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Cultura | 15 ottobre 2026 | 12:00

"Gli artisti più geniali che ho conosciuto erano estranei al piacere sessuale". Vittore Grubicy de Dragon, non solo artista ma anche motivatore culturale

L'aspetto fisico, come lo si vede in foto o nei numerosi ritratti che gli amici artisti gli dedicarono, contribuirà a cucirgli addosso la veste del patriarca. Un profeta dalla barba lunga e arricciata, una guida saggia, una sorta di mentore protettivo, in grado di promuovere e sostenere economicamente coloro in cui credeva. Nel dare, pretendeva di non essere deluso, provocando reazioni, contrasti, crepe, talvolta vere e proprie fratture

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Vittore Grubicy de Dragon con la dovuta cadenza da pittore dipinse una decina d'anni: una decina di anni in tutto come Van Gogh, ma con meno foga e una diversa temperatura interiore. C'è da dire che, a differenza dell'olandese, altri dieci li impiegò per modificare i propri quadri, mosso da un corrosivo senso di insoddisfazione. Molti altri aspetti separano i due artisti: Vittore, ad esempio, preferì inserire i propri soggetti tra i rossori di un crepuscolo che col calare del giorno opacizza ogni tono; Vincent, al contrario, tormentato e sovraeccitato, chiedeva alla luce di arroventare il soggetto, così da renderlo simile ai propri stati d'animo.

 

Un parallelismo forzato, quello con Van Gogh, suggerito da alcune coincidenze. Come quella che vede entrambi imboccare la strada della pittura dopo aver abbandonato la carriera di mercanti d'arte, professione mantenuta dai loro rispettivi fratelli: Alberto, un anno più giovane e Theo quattro anni più vecchio.

 

Con alle spalle studi di formazione umanistica, il trentatreenne Vittore affrontò il cavalletto dopo aver tanto visto e scritto, ma senza una regolare formazione accademica. In parte, così, fu anche per Van Gogh, il quale - ventottenne - aveva già avuto modo di irrobustire la propria coscienza visiva. Ed è forse per questo che, nell'impossibilità di raccontare la spregiudicatezza degli esordi, nelle loro prime prove si percepisce un'andatura preoccupata, talvolta incerta, di sicuro frenante.

Leggere le lettere di Van Gogh, oltre a essere un'esperienza umanamente decisiva, significa entrare con le parole dentro al cuore della sua pittura, e di percepirne con gli umori, la lucidità dei propositi e del pensiero. Con Grubicy - dal 1885 collaboratore in alcune riviste in qualità di critico d'arte - accade qualcosa di simile, solo che egli, attraverso le parole, assume un ruolo diverso, capitanando e spronando gli artisti legati da contratto alla sua galleria milanese nella rotta del Divisionismo. Si parla di Giovanni Segantini, di Angelo Morbelli, di Emilio Longoni e altri ancora. Ciò accade dopo aver molto viaggiato in Europa: Londra, Parigi, Anversa, osservando, intuendo, soprattutto frequentando. Tra i pittori della Scuola dell'Aia troverà gli stimoli più intensi, stringendo una serie di amicizie decisive. Due nomi per tutti, sempre per rafforzare il gioco delle coincidenze: se Theophile de Bock, il cui "temperamento" artistico era apprezzato da Van Gogh, gli regalò la prima scatola di colori a olio, sarà Anton Mauve - di Van Gogh cugino acquisito e precettore privato nei mesi della formazione - a incoraggiarlo, offrendogli i primi rudimenti artistici.

 

Nato a Milano il 15 ottobre 1851, figlio di un barone ungherese caduto in disgrazia, al momento della morte del padre dovette inventarsi un lavoro, all'interno di una famiglia numerosa. Fu a quel punto che, attratto dagli ambienti della Scapigliatura, anch'egli insofferente nei confronti del conformismo accademico, individuò la possibilità di andare ancora oltre, percorrendo una strada tutta italiana capace di sviluppare teorie e sollecitazioni percepite durante i numerosi viaggi. Nel 1876 apre la galleria.

