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Cultura | 29 settembre 2026 | 12:00

"Costui è uno che, se vuole, ci mette in un sacco tutti". Le cose, però, andarono diversamente per l'artista Giovanni Carnovali: uno dei talenti più limpidi del suo tempo

Veloce, attento, mai soddisfatto e sempre in movimento: ecco il motivo per il quale sin da giovane venne accompagnato da quel soprannome, il "Piccio", rivelatore e lievemente canzonatorio, ma che Giovanni gradì molto, ponendolo come firma in ogni sua opera. Oggi ricorre l'anniversario della sua nascita (29 settembre 1804): un'occasione per ricordarlo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Come infine te ne vivi col mio strambissimo Piccio?" chiederà Giuseppe Diotti al pittore Pietro Ronzoni nel 1825, sapendo che i due condividevano uno studio. Eppure, sono passati solo sette anni da quando lo stesso Dotti - suo primo maestro all'Accademia Carrara a Bergamo - in un'altra lettera considerava: "Quanto talento, quanta disposizione abbia questo fanciullo d'età d'anni dodici non è agevol cosa descriverlo. (…) In somma io predico che se costui spiegherà nell'immaginativa i medesimi talenti che nell'imitazione dimostra, diverrà non già un artista bravo, ma straordinario". Una testimonianza ancor più qualificata e autorevole del suo prodigioso talento arriverà anche da Francesco Hayez: "Costui è uno che, se vuole, ci mette in un sacco tutti".  Le cose, andarono diversamente, tanto che a un anno dalla morte ancora lo si ricordava come "debitore insolvente e incorreggibile delle aspettative pubbliche".

 

La verità è che l'irrequieto Giovanni Carnovali, detto il Piccio, nato a Montegrino Valtravaglia, un borgo in provincia di Varese, il 29 settembre 1804, oltre ad avere un "carattere schivo" ed essere "amante della solitudine", precorse i tempi, diffondendo perplessità tra i suoi contemporanei. Sempre Diotti, pittore di "buone maniere", fermamente legato a una visione classica, contraria a ogni qualsivoglia rinnovamento stilistico, per sottolinearne il temperamento, aggiunse: "In piena epoca neoclassica si sente al di fuori e al di sopra". Gli tornerà comunque utile quella stabilità di partenza, sia per procedere con sicurezza e sia per tenerla come ideale punto di non-riferimento.

Venisse a qualcuno l'idea di organizzare una mostra dei suoi autoritratti, fissati alle pareti in sequenza cronologica, potremmo leggerne il percorso artistico, come in passato si è visto fare con Rembrandt. Una sintesi certo incompleta, nell'assenza dei temi trattati, ma assai utile per cogliere l'evolversi di un'indole espressiva proiettata in avanti e capace di scardinare i dettami pittorici del tempo. Altrettanto nitidamente, all'interno di quel volto, indagato e trasferito sulla tela senza sconti di sorta, potremmo individuare il lato interiore di un carattere tanto determinato, quanto pensieroso e malinconico, sostanzialmente, romantico.

 

Infatti, se nella metà degli anni '30 egli si ritrae con educata precisione, già nell'Autoritratto con la tavolozza del 1841 o, ancora meglio, nell'Autoritratto dai capelli lunghi del 1848 l'artista immerge la sua immagine in una luce decisamente diversa. Una luce che, anteponendosi all'azione corrosiva del tempo, inizia per suo conto a sfaldare la forma: "Il suo colore non è materia, è luce, che si diffonde e fa crepitare il quadro… È pulviscolo luminoso e sospeso" scriverà Marco Valsecchi che, all'interno del suo testo, troverà assonanze con il "Tiziano della vecchiaia".

Nel 1872, probabilmente per l'ultima volta, Giovanni Carnovali decide di posare per se stesso: in questa occasione, però, si ritrarrà di profilo, scordandosi di rivolgere lo sguardo verso l'osservatore. L'immagine, pur schiarendosi, si fa ancor più essenziale. L'atmosfera, vaporosa ed evanescente, lo obbliga a eliminare definitivamente i contorni. Il registro tonale è tutto orchestrato sui toni bruni e anche questo contribuisce a trasformare lo sfondo in porosa epidermide. Luci e ombre dialogano senza rompere il silenzio: la mano, il volto, la guancia, il risvolto della giacca, tutto si trasforma in sostanza poetica. La pennellata, rimasta ancora veloce, ora accarezza la superficie. Persino i riflessi filamentosi che ne caratterizzavano lo stile – quelli che in anni successivi, entreranno nella pittura di Gaetano Previati e da lì, trasversalmente, nel Futurismo – paiono essere spariti.

