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Cultura | 05 novembre 2025 | 18:00

Come si dormiva, 100 anni fa, nei bivacchi alpini? "Si stava coricati a terra. In alcune foto si vede un cartello con scritto qual era il lato dei piedi, per sdraiarsi sempre dalla stessa parte"

"I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola", l'ultimo libro di Luca Gibello, racconta la storia di un simbolo. Dal 1925, queste strutture hanno iniziato a puntellare il massiccio del Bianco per volere del Club Alpino Accademico Italiano, per poi conquistare tutte le nostre Alpi e non solo. Oggi la loro forma e funzione è molto cambiata: la pubblicazione intende ripercorrere le tappe di questa evoluzione, come passaggio indispensabile per comprenderne l’attualità

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Da punto d’appoggio per le linee alpinistiche più impervie, a immagine in terra delle prime spedizioni verso lo spazio; da casse stagne dove si dormiva a terra, a oggetti di design che offrono un assaggio di avventura ai nuovi montanari della domenica. Il bivacco è ormai diventato un’icona, e non smette di attrarre attenzioni su di sé, talvolta positive, altre meno.

 

Lo scorso primo ottobre è uscito nelle librerie il libro I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola, a firma di Luca Gibello (Cai Edizioni). A cent’anni dalla comparsa dei primi modelli fissi, il libro intende celebrare il bivacco: architetture pionieristiche che, dal 1925, hanno iniziato a puntellare il massiccio del Bianco per volere del Club Alpino Accademico Italiano, per poi conquistare tutte le nostre Alpi e non solo.

Più volte negli scorsi mesi abbiamo riportato le notizie di nuovi bivacchi super-avveniristici, installazioni a velocità record, casi di vandalismi e dibattiti attorno all’attuale funzione di queste architetture. Sull’oggetto bivacco sembrano concentrarsi riflessioni che hanno un riverbero macroscopico sull’immagine che noi contemporanei abbiamo della montagna.

 

Ecco che, dunque, un viaggio attraverso la sua storia può essere utile a illuminarne il presente. Con la nuova edizione, impreziosita da oltre 200 immagini a colori, Gibello sembra averne intuito il potenziale. In questo articolo, abbiamo chiesto all’autore una piccola introduzione all’argomento.

 

Luca Gibello è dottore di ricerca in Storia dell’architettura: ha insegnato al Politecnico di Torino e all’Università di Trento. Oggi è parte integrante del comitato scientifico L’Altramontagna. Direttore de Il Giornale dell’Architettura fino al 2024, ha pubblicato Cantieri d’alta quota (2011), primo studio sui rifugi alpini, divenuto poi un’associazione culturale. La sua passione per le vette, inoltre, non è soltanto accademica, ma l’ha portato in prima persona ad affrontare l’ascesa di tutti gli 82 quattromila delle Alpi e oltre 220 vette di tremila metri.

Come sono nati i primi bivacchi? Com’erano fatti? A quali esigenze rispondevano?

 

I primi bivacchi nascono da un’esigenza degli accademici del Cai gruppo occidentale, soprattutto torinese, per avere a disposizione un punto d'appoggio alla base delle linee alpinistiche più lunghe, difficili e dagli accessi più remoti. All'inizio dovevano essere qualcosa di ancora più spartano rispetto alle semibotti, scatolette di legno due per due, che furono il modello Ravelli: addirittura si pensava a una cassa stagna, strutture provvisorie con un copertone che usavi a mo’ di tenda e un paio di suppellettili. Poi da questi si è passati ad architetture quantomeno fisse, e quindi ai prefabbricati. Questi man mano si sono diffusi dalle alpi occidentali, soprattutto dai rilievi valdostani, si sono spostate sempre più verso le alpi centrali e poi orientali. Stiamo parlando di cent'anni fa, nel 1925 vi furono le prime due installazioni, entrambe nel gruppo del Bianco. L’idea però risale ad almeno due anni prima, poco dopo la Prima Guerra Mondiale. È un'invenzione veramente nuova: prima non c'era niente di simile. Al tempo, le uniche cose un po' confrontabili, alle quali si ispirarono questi accademici (i fratelli Ravelli, Adolfo Hess, i fratelli Morelli), sono certi baraccamenti militari.

 

Ci faresti un breve excursus dell’evoluzione di queste architetture durante questi cent’anni di storia?

 

Il Ravelli era una semibotte, due metri per due, arcuata fin dalla base. All’interno praticamente ci si stava in quattro o in cinque, sdraiati per terra. Esistono alcune foto dell'interno in cui si vede un cartello con scritto “lato dei piedi”, per sdraiarsi sempre dalla stessa parte. Poi ovviamente le pareti cominciano ad essere rialzate: invece che far partire l'arco da terra, comincia ad essere un po' più in alto, ad avere due paretine verticali che man mano si alzano, e danno quindi spazio per inserire due cuccette prima, poi quattro, ribaltabili in modo da avere un po' più di spazio quando non si dorme. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale, questi evolvono nel modello Apollonio, che prende il nome da Giulio Apollonio, allora presidente della Sat. Egli elabora un modello un po' più grande, un tre per tre, che è un capolavoro di ottimizzazione dello spazio. Qui dentro ci stanno nove brande e un tavolino ribaltabile. Questo bivacco viene poi migliorato dal punto di vista costruttivo, utilizzando pannelli più leggeri, un po' di compensato e un po’ di lamiera; a volte hanno dentro un isolante. Il merito di queste modifiche va alla Fondazione Antonio Berti, del Cai Triveneto, che a fine anni Cinquanta ha come missione quella di migliorare l'abitabilità dei bivacchi per aumentarne la diffusione. Invece che la copertura arcuata, questo modello Berti ha una copertura poligonale, che vediamo tutt’oggi da tantissime parti delle nostre Alpi.  Poi sostanzialmente, con un passaggio importante, a fine anni Settanta i bivacchi escono da questo standard e, per una decina d'anni, diventano delle piccole navicelle spaziali che assomigliano proprio a una missione Apollo. Siamo nel periodo della conquista dello spazio, e il bivacco è la più diretta materializzazione su questa terra di una navicella spaziale che va a colonizzare territori alieni all’uomo come quelli dell'alta quota. Arriviamo così ad oggi sostanzialmente con un miglioramento della tecnologia, ma sempre di strutture prefabbricate molto semplici, magari che adesso si portano con l'elicottero in pezzo unico, oppure a pezzi, poi assemblati in quota in un attimo. Questo però sostanzialmente già avveniva con i Bivacchi Ravelli, che costruiti per intero, poi smontati pezzo a pezzo, portati a spalla o dai muli, e venivano rimontati in quota. 

