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Venezuela, il golpe è servito: "Tra autoblindi, servizi segreti venezuelani e cubani e il terrore di fermarsi ai semafori, qui siamo già in dittatura"

La scorsa settimana Maduro ha esautorato i poteri del Parlamento salvo poi fare un passo indietro, formale ma non sostanziale. Da qualche giorno è scoppiata la rivolta. Il racconto (con video) di un amico de il Dolomiti (che dobbiamo mantenere anonimo per la sua sicurezza) che vive a Caracas e ci spiega cosa sta succedendo: la crisi, la violenza, la mancanza di servizi e la fame che sta affossando il Paese latinoamericano

Di Luca Pianesi - 09 aprile 2017 - 16:20

CARACAS. "E' brutto dirlo e forse in Italia farete fatica a capirlo, ma qui ci vuole un atto di forza. Una ribellione di piazza. Purtroppo a questo punto è l'unico modo perché si crei l'attenzione internazionale necessaria. Siamo in piena dittatura, a Caracas ci sono 400 omicidi ogni mese. Siamo isolati dal mondo, la gente è allo stremo, i bambini non vanno a scuola perché sono troppo deboli. Ci vuole una sollevazione interna appoggiata dalle armi di quella parte di esercito che è più vicino alla gente". E' una racconto duro e crudo quello che ci fa un amico de il Dolomiti, italiano, legatissimo al Trentino (dove ha vissuto per molti anni) e ormai da qualche decennio fisso in Venezuela.

 

Un amico che, come avevamo fatto a ottobre in occasione di un'altra intervista, dovremo mantenere anonimo per evidenti ragioni legate alla sua sicurezza (anche solo parlarci non è stato facile. Infatti abbiamo dovuto usare un'applicazione del telefono perché, c'ha spiegato, mail, telefonate e anche altre app molto diffuse, come Whatsapp, sono tutte controllate dal Sebin, il servizio d'Intelligence venezuelano). Lo abbiamo contattato dopo che, negli scorsi giorni, la Corte Suprema venezuelana con una sentenza aveva esautorato il Parlamento da ogni funzione. Perché? Perché l'assise, eletta nel 2015 e composta a grande maggioranza (112 deputati su 167) dall'opposizione, aveva votato la messa in stato di accusa di Maduro, il presidente, responsabile, secondo i parlamentari, della enorme crisi economica, umanitaria e della carestia che sta sconvolgendo il Paese. E allora ecco arrivare la Cote Suprema, controllata da Maduro, a condannare il Parlamento per "oltraggio" al presidente di fatto consegnando pieni poteri allo stesso Maduro. Insomma, per sintetizzare tutto con una parola: un golpe, bello e buono. E la protesta di piazza parrebbe essere cominciata. Ieri almeno 17 persone sono rimaste ferite negli scontri tra oppositori e la polizia a Caracas. Uno dei leader antichavisti, Henrique Capriles, è stato interdetto per 15 anni da ogni consultazione elettorale e nello stato di Miranda lo stesso Capriles ha twittato che "negli uffici del governatore siamo stati attaccati con bombe all'interno dell'edificio".

 

 

 

 

"E cominciano ad esserci i primi morti di piazza. Maduro sarebbe finito - spiega il nostro contatto - se si andasse a elezioni prenderebbe il 10/15 per cento, verrebbe spazzato via. La crisi nella quale ha gettato il Paese è una cosa senza precedenti. L'unico appoggio che ha è quello che arriva da quelli che ancora si arricchiscono col suo governo. I generali corrotti, amici dei cartelli della droga, la polizia e l'esercito che ormai fanno più paura delle bande criminali che scorrazzano nel Paese. Quelli delle forze dell'ordine e dei militari sono gli unici apparati che ancora vengono foraggiati con sempre più armi e strumenti di coercizione. Autoblindi e camionette dell'esercito e della polizia ormai controllano ogni punto nevralgico ed essere fermati da loro è davvero pericoloso. Noi stranieri fino a qualche mese fa ci organizzavamo per avere guardie private. Adesso non è più possibile, non possiamo più permettercelo nemmeno noi. Prima di uscire di casa ci si fa il segno della croce e si spera di non essere bloccati dalla polizia che nella migliore delle occasioni chiede 'un contributo', una mazzetta, nella peggiore, spara".

 

 

 

Come sparano anche le bande criminali. "Io vado a lavorare prestissimo. Cerco di non uscire dopo le 6 del mattino - prosegue - così da non dovermi confrontare con il traffico. Se c'è traffico, infatti, c'è il rischio di doversi fermare ai semafori perché agli incroci passano altre macchine. E i semafori sono posti pericolosissimi. In un attimo saltano fuori persone armate e ti portano via tutto, compresa la macchina. Anche in quel caso, nella migliore delle ipotesi. Chi viene solo rapinato è considerato un fortunato". La violenza è, ovviamente, anche frutto della povertà nella quale versa la stragrande maggioranza della popolazione. Il nostro contatto ci spiega che se uno stipendio medio corrisponde a circa 40.000 bolivar, che al cambio ufficiale dovrebbero corrispondere a circa 4.000 dollari, al mercato nero valgono, in realtà, circa 10 dollari. Bastano a comprare un chilo di caffè e due chili di riso, o pochi chili di pasta.