 

Per riprendere i fili del suo itinerario artistico, occorre dire che Giovanni Carnovali si inserì subito e a pieno titolo in una vena lombarda, che vide iniziare il suo flusso in anni lontani con Giovan Battista Moroni, Bernardino Luini, Giacomo Ceruti sino al più vicino e da lui molto amato Andrea Appiani ("premier peintre", spesosi forse troppo nel celebrare i fasti di Napoleone, ma ritrattista di prima grandezza). Difficilmente questo sarebbe potuto accadere se egli il Piccio non avesse allargato per tempo i propri orizzonti visivi, impastando assieme agli umori della propria terra le forti suggestioni provenienti da autori come Lorenzo Lotto (che a Bergamo peraltro lasciò opere importanti) o, fuori regione, Parmigianino e, soprattutto, Correggio, ammirati e studiati a Parma, al rientro dai suoi viaggi romani. A questi suoi maestri ideali, va aggiunto Delacroix, visto a Parigi nel 1845 e nel 1863.

 

Veloce, attento, mai soddisfatto e sempre in movimento: ecco il motivo per il quale sin da giovane venne accompagnato da quel soprannome, il "Piccio", rivelatore e lievemente canzonatorio, ma che Giovanni gradì molto, ponendolo come firma in ogni sua opera.

Come detto, non furono pochi coloro che criticarono la sua pittura. Emblematico l'episodio legato alla pala raffigurante Agar nel deserto, da collocare nella chiesa parrocchiale di Alzano, poco fuori Bergamo. Commissionata nel 1840, impiegò nientemeno che ventitré anni per completare l'opera: ciò che faceva cancellava, un po' come Frenhofer, il protagonista di quel bellissimo racconto di Balzac intitolato il Capolavoro sconosciuto. Nel momento in cui, nel 1863, l'opera fu finalmente consegnata, subito si scatenò attorno a essa un aspro dibattito, al punto che venne istituita un'apposita commissione per valutare se avesse i requisiti qualitativi richiesti. Alla fine arrivò la decisione di rifiutare quello "sgorbio né disegnato né dipinto". Tra i pochi, in sua difesa si fece avanti l'amico pittore Giacomo Trécourt, intervenendo nel dibattito con una serie di intelligenti, ma inascoltate considerazioni: "Quanto studio, quanta fatica e quasi direi, quanto amore è celato sotto quella esecuzione sciolta e poco meno che sprezzata: non al ristretto lume del cupo laboratorio, ma all'aria aperta, anzi nel deserto stesso sembrano copiate quelle maestose ed elegantissime figure; qui nessuna ombra è abbuiata dal riflesso delle opache pareti, e qui spazia da per tutto il vago aere e vi brilla".

Ritratti e autoritratti, temi religiosi e affascinanti interpretazioni mitologiche. Non moltissimi, ma quasi tutti di grande bellezza furono i paesaggi da lui dipinti. In questi compaiono le vallate. I fiumi, i monti, le distese erbose e la vegetazione presente nei luoghi che più ha amato, colti direttamente sul motivo, in anticipo sugli impressionisti: tra Cremona e Bergamo.

Come quando, nel 1862-63, dipinge uno scorcio della Val Brembana, con le acque schiumose del fiume Brembo in primo piano, una figura femminile seduta nel greto e un'imponente distesa di monti sulla destra: uno dei suoi quadri più belli, intitolato Mattino sulle Prealpi.

 

Sempre Diotti ebbe modo di osservare che, davanti alla bellezza: "Reagisce dipingendo come sente, e sente profondamente la natura" e prosegue: "Ama vedere e quindi viaggiare. Viaggiare a piedi. Nuotare, nuotare per ore". Il 5 luglio 1873 Giovanni Carnevali raggiunge le sponde del Po nelle vicinanze di Cremona e, come spesso gli capitava di fare, si immerge in quelle acque per un bagno rigenerante. Il suo corpo, trasportato dalla corrente, verrà rinvenuto a Coltro, frazione di Sissa Parmense, quattro giorni dopo. Anche nella morte da Cremona verso Parma, proprio come la sua pittura.

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