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Autunno/inverno, giornate corte e freddine: tre itinerari (tra ferrate e palestrine) per non rinunciare alla montagna

Con la Via Ferrata O.Marangoni sopra Mori il finale è assicurato da una torta millefoglie, sul Sentiero delle vipere (S. Valentino) tra tracce di trincee e simpatici asinelli una camminata tranquilla e chicchiereccia, sulla Via del 92° Congresso - Cima Baone (Arco) gli attrezzi non servono se il piede è fermo e si può godere di grandi panorami
Dal blog di Lou Arranca (Alias Ivo Cestari) - 02 dicembre 2017 - 15:50

Che fare? (Problemi scottanti del nostro movimento)” non è solo il titolo di un libro di Vladimir Ilich Ulianov in arte Lenin, ma la domanda più pertinente (calza a pennello anche il sottotitolo) che il camminatore o trekker che dir si voglia, si pone nei mesi autunnali, quando cambia l’aria, in quota la neve c’è e non c’è, le giornate si accorciano sensibilmente e tra cambi di armadi, scadenze lavorative, venerdì neri, inizi di mercatini e compagnia bella, scegliere degli itinerari che si incastrino bene non è cosa facile. Non per tutti è così ovviamente, ma il sottoscritto Lou Arranca nel suo agire multitasking deve far convivere più attività.

 

Delle soluzioni comunque sono state trovate, e oggi ve ne riporto alcune che possone essere dei validi suggerimenti in attesa della Grande Stagione Invernale Che di Bianco Tutto Trasforma. Approfittando della momentanea assenza dei fidi Nick Ravannah impegnato a cercare risposte spirituali in quel di Varanasi (detta anche Benares), e Max Szgrbeny impegnato in scorribande nel Nordest alla ricerca di fatine rampicanti, con la validissima sistah Terry Jahrina abbiamo esplorato alcuni itinerari del Trentino meridionale, sconfinando oltre i confini imperiali in Lessinia.

 

PRIMA PARTE

 

  1. Via Ferrata O.Marangoni

Per chi ha pochissimo tempo e se la vuole cavare in mezza giornata senza congelarsi le mani, propongo sempre una ferratina in quel di Mori: la famosissima e untissima via ferrata “O.Marangoni” sul Monte Albano sopra il Santuario che domina l’abitato. Parcheggio comodo e gratis, avvicinamento veloce (15 minuti), attacco che filtra i maldestri o i novizi e per il resto due orette di assoluto divertimento atletico. La considero una palestrina piena di cambre, cavi d’acciaio, maniglie, scalette e tutto quell’armamentario metallico che l’ha forse snaturata rispetto al passato, ma che comunque regala qualche traverso con le terga nel vuoto e qualche parte strapiombante.

 

Ottima quindi per mantenere in azione braccia e gambe e per provare la validità delle suole delle scarpe che su questa roccia liscia come il sapone hanno il miglior test. La parte più bella per quanto mi riguarda è che le tre ore totali di escursione sono una valida scusa per fiondarsi presso la nota pasticceria del paese (non la nomino ma tutti sanno di quale parlo....) e spararsi una super fetta di Millefoglie che qui ha il suo tempio.

 

 

 

 

 

  1. Sentiero delle vipere (S. Valentino)

Anche in questo caso ce la possiamo cavare in qualche ora prima di poterci sfondare di torte presso la Malga Fos-ce, meta finale del giro. Si parte dal parcheggio dopo il Villaggio S.Valentino (dopo Brentonico) e si sale nel bosco ceduo con alcuni tratti attrezzati ma facilmente superabili (praticamente un corrimano di accaio in un paio di punti) fino al Crone di Bes. Si tocca poi la Malga Bes e tagliando a vista i prati si raggiunge la traccia che porta al Monte Corna Piana (1736 m.) dove è possibile darsi un’occhiata intorno con l’aiuto anche di un osservatorio di cime. L’itinerario è tranquillo e si ha il fiato per chiacchierare di questo e di quello.

