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Sulle rotte dei migranti, qui Ventimiglia: "Mi sento parte di un'umanità unica"

Con un ragazzo del Sudan, uno del Brukina Faso e uno del Mali, uniti. Un mondo senza noi e loro, italiani, francesi o sudanesi. Realizzo che poi i confini ce li siamo inventati noi, che poi i confini non esistono

Di Matteo Segatta - 16 maggio 2018 - 20:34

VENTIMIGLIA.  Prima puntata del diario di On The road - Sulle rotte dei migranti tenuto da 20 ragazzi e ragazze che si sono divisi in tre gruppi per percorrere le rotte dei migranti: una verso la Francia e Calais, una verso il Sud Italia e un'altra verso la rotta balcanica e la Bosnia (QUI IL PRIMO DIARIO).

 

 

Siamo partiti da un giorno e mezzo e siamo arrivati a Ventimiglia per toccare con mano i confini, interni ed esterni, della fortezza Europa. Scende la sera su Ventimiglia. È tempo di chiusura dell’infopoint dell’associazione Operazione 20k, una rete di solidarietà e aiuto concreto per la libertà di movimento e dopo una giornata di viaggio possiamo fermarci anche noi.

 

Fermarci e pensare. Pensare alla strada fatta, alle persone incontrate. Pensare a quella frontiera, così vicina e indifferente per noi, ostacolo insormontabile per Faroug e gli altri ragazzi che popolano l’infopoint. Ci prendiamo un momento nostro, ognuno a modo suo. Mentre parlo con Faroug saltano fuori delle sedie e un narghilè. La piccola stanza si riempie di fumo e i visi si rilassano. I sorrisi si fanno più sinceri. E le lingue si sciolgono in racconti di viaggio e di vita.

 

 

Non so voi, ma a me non è mai capitato di stare seduto in un bar, o da un’altra parte, con un portoghese e uno svedese, o con un russo e uno spagnolo. I tre ragazzi si guardano e parlano come se fossero amici da sempre. Come se fossero vicini di casa più che casuali compagni di viaggio fermi nel limbo di Ventimiglia. Eppure 10.000 km di deserto dividono le case che hanno lasciato per arrivare qui.

 

Da est ad ovest. Sudan, Burkina Faso, Mali. E mentre li guardo avvolti negli sbuffi di fumo mi sento parte di un'umanità unica. Un mondo senza noi e loro, italiani, francesi o sudanesi. Realizzo che poi i confini ce li siamo inventati noi, che poi i confini non esistono.

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