro e Gorino, alla rabbia montante che pullula sui social network, alla paura che viene sparsa a badilate e alla rabbia che la politica riversa in ogni occasione, un operatore dice queste sagge parole: “E' più facile dare sfogo alla rabbia che alla felicità”. 

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