 

Il paesaggio è ameno, con pietre affioranti dall’erba, prati, radi mughi e alberi cedui. Qualche traccia di trincee e piazzole per artiglieria e infine si raggiunge la Bocca di Creer e il rifugio Graziani. Da lì sarebbe possibile salire tramite i lunghi tornanti fino al Rifugio Altissimo, ma visto il venticello artico che spira infido, con la Jahrina procediamo lungo la strada Girardelli leggeri di bagaglio e spirito fino alla Malga Campo, ora chiusa, ma di solito meta di chi vuol fornirsi di ricotte e prodotti caseari vari.

 

Lungo la strada panoramica, anche qui incappo in gruppi di asini che ormai sono il mio tormentone di mezza montagna. Simpatiche e socievoli bestiole che stanno sostituendo le vecchie vacche (ormai fuori moda....). Il ritorno tocca nuovamente il Rifugio Graziani che ignoriamo di brutto e attraverso prati e vecchi sentieri che evitano l’asfalto, si giunge prima alla Malga Fos-ce, che una sosta la merita sempre, e infine, proseguendo sulla Strada Provinciale del Monte Baldo, la nostra amata Rifattona che ci attende al parcheggio.

 

 

 

 

 

 

  1. Via del 92° Congresso - Cima Baone (Arco)

 

La terza proposta per queste giornate corte e freddine ci porta ad Arco e più precisamente alla frazione di Chiarano. Lasciata la macchina al parcheggio dietro la chiesa, si attraversa il paese e ci si addentra nelle coltivazioni ad uliveto riuscendo anche in questo caso a perderci dato l’eccesso di segnaletica per bikers e affini. Si arriva alle famose Placche di Baone, (falesia con vie anche a più tiri per affinare la tecnica di arrampicata in aderenza) e qui, se non ci siete mai stati, intuite dove andare ma non sapete che pesci pigliare. Passata una mezzora a litigare con lo smarthone e le 14 applicazioni ivi presenti tutte dedicate all’escursionismo, spegniamo tutto e ci affidiamo al buon senso, ritrovando l’attacco della Via ben nascosta da un ulivo e soprattutto dalle reti di raccolta delle olive.

 

Si tratta di una semplice via alpinistica e non di una via attrezzata, per cui non portate set da ferrate che non serve a nulla. Chi vuole potrà sperimentare nodi e assicurazioni di arrampicata sui semplici tratti che non arrivano oltre il terzo grado. Ma anche senza nulla addosso (beh, almeno i vestiti indossateli...) se il piede è fermo e non avete vertigini, potrete portare a termine la salita senza eccessivi patemi d’animo. L’unico rischio è quello di sbucciarsi le manine data l’affilatura della pietra, solcata artisticamente dalle acqua piovane e da millenni di erosione. Come iniziamo a salire un’escursionista straniera ci chiede ululando da sotto e arrivando dalla parte più improbabile, dove si trovano ‘ste benedette Placche di Baone: rispondo in inglese affrettato di alzare gli occhi dal selciato e di seguire le voci dei climbers 50 metri più avanti.

 

Seguendo i bolli rossi, qualche tratto verticale e qualche cengia, ricordatevi che più state a destra più aumentano le difficoltà mentre a sinistra ci sono varie possibilità di varianti facili facili. In poco più di due ore si giunge alla croce e poi inizia il solito incubo della discesa quando i visibili sentieri scompaiono nel nulla e vi troverete a girare avanti e indietro nel bosco di lecci alla ricerca dell’usta che vi riporti alla macchina. Dopo qualche inutile decina di minuti riemergiamo su una strada agricola e chiediamo ad un indigeno agricolo la retta via per tornare in paese senza allungare il ritorno.

 

Come sempre nessuno sa nulla o si ricordano che un lontano parente qualche decennio prima si era inoltrato “da quella parte” manco fossimo nel bush australiano. Sta di fatto che quando siamo su placche lisce e molto oblique sotto i tralicci dell’alta tensione, ci rendiamo conto di essere sulla retta via e, mettendo a dura prova la tenuta delle caviglie, scendiamo di quota passando pure da un’antica costruzione rurale in pietra con vasche per l’acqua, che merita alcuni scatti fotografici. Sono passate 5 ore (con pause pranzo e perdita di percorso), ma siamo consci che si potrebbe fare anche in molto meno tempo.

 

Nella prossimo articolo la seconda parte con altri 3 itinerari.

 

 

 

 

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