Ha un disegno ben preciso. Scriverà Longoni: "Vittore Grubicy ha portato il Divisionismo dall'estero. Sta facendo in modo che Segantini, Morbelli e me lo pratichiamo noi stessi". Più che l'indole del commerciante, subito manifesta un temperamento visionario. Tanto è vero che il fratello Alberto, entrato in società col ruolo di contabile, dal retro della scrivania faticherà a far quadrare i conti. Il suo credo nell'arte è assoluto, inscalfibile, non meno la bontà del proprio agire.

 

L'aspetto fisico, come lo si vede in foto o nei numerosi ritratti che gli amici artisti gli dedicarono, contribuirà a cucirgli addosso la veste del patriarca. Un profeta dalla barba lunga e arricciata, una guida saggia, una sorta di mentore protettivo, in grado di promuovere e sostenere economicamente coloro in cui credeva. Nel dare, pretendeva di non essere deluso, provocando reazioni, contrasti, crepe, talvolta vere e proprie fratture.

 

Dopo aver affermato che "l'arte è la forma più pura dell'amore" arriverà a dire: "Gli artisti più intensi e geniali che ho conosciuto erano, dal più al meno, tutti astinenti e alcuni anche estranei al piacere sessuale. Questo stato - sia pure anormale – di ipertensione nervosa che fa vibrare lo spirito dell'artista nella visione della bellezza e nel desiderio di comunicare il godimento ai propri simili riproducendola è la chiave di tutto". Difficile commentare, senza andare col pensiero al diversamente sazio Picasso e a tanti altri.

Nel momento in cui, nel 1890, le frizioni con il sempre più preoccupato fratello Alberto porteranno alla separazione, Vittore abbandonerà il mercato dell'arte, lasciando un vuoto che molti faticheranno a riempire: "Ho qui dei quadri che avrebbero bisogno dei tuoi consigli" gli scriverà da Miazzina il pittore Achille Tominetti.

 

Quel doloroso frangente, oltre a spaccare in due l'intera famiglia, aveva creato una separazione netta all'interno della sua biografia: un prima e un dopo. Nel prima, sommariamente riassunto, c'è quello che abbiamo raccontato, nel dopo, altrettanto sommariamente descritto c'è il Vittore Grubicy pittore: non isolato, ma proiettato in tele mai del tutto risolte. "Tu sai per quanti anni consecutivi e quante volte ho rimesso sul cavalletto le stesse tele", scriverà a Benvenuto Benvenuti, suo fido discepolo, nonché, al momento della morte nel 1920, esecutore testamentario.

 

Quelli che dipinge, sono in prevalenza paesaggi. Molti di questi sono realizzati dal 1892 al 1898 durante i soggiorni a Miazzina, piccolo paese posto a settecento metri di altitudine sopra al Lago Maggiore, ospite di Tominetti: "Miazzina era una balconata naturale sull'acqua e permetteva l'allargamento prospettico".

 

Nel 1912, sempre a Benvenuto Benvenuti, Grubicy svelerà, assieme alla sua poetica, l'origine di quei rapporti cromatici assorbenti tra loro in dense velature: tra visione e ricordo. Anche in questo caso, tuttavia, si ha l'impressione che non si tratti solo di un'intima confidenza, ma di un'indicazione da seguire. Per prima cosa fisso il soggetto e poi: "Subita questa prima impressione, riguardata la scena a palpebre socchiuse, tento di sopprimere la sensazione colorata per lasciarvi la sola immagine della scena in chiaro scuro. Questa fase di contemplazione è di capitale importanza in quanto stabilisce con immediato controllo se alla prima impressione gradevole corrisponda una non meno armoniosa distribuzione e allacciamento di ombre e luci destinate a tradursi nel chiaroscuro il quale, per quanto ne dicano, costituirà sempre la chiave di volta, l'essere o non essere di qualsiasi dipinto, anche il più fantasiosamente colorista". Qui Vincent Van Gogh è proprio lontano.

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