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Dalla schiavitù in Pakistan alle torture a Kabul, storia di Razi un regista internazionale a Villazzano

Mohebi è uno dei registi afgani più affermati del mondo e sua moglie all'ultimo festival di Venezia ha vinto il premio Mutti. Ci racconta la sua storia dalla fuga in Iran all'arrivo a Trento per il Festival delle Religioni

Razi Mohebi sua moglie Soheila e sua figlia all'ultimo Festival del Cinema di Venezia
Di Luca Pianesi - 27 settembre 2016 - 10:06

TRENTO. Quando era bambino lo hanno venduto i trafficanti di uomini, mentre dal Pakistan cercava di arrivare in Iran; da adulto lo hanno rapito più volte, picchiato e lasciato in fin di vita per giorni interi alla periferia di Kabul; dal 2007 è stato costretto ad abbandonare il suo paese d'origine, l'Afghanistan e a vivere da rifugiato politico in Italia. Più precisamente, a Trento. Lui è Razi Mohebi regista di fama internazionale, vincitore di svariati premi nei Festival più importanti d'Europa da Venezia, a Cannes, passando per Berlino e Locarno.

 

Pochi giorni fa, a inizio settembre, sua moglie, Soheila Mohebi, proprio al Festiva del cinema di Venezia ha ricevuto il premio Mutti – Archivio delle memorie migranti, come miglior sceneggiatura per la storia “Una Casa sulle Nuvole”. Una storia difficile che affronta il rapporto tra la prima, la seconda e la terza generazione di migranti. E migranti, a loro modo, lo sono anche Razi e Shoeila che nel 2007 hanno trovato “casa” a Trento dopo aver partecipato al Festival delle Religioni. “In quel periodo stavamo realizzando un documentario sull’uccisione di tre giornaliste – racconta Razi - e mentre eravamo al “Religion Today Filmfestival” in Afghanistan la situazione è degenerata, hanno chiuso la nostra casa cinematografica, la “Razi Film House” e amici e parenti ci hanno detto che tornare a Kabul era diventato troppo pericoloso. Così con mia figlia e mia moglie abbiamo deciso di chiedere asilo politico in Italia”.

 

La storia di Razi nasce lontano, a Ghazni un villaggio poco (si fa per dire, sono circa 150 chilometri) distante da Kabul. Il padre, molto attivo politicamente e inviso al governo filo russo decise di lasciare la capitale e di portare la famiglia in luoghi più sicuri. “Io avevo tra i 5 e i 6 anni – spiega Mohebi – poi ho studiato a scuola per 2/3 anni quando nel 1979 c'è stata la rivoluzione e l'Armata rossa è entrata a Kabul. Da lì in poi tutto è andato sempre peggio. Tutto è stato bloccato. Mio padre è stato arrestato e a 14 anni, visto che la situazione era diventata troppo pericolosa, mia mamma e i miei zii mi hanno affidato a una persona che mi portasse in Iran”.

 

Ma la strada per l'Iran era lunga e piena di insidie e così Razi una volta entrato in Pakistan è finito nelle mani dei trafficanti d'uomini. “Lungo quella che in italiano si chiama la via del Sale – prosegue – in Pakistan ci sono taverne, luoghi di ristoro, rifugi, magazzini e tutto è controllato dai trafficanti di essere umani. Tutto ruota attorno al contrabbando e al mercato degli uomini. Io per mesi sono dovuto rimanere a lavorare dormire, vivere e mangiare sempre nello stesso posto. La notte dormivamo in stanzoni da 100 persone. Per fortuna una persona che io ho sempre definito magica e che ringrazierò per tutta la vita, anche se non l'ho più rivista, una notte ha aiutato me e un altro bambino a scappare e ci ha portato fino all'Iran”.

 

Lì, a fine anni '80, le scelte per un giovane erano di due tipi: lavorare “e allora – spiega Razi - dovevi andare in fabbrica o nei cantieri” o studiare “ma solo teologia. E io ho scelto questa strada. La mia famiglia mi mandava i soldi dall'Afghanistan e quindi non avevo problemi economici. Ho fatto circa 15 anni di studi coranici che però alternavo alla pittura, all'arte. Coltivavo, insomma, altre passioni. Poi tra il '97 e il '98 ho vinto una borsa di studio per entrare all'università di cinema di Teheran”. Nel 2001 poi il mondo cambia all'improvviso, per tutti. In poche ore l'11 settembre si modificano gli assetti geopolitici e si stravolgono tutti gli equilibri internazionali. Razi torna finalmente nel suo Paese a Kabul con Shoeila che aveva conosciuto in Iran. Qui fonda la “Kabul Film” e partecipa come attore alla realizzazione della pellicola “Alle cinque della sera”, premiato al Festival di Cannes nel 2003. L'Afghanistan per qualche anno rifiorisce, almeno sul piano culturale, e tra bombe e attentati rinasce una scuola internazionale di cinema, si affermano pittori e scultori, si sprigiona quell'energia intellettuale completamente azzerata dai talebani. E in questo stesso periodo Razi è assistente alla regia del film Osama, in cui, nella prima scena, si vedono sfilare centinaia di donne che rivendicano il lavoro e i più elementari diritti umani. Per quel film Razi è stato minacciato, rapito, picchiato e lasciato in fin di vita alla periferia di Kabul.

 

 

“Sono un hazara – spiega – un'etnia da sempre discriminata in Afganistan. In più di un'occasione mi hanno quasi ucciso. Anzi per molti sono morto tantissime volte. Ma invece sono ancora qui”. Nel 2007, poi, è arrivata Trento. L'invito al Festival delle Religioni e lo stop forzato a rientrare nel suo paese di origine. Da lì in poi il Trentino è diventata la sua casa e i premi come il Mutti vinto quest'anno da sua moglie a Venezia (e da lui nel 2014) gli permettono di finanziare nuove produzioni cinematografiche. Ma l'Italia, a suo modo, è diventata anche la sua prigione dorata.

 

“Abbiamo chiesto asilo politico in Italia e l'abbiamo ottenuto – racconta Razi – però nonostante siano passati quasi 10 anni ancora non abbiamo i documenti di cittadinanza italiana. Per questo andare all'estero è molto difficile. Girare in Europa è ancora possibile ma andare oltre no. Qualche tempo fa, per esempio, ci avevano invitati a Stanford per fare delle lezioni di cinema ma non siamo potuti andare. Questo è l'unico aspetto negativo della mia esperienza in Italia. Per il resto qui ho trovato tanti amici, lavoriamo e lavoriamo bene e creiamo nuove prospettive per tante persone (adesso gireranno “Una Casa sulle Nuvole” quasi tutto in Trentino). E qualche volta riesco a sentirmi anche a casa mia. La notte soprattutto. Quando è buio esco dalla mia casa di Villazzano e passeggio anche una/due ore. Le stelle, le ombre degli alberi e le sagome delle montagne, con il buio, sono uguali a quelle che vedevo in Afghanistan. E allora è un attimo volare nel mio Paese e pensare che se anche oggi la situazione è peggio che mai e che le persone sono costrette a scegliere tra il male e il peggio, le nuove generazioni hanno le qualità per cambiare le cose. E' molto difficile ma io ci credo. Le decisioni calate dall'alto non sono mai servite. Solo un movimento di popolo guidato dai giovani può cambiare finalmente il mio Paese”.  

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