 

"Insomma bastano a sopravvivere per pochi giorni - racconta ancora - anche se adesso è il momento delle sardine. Chi vive vicino al mare riesce a comprarne con 1.000 bolivar delle buone quantità. Sono le sardine, in questo momento, l'alimento che più sta aiutando, parte della popolazione, a non morire di fame". Per il resto la sopravvivenza della gente ruota attorno al mercato nero, ai bahaqueros, quelli che vanno all'alba a comprare più cose possibili nei supermercati e come delle formiche (i "bachaco" in indio) le portano via per rivenderle a prezzi iper maggiorati, e ai pacchi del governo, "quelli gestiti dai Clap, il Comitato Local de Abastecimiento (fornitura ndr) e Produzione - ci spiega - in sostanza scatoloni con dentro pasta, latte in polvere, sardine, caffè, generi di prima necessità. Un modo per il governo di comprarsi la gente con l'assistenzialismo che ha sempre caratterizzato e rovinato questo Paese. La verità è che la gente rovista nella spazzatura. E vive di espedienti. Gli ospedali mancano dell'80% delle medicine. Le emodialisi non vengono più garantite. Chi ha problemi di reni se li tiene. Se si è malati e si va negli ospedali si viene fatti sdraiare per terra, se si è fortunati si divide un letto. Ormai anche i medici cubani se ne sono andati".

 

Cubani? Chiediamo stupiti. "Eh già - risponde lui -. Qui per anni parte dei servizi venivano garantiti grazie all'appoggio della Cuba di Castro. Tantissimi medici erano cubani, come cubani erano buona parte dei servizi segreti. Al Sebin venezuelano, infatti, s'è sempre affiancato il G2 cubano. La polizia politica castrista era infiltrata ad ogni livello. E ancora adesso ci sono loro moltissimi cubani al servizio del governo. Per esempio all'aeroporto, l'ultima volta che sono andato all'imbarco per i voli internazionali, c'erano anche i cubani a fare i controlli. In cambio Venezuela regalava a Cuba centinaia di migliaia di barili di petrolio. Ora che è morto Fidel, però, il rapporto di dipendenza e affiliazione con Cuba è molto cambiato. Per questo il Venezuela è sempre più isolato. E sempre più isolato è lo stesso Maduro. In caso di rivolta non so da chi potrebbero essere accolti lui e i suoi sodali".

 

 

La rivolta, dicevamo, come ultimo strumento di liberazione. Pochi giorni fa la Corte Suprema ha fatto un passo indietro dopo che la procuratrice generale, Luisa Ortega Diaz non ha potuto far altro che bollare la decisione della Corte come "una chiara rottura dell'ordine costituzionale". "Ma è fumo negli occhi - conclude il nostro amico trentino - Ortega Diaz, poi, è sempre stata molto vicina a Maduro. E' un balletto che fanno per rassicurare l'opinione pubblica internazionale, come quando vedete le manifestazioni in maglietta rossa pro governo. Sono tutti dipendenti pubblici che vengono caricati sui pullman e che se non partecipano perdono il lavoro, la pensione, ogni diritto. Qui l'unica soluzione è una ribellione civile. E, mi spiace dirlo, ma per riuscire servono le armi dell'esercito, serve un atto di forza. Gli universitari manifestano e poi scompaiono. Non tornano più a casa". Però qualcosa, ormai, s'è rotto definitivamente tra il regime e il suo popolo come dimostrano queste immagini che c'ha mandato lui stesso.

 

 

 

 

Il tempo stringe ma prima di lasciarlo dobbiamo chiedergli lui cosa ci stia ancora a fare lì, in un Paese che ci descrive essere allo sbando più totale. "Devo vendere le ultime proprietà che mi restano - conclude - e sistemare alcune questioni con i passaporti. Gli uffici dicono che non c'è più la carta per stamparli. Sono in attesa di sviluppi ma in non molto tempo me ne andrò. Sarei già tornato da tempo se mi fosse stata garantita la pensione che mi spetta dopo aver lavorato per anni. Ma l'Italia, come la Spagna e il Portogallo, hanno stipulato degli accordi internazionali per i quali a dover pagare dovrebbe essere proprio il Venezuela. Il problema è che il governo di Maduro non paga niente a chi se ne va. Ora l'Inps e lo Stato italiano stanno trattando per sbloccare la situazione. Ma da due anni chi è tornato a casa ha perso anche il suo diritto alla pensione. Il Venezuela, ormai, è un enorme buco nero. Nero come il petrolio che per decenni ha tenuto in piedi il Paese e che oggi siamo addirittura costretti ad importare".     

 

 

 

 

 

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