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Becky Hammon, dalle esperienze in Trentino a prima allenatrice in Nba. Valentina Ciech: "Vogliamo essere giudicate per ciò che sappiamo fare"

Becky Hammon ha infranto il soffitto di cristallo quando nella notte tra mercoledì 30 e giovedì 31 dicembre è diventata la prima donna ad allenare una squadra Nba. L'ex giocatrice, passata anche dal Trentino, apre la pista per aumentare l'inclusione all'interno di un mondo prettamente maschile

Di Mattia Sartori - 04 January 2021 - 18:14

SAN ANTONIO, TEXAS. “Tocca a te”. Queste parole hanno fatto la storia della pallacanestro quando, nella notte tra mercoledì 30 e giovedì 31 dicembre, coach Popovich ha lasciato il posto da capo allenatore a Becky Hammon, che è così diventata la prima donna a guidare una squadra Nba in una partita ufficiale di campionato.

 

A 43 anni, dopo aver militato in WNba (il corrispettivo femminile della Nba) e avendo avuto molte altre esperienze oltreoceano, la ex-giocatrice di passaporto statunitense ha preso le redini dei San Antonio Spurs, facendosi carico del ruolo di capo-allenatrice durante il match contro i Los Angeles Lakers. Un evento importantissimo, forse troppo per un’epoca in cui questi avvenimenti dovrebbero essere la normalità, ma che comunque ha segnato una pietra miliare nella storia della palla a spicchi.

 

Un dettaglio probabilmente ignorato da tutti è il fatto che Becky sia passata brevemente anche dall’Italia, più precisamente dal Trentino. La sua prima esperienza oltreoceano infatti fu nel 2001-02, quando venne reclutata dalla Rovereto Basket, la squadra di pallacanestro femminile trentina, che all’epoca giocava in Serie A1.

 

“Me la ricordo come una ragazza giovanissima, ma già con grande potenziale” ricorda Valentina Ciech, allenatrice delle giovanili a Rovereto ed ex compagna di squadra della Hammon qui in Trentino. “È rimasta poco con noi, solo il tempo di giocare le ultime partite e aiutarci ad evitare la retrocessione, ma già allora si poteva capire che sarebbe diventata una grande giocatrice”.

 

Le intuizioni di allora si sono rivelate corrette e Becky è subito salpata per raggiungere grandi traguardi nella lega americana, ma non si è limitata a questo ed ha continuato a lavorare con impegno. I suoi sforzi e il suo talento sono stati riconosciuti l’altra notte, quando le è stato affidato il ruolo di capo-allenatrice e lei è riuscita a infrangere il famigerato soffitto di cristallo.

 

“Per noi donne che facciamo parte di questo mondo esclusivamente maschile è un grande taboo che viene tolto – racconta Valentina -. È ancora lontana la vera integrazione, ma speriamo che quello che Becky sta facendo possa aprire la strada verso un maggior riconoscimento ed una maggiore inclusione delle donne in questo sport e in molti altri ambiti”.

 

Il piccolo passo compiuto l’altra sera infatti, per quanto storico, è solamente questo: un piccolo passo. Ne mancano ancora molti per raggiungere una vera parità. Come Valentina spiega a ilDolomiti.it: “Nella pallacanestro c’è ancora pregiudizio verso le donne, anche in Italia dove siamo rimasti indietro sotto molti aspetti. Ovviamente quando si tratta di giocare c’è un’oggettiva differenza di fisicità (non compensata per esempio da attrezzature diverse come avviene in altri sport) che rende le partite maschili più spettacolari e più piacevoli da vedere, ma questo non significa che alle donne non possa essere riconosciuta la bravura nell’allenare anche ai massimi livelli”.

 

Si tratta solo di questo: riconoscere le abilità di una persona, uomo o donna che sia – continua Valentina -. Non chiediamo strade più facili, non chiediamo standard più bassi degli altri, vogliamo solo essere giudicate per quello che siamo in grado di fare e il ruolo di allenatore richiede delle abilità che può avere sia una donna che un uomo. Speriamo che l’esempio di Becky dia a molte società il coraggio necessario ad affidare le proprie squadre ad allenatrici che se lo meritano”.

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