Il bivacco ormai è diventato un’icona pop. Come sono mutati la percezione e l’utilizzo di queste strutture?

 

Quello che è cambiato, oggi, è la funzione: non più tanto o solo punti d'appoggio per gli alpinisti alla base di linee estreme. Sappiamo che gli alpinisti ormai vanno veloci, vanno leggeri, dormono magari all'aperto, con abbigliamento supertecnico. Invece vediamo il proliferare di bivacchi a quota più bassa e più raggiungibili, ad uso di comitive o di gruppi di giovani escursionisti. In certi casi, questo permette a molti di scoprire la gioia della permanenza in alta quota; in altri, purtroppo, portano ad un uso sconsiderato: vandalismi, sporcizia, immondizia abbandonata, perché magari raggiunte da persone con poca sensibilità alla montagna. Purtroppo è anche il risultato della comunicazione che li promuove, magari promossa da persone non competenti. Blog del tipo “I dieci luoghi più cool per dormire gratis”, dove trovi una casa sull'albero, una yurta in Mongolia, un cabin wild in Norvegia, e un bivacco qui nelle Alpi. Poi succede che si trova in un punto impervio, qualcuno si fa male e devi andare a prenderli con i soccorsi. Inoltre, continuiamo a costruirne senza sosta, magari per dedicarli ad alpinisti deceduti. Forse però dovremmo iniziare a trovare forme commemorative più in linea coi tempi, senza costruire ogni volta un nuovo bivacco memoriale, ma semmai co-titolandone uno già esistente, oppure attraverso opere di ristrutturazione del sentiero, della via d'accesso, mettendo in sicurezza dei passaggi.

 

 

Il bivacco si può considerare una prerogativa italiana?

 

I francesi non li hanno mai sopportati tanto i bivacchi. Spesso li criticano nelle loro riviste, dicono che rovinano la wilderness, il fascino della cresta da salire in purezza. Li hanno sempre un po' osteggiati: qualcuno ce n’è, ma hanno sempre puntato piuttosto sui piccoli rifugi incustoditi. Gli svizzeri hanno puntato più su rifugi presidiati, la densità di veri e propri rifugi alpini in Svizzera è molto superiore di quella che abbiamo nelle Alpi italiane, e hanno una trentina di bivacchi non di più. Gli austriaci sono arrivati dopo, ma poi ne hanno installati parecchi. Negli anni Settanta anche loro hanno progettato una scocca iperleggera, chiamata Polibiwak, che è ancora in produzione oggi. E gli sloveni, anche, per quanto le Alpi slovene abbiano forme ben più morbide, ne hanno costruiti abbastanza. Su tutto l'arco alpino è difficile censire i bivacchi, proprio perché anche in Italia chiamiamo bivacchi sia i modelli prefabbricati di cui abbiamo parlato finora, sia i rifugi incustoditi o le casere militari recuperate.  Se prendiamo dentro un po' tutto parliamo di 350-400 bivacchi su tutto l'arco alpino, di cui circa 250 in Italia. 

Di recente il Cai ha promosso un modello di bivacco standard, molto essenziale, da mettere a disposizione delle sezioni. Cosa ne pensi?

 

Il modello di bivacco Cai, dal punto di vista della concezione della pianificazione è una buona idea. A distanza di cent'anni, plaudo all'iniziativa del Cai di ripensare un “bivacco tipo”, come lo sono stati il Ravelli, l’Apollonio e il Berti. Anche in modo di poter smettere di fare tutta questa progettazione per cui, ogni volta che c'è da fare un bivacco, tocca fare un concorso di architettura; al quale ormai partecipano ogni volta tantissimi architetti e studi perché sono senza lavoro e il bivacco è di moda. Mi sembra importante dare alle sezioni Cai, che magari non ho hanno tempo e modo di investire in un progetto ad hoc, il modo di accedere ad un modello standard. Credo comunque che il bivacco debba restare una cosa concettualmente astratta, che metti dove vuoi. Però ammetto, per tornare al modello Cai, che l’esito non è felicissimo: il risultato formale è piuttosto antiquato. Non dico si debba arrivare agli estremi di Studio Ratti, con strutture super-irregolari che devono essere per forza un’analogia della roccia e che poi hanno enormi difficoltà di collocazione; ma magari una via di mezzo. Ci sono stati tanti progetti interessanti in questi anni: dal bivacco Pasqualetti, ai bivacchi Fiamme Gialle che stanno piazzando proprio adesso. Mi sembrano un ottimo compromesso. Diciamo che il modello Cai finisce per avere una forma di poco migliore dell'Apollonio, ma con meno di grazia. La volumetria è maggiore, e tutto sommato non si guadagna così tanto in funzionalità; ed esteticamente rimane piuttosto datato.

 

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