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Cultura | 24 settembre 2026 | 12:00

L'artista che, da un certo momento della sua carriera, ha iniziato a firmarsi "Montagna": Bartolomeo Cincani, con le sue opere, rinnovava la grandezza dei suoi ideali maestri

Perché Montagna? È possibile avanzare alcune supposizioni. Scopriamo un pittore appartato, però informatissimo, nel cui nome si nasconde una freccia capace di indicarne la sostanza interiore

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

La biografia di Bartolomeo Cincani si apre con un punto interrogativo: la data di nascita. Questa, circostanziata da argomentazioni plausibili, viene collocata attorno al 1450. L'anno della morte, al contrario, è documentato, quindi si può affermare con sicurezza che essa sia avvenuta a Vicenza per cause definite naturali, l'11 ottobre 1523.

 

Non sono poche le occasioni in cui a notizie estremamente dettagliate e certe, seguono veri e propri vuoti biografici, ai quali si può porre rimedio solo applicando una serie di ricuciture deduttive. D'altronde, la lente di chi ha studiato a fondo questo grande interprete della pittura veneta tra Quattro e Cinquecento -  Franco Barbieri, Mauro Lucco e, in particolare, Lionello Puppi, autore della prima biografia edita da Neri Pozza nel 1962 - ha potuto ingrandire solo ciò che gli archivi e le attendibili testimonianze hanno restituito.

 

Vengono formulate due ipotesi anche sul luogo della sua nascita: Orzinuovi, terra del padre, situato a una trentina di chilometri da Brescia, come alcuni ipotizzano, oppure, in località Biron, alle porte di Vicenza. Non è che cambi molto saperlo, più che altro dispiace non poterlo considerare completamente vicentino, essendovi poi rimasto per tutta la vita.


La Vicenza del tempo è così descritta da Lionello Puppi: "A mezza via tra Padova e Verona, ricche di una loro cultura nutrita di generosi reciproci scambi, (mentre) arida e vuota di forze è la vita pittorica vicentina. In realtà, a Padova e a Verona, la relativa stabilità politica, la presenza di forti signorie, avevano reso possibile, avanti tutto, l'accorrere di maestri rinomati da di fuori e, poi, il nascere intorno ad essi, di prolifiche scuole, ch'erano venute articolando nel tempo un linguaggio inconfondibile".

 

Non solo per rispettare alcune incombenze lavorative, Bartolomeo non mancò di effettuare qualche incursione veronese e padovana: zone segnate in profondità da Andrea Mantegna. Però, in due occasioni egli riempì seriamente i bauli, entrambe per raggiungere Venezia. La prima, nel 1469, in piena formazione artistica: fu un vero e proprio prolungato soggiorno, terminato grosso modo nel 1474, tempo giudicato più che sufficiente per neutralizzare la marginalità della provincia, entrando in contatto con i massimi pittori del tempo, così da allinearsi a quanto in quella città si andava elaborando. Tutto questo in una laguna, oltre che animata da un vivace contesto culturale, resa ancor più ariosa e trasparente dal genio di Giovanni Bellini.


A Venezia Bartolomeo vi tornerà in qualità di "egregio magistro" nel 1482 - convocato pare su segnalazione dello stesso Bellini - per eseguire "do teleri" sul tema della Creazione all'interno della Scuola Grande di San Marco, successivamente distrutti nel  incendio del 1485, appena due anni dopo quello, ancor più devastante, che coinvolse Palazzo Ducale.

 

Ma più che luoghi e date assenti, l'informazione che ora, in questo particolare spazio, ci sarebbe piaciuto rivelare è come mai Bartolomeo Cincani da un certo momento in poi (pare dal 1474) abbia iniziato a firmarsi Bartolomeo Montagna.

 

Perché Montagna? Scartata l'ipotesi che ciò possa essere dipeso dalla collocazione della casa in cui abitò durante la giovinezza - essendo il Biron posizionato ai piedi dei Colli Berici e, più precisamente, all'imboccatura di un paio di brevi, ma ripide salite che permettono di raggiungere i paesi di Creazzo e di Monteviale (157 metri di altitudine), perfette per mettere alla prova l'abilità dei ciclisti amatoriali - è possibile avanzare una diversa e più accettabile supposizione: in molte sue opere, infatti, compaiono ripetutamente una serie di rilievi: paesaggi ammorbiditi dal tepore belliniano, ma segnati dalla medesima linea tagliente presente nelle figure in primo piano, sigillate all'interno della composizione e poste in pedane rocciose.

 

Affascinato da Bellini e, al contempo, irresistibilmente attratto dalla "severa lezione plastica" di Mantegna (senza scordare i Vivarini e Antonello da Messina) Bartolomeo Montagna, vent'anni più giovane di loro, forma un importante punto di raccordo tra le ineguagliabili vette raggiunte dai suoi ideali maestri, rinnovandone la grandezza.


Un pittore appartato, però informatissimo, dunque, nel cui nome si nasconde una freccia capace di indicarne la sostanza interiore, ben individuata dalla precisa lettura critica di Lionello Puppi, il quale, nel descrivere la Madonna col Bambino in trono tra i Santi Battista ed Onofrio, custodita a Palazzo Chiericati, sede del Museo Civico di Vicenza, osserva: "Il trono su cui siede la Vergine è scavato nella materia fossile di cui sono fatte le sporgenze dei macigni, nella rupe a sinistra; perfino il baldacchino, retto da due scarni alberelli e tessuto di frasche e di foglie, par fatto di pietra e, sulla destra, il paesaggio, slargato in una china breve e leggera, s'increspa e accartoccia in ciuffi immoti di piante vetrificate, ai confini del cielo".

 

Masse di luce e di ombra, figure composte della stessa sostanza dell'ambiente circostante, angoli marcati e secchi, l'ingentilito ma sempre austero tessuto tonale dei suoi anni migliori ("Le poesie del Montagna vanno scelte con cura" scriverà Roberto Longhi): Montagna-Mantegna, separati, più che da una vocale, da un fonema, in un gioco di parole probabilmente dettato dal caso. All'arte del grande padovano il destino lo avvicinerà anche col nome. Nessuno può escludere, tuttavia, che l'attento Bartolomeo, favorito dai ritmi della provincia, non ci abbia astutamente pensato.

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