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Adunata di Trento, un'occasione persa: dovevamo raccontare gli alpini come uomini non come soldati

L'occasione l'abbiamo sprecata tutti. Non per la retorica della guerra, che li ha visti sempre vittime di scelte scellerate. Gli italiani amano le penne nere, perché sanno che arrivano sempre dove c’è bisogno di loro. Perché cent’anni dopo ci siamo raccontati ancora le balle degli eroi che morirono in trincea, senza ricordare che morirono squartati, tenendosi le budella?

Di Raffaele Crocco direttore Atlante delle Guerre e dei Conflitti nel Mondo - 14 maggio 2018 - 06:01

TRENTO. Una festa, solo una festa. Ora che sta finendo, ora che stanno sfilando in tanti, tantissimi, per le vie di Trento, qualcosa si può dire, sperando di non passare per “nemici della patria”. Era un’adunata importante questa 91ma degli Alpini, celebrata a Trento. E’ stata l’adunata dei cent’anni dopo la Grande Guerra, un esatto secolo dopo l’ingresso degli alpini – con altri – in questa città che era sempre stata austriaca. E’ stata una occasione sprecata. Badate bene: dirlo, in questi giorni, significava passare per blasfemi. Eppure, l’occasione l’abbiamo sprecata tutti. L’abbiamo sprecata noi che da anni lavoriamo per tentare di costruire una cultura di pace reale, concreta, fatta di scelte quotidiane e condivise: non abbiamo fatto nulla, non abbiamo organizzato incontri, confronti, convegni. Siamo stati zitti a brontolare

 

L’ha sprecata la politica, che si è messa il cappello d’alpino e non ha affrontato in alcun modo il tema della guerra, del disvalore della guerra, non ha ragionato sul ruolo della politica nel costruire condizioni di vita migliori e pacifiche. L’ha probabilmente sprecata anche l’organizzazione, che ha permesso la militarizzazione di quella che doveva essere – e in gran parte è stata nei fatti – una festa popolare. Potevano raccontare e far raccontare il lavoro immenso e bellissimo che gli alpini hanno fatto e fanno affiancando la protezione civile, garantendo cure, assistenza, aiuto a chi ne ha bisogno. 

 

Hanno dimenticato la ragione per cui in molti amano e rispettano gli alpini. Non per la retorica della guerra, che li ha visti sempre vittime di scelte scellerate, costretti a morire a 3mila metri, tra i ghiacci, nel 1915 -18 e poi in Russia, a farsi massacrare in una ritirata disumana nel 1942 -1943. Gli italiani amano le penne nere, perché sanno che arrivano sempre dove c’è bisogno di loro. E’ un’idea semplice, lineare, utile. Invece no. I giorni dell’adunata a Trento sono stati giorni di esaltazione della guerra. Sui quotidiani, nell’informazione è solo un lungo inseguirsi di mostre che hanno messo e mettono in vetrina armi, che inneggiano all’eroismo degli alpini, al sacrificio dei soldati, alla grandezza – cent’anni fa - di una vittoria voluta fortemente da tutto un popolo.

 

Perché? Perché cent’anni dopo ci siamo raccontati ancora le balle degli eroi che morirono in trincea, senza ricordare che morirono squartati, tenendosi le budella, avvolti nella loro merda, mangiati da topi e pidocchi, costretti a ripararsi con i cadaveri dei compagni appena uccisi? Perché dobbiamo raccontare agli alpini di oggi che i loro nonni- commilitoni sono morti inneggiando la patria e il Re, senza dire delle bestemmie, delle morti terribili per il freddo, tra i ghiacci, in una guerra senza senso, travolti dalle slavine, uccisi dalla polmonite e dalla fame, prima che dal nemico?

 

Cent’anni dopo siamo ancora a confrontarci con la grezza, stupida, arrogante retorica della guerra e della Prima Guerra Mondiale. Non diciamo che quei milioni di morti ci furono perché avevamo aggredito un altro Paese per strappargli della terra. Noi applaudiamo gli alpini che sfilano nella retorica dei “baluardi che hanno difeso la Patria”. Cantiamo la canzone del Piave spiegando che “l’esercito marciava per far contro al nemico una barriera”. Noi quel 24 maggio del 1915 abbiamo mandato migliaia di italiani a morire invadendo un territorio, varcando l’Isonzo – non il Piave, diciamolo per favore - per occupare pezzi d’Austria. In 157 anni di storia nazionale, non abbiamo mai, mai combattuto una guerra difensiva.

 

 

Abbiamo sempre attaccato briga, andando a conquistare pezzi di imperi, pezzi d’Africa o pezzi di Balcani. Sempre all’offensiva, sempre a casa d’altri. L’unica guerra difensiva della nostra storia è stata la Guerra di Liberazione partigiana: guarda caso è quella che vogliamo dimenticare. In questa retorica da straccioni, ci siamo dimenticati di pensare un solo momento dedicato a chi è stato ed è contro la guerra. Non c’è stata una mostra ufficiale, a Trento o altrove, che ricordi i disertori, quelli che scelsero di morire per non uccidere. Non c’è un momento dedicato alle donne che tentarono di fermare le tradotte carichi di figli, mariti e fratelli destinati al macello. Niente, nulla.

 

L’adunata, l’anima della adunata, è stata quello che doveva essere: una grande festa popolare, con gente che si ritrovava e si divertiva. Resta l’amaro per l’occasione persa. Avremmo dovuto ricordare le guerre per il dramma immenso che sono, sempre. E avremmo dovuto ricordare che il coraggio degli alpini è nelle infinite volte in cui hanno lavorato per le comunità, aiutando chi era sotto le macerie di un terremoto o nella disperazione di una catastrofe. E’ nelle occasioni – tante, ovunque – in cui si danno da fare per animare la vita di borghi, quartieri e Paesi, tenendo unite le generazioni e le persone. E’ nella capacità che hanno di essere nel mezzo del mondo, come persone, non come soldati.

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