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Il reportage dei trentini a Kobane, la città che ha resistito contro l'Isis

Il primo racconto della delegazione trentina dell'associazione Docenti Senza Frontiere e della Fondazione Museo storico del Trentino. A Kobane per monitorare la costruzione dell'orfanotrofio "L'arcobaleno di Alan" finanziato dalla Provincia. "Abbiamo incontrato combattenti, amministratori, insegnanti e la locale comunità cristiana"

Di Tommaso Baldo - 10 luglio 2018 - 18:41

KOBANE. “Qui è dove li abbiamo fermati”, ci dice il ragazzo che ci fa da guida parlando in inglese, un combattente delle YPG (Unità di protezione popolare). “Questa era l’ultima zona di Kobane rimasta in mano nostra quando Daesh (l’Isis) ha preso il resto della città. The last castle. L’ultimo castello. Così lo chiamavamo”.

 

L’ultimo castello. Un pugno di palazzi sventrati dalle esplosioni e di case basse a un solo piano. Uno spazio che sarà grande non più di via Lungo Leno sinistro a Rovereto. Kobane del resto è grande proprio quanto la mia città, con lo stesso numero di abitanti, 40 mila. Oggi questa città nel Nord della Siria è quasi completamente ricostruita ma gli abitanti hanno deciso di lasciare “L’ultimo castello” così com’era al momento della fine della battaglia, di farne un museo a cielo aperto.

 

Nel settembre 2014 la città venne investita dalle orde dell’Isis, che sino a quel momento parevano invincibili. Controllavano praticamente tutto l’Iraq centrale e mezza Siria, decapitavano ostaggi e praticavano il genocidio delle minoranze religiose cristiane e yazide.

 

L’espansione del sedicente “Califfato” la si doveva all’intreccio tra la guerra civile siriana e quella irachena, al sostegno dei paesi islamici 'moderati e amici dell’occidente' come Turchia, Qatar e Arabia Saudita, alla volontà delle potenze occidentali di indebolire il regime siriano e il governo iracheno, entrambe troppo amici di Russia e Iran.

 

Quando però il mostro si era fatto troppo minaccioso nessuno sapeva più come fermarlo. Si poteva bombardarli certo, ma chi avrebbe mandato i propri soldati a farsi ammazzare per contendere loro il controllo del territorio? E così l’Isis dilagava.

 

La svolta fu proprio a Kobane. I tagliagole in nero attaccarono la città sbagliata e soprattutto la gente sbagliata. I curdi siriani erano stati pesantemente discriminati dal regime di Assad e allo scoppio della guerra civile, sotto la guida del PYD (Partito dell’unità democratica, ispirato dagli ideali di Abdullah Ocalan) avevano cacciato i suoi soldati da ampie aree della Siria settentrionale o Rojava (Kurdistan occidentale) creando forme di autogoverno democratico che coinvolgevano tutti i gruppi linguistici e religiosi di quei territori.

 

Quando l’Isis attaccò Kobane aveva carri armati e l’artiglieria nuovi di zecca, spesso catturati all’esercito iracheno. Le milizie popolari del Rojava, YPG (Unità di protezione popolare) e YPJ (unità di protezione delle donne) non avevano che Kalashnikov, granate e vecchie mitragliere sovietiche.

 

Per questo scelsero la stessa strategia dell’Armata Rossa a Stalingrado: attirare il nemico in città, combattere casa per casa, a distanza ravvicinata, per evitare che potesse dispiegare la sua potenza di fuoco. E come Stalingrado Kobane resisté per mesi, sino a convincere il comando statunitense che era l’unica occasione possibile per fermare l’Isis. Così cominciarono i bombardamenti USA mentre sulla terra la lotta si faceva più dura.

 

Le autobombe guidate da kamikaze aprivano la strada agli assalti in massa delle orde nere. Dai loro nascondigli i cecchini dell’una e dell’altra parte fulminavano chi usciva allo scoperto. Le canne dei Kalashnikov roventi a forza di sparare ustionavano le mani dei combattenti. Capitava che nella stessa casa i difensori fossero in una stanza e gli jihadisti in quella accanto.

 

Solo un muro a dividerli. Lo si attaccava a colpi di piccone per essere i primi a poter infilare il mitra nella stanza del nemico. Oggi in quelle case un muro non completamente bucato rimane ad indicare una sconfitta in quella gara mortale.

 

“A volte non sapevamo dove fossero i compagni e dove Daesh”, continua la nostra guida. “Soprattutto la notte era difficile capire quali case fossero nostre e quali loro. Così dove sentivamo urlare Allahu Akbar! Lanciavamo una granata”.

 

Nel gennaio 2015 con una manovra aggirante YPG e YPJ spezzarono le linee dell’Isis. Sulla collina di Mushtenur che domina la città vennero issate le loro bandiere con la stella rossa annunciando l’accerchiamento dei tagliagole del “califfo”.

 

Era l’inizio della fine dell’Isis. Ci sarebbero stati ancora gli attentati di Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino, Manchester, Londra e Barcellona a ricordarci che la guerra dei difensori di Kobane era anche la nostra. Ci sarebbero volute le battaglie di Mambij e di Raqqa per distruggere le centrali del terrorismo internazionale e ancora una volta il prezzo più alto sarebbe stato pagato dai ragazzi e dalle ragazze curdi e arabi con la stella rossa degli YPG e delle YPJ sulla divisa.

 

Oggi i caduti della resistenza di Kobane, ma anche i suoi  abitanti che hanno dato la vita per la liberazione di Mambij e Raqqa riposano nel cimitero militare della città. Più di 1.300 tombe, una in fila all’altra. Il prezzo della libertà. Molte contengono ragazzini e ragazzine nati nel 1997 o nel 1998 e caduti nel 2014 o 2015.

 

A vegliarle un monumento di triangoli di granito che ricorda il profilo delle montagne, perché come dice un proverbio curdo: “Nessun amico, tranne le montagne”. Da queste parti sanno bene di non potersi fidare di nessuno: non degli americani, comunque alleati della Turchia islamista che li minaccia e li assedia costruendo un muro di 600 chilometri alla frontiera con la Siria.

 

Non di Assad, con cui hanno sempre evitato di scontrarsi sul serio ma da cui non intendono farsi mettere i piedi in testa; non dei curdi iracheni e del loro governo regionale conservatore e filo-turco; non degli stati europei che hanno applaudito “gli eroi di Kobane” per poi regalare 6 miliardi di euro ad Erdogan perché si tenga  i profughi che lui stesso ha contribuito a creare.

 

Nessun amico, tranne le montagne, lo spazio di libertà in cui ogni uomo o una donna decisi a non arrendersi trovano rifugio e possibilità di continuare a lottare. Nessuno amico, tranne le montagne.

 

La delegazione trentina di cui faccio parte è qui per cercare di fare l’eccezione alla regola. I caduti di Kobane si sono lasciati dietro 800 bambini orfani di un genitore e 62 orfani di entrambe. Il progetto l'Arcobaleno di Alan che la Provincia Autonoma di Trento ha finanziato mira a dar loro una casa e una scuola.

 

No, non è buon cuore, è decenza minima. Se dimentichi gli orfani di chi ha combattuto anche per te, per quelli che dovrebbero essere anche i tuoi valori, meriti di essere lasciato solo davanti al coltello degli assassini. No, non è buon cuore, è che chi riposa nelle tombe di Kobane ha pagato il prezzo anche della nostra libertà.

 

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