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Storie | 29 agosto 2025 | 18:00

Da ripari d'emergenza a mete instagrammabili, fino a diventare punti di domanda che ci interrogano sul futuro delle terre alte: i bivacchi fissi sulle Alpi compiono cent'anni

Esattamente un secolo fa, in Valle d'Aosta, sul versante italiano del Monte Bianco, venivano collocati i primi tre bivacchi fissi dell'arco alpino. Ripercorriamo la storia e l'evoluzione di questi ricoveri d'alta quota - dalle origini fino alla nuova (problematica) popolarità acquisita di recente - riprendendo le considerazioni dell'architetto Luca Gibello

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Chiudere bene la portina, appendere le coperte e rotolare la stuoia. Curatene la conservazione": sono le semplici indicazioni affisse all'interno del bivacco più antico delle Alpi: quello sul Col d'Estellette, poi intitolato a Adolfo Hess e tuttora pronto a dare riparo a chi sale fin lassù, a quasi 3000 metri di altitudine, nel settore occidentale del Monte Bianco.  

 

I primi tre bivacchi fissi dell'intera catena alpina vennero inaugurati esattamente un secolo fa, in Valle d'Aosta, sul versante italiano del Bianco. 

 

Erano gli ultimi giorni d'agosto del 1925: il 27 toccò a quello sul Col d’Estellette (2958 metri di quota) in Val Veny e, il 30, a quello sul Fréboudze (2500 metri), in Val Ferret. Poche settimane dopo, venne installato il bivacco fisso in Valpelline, presso la Tête des Roèses alle Grandes Murailles (3216 metri). 

 

A ripercorrere la storia dei bivacchi alpini in occasione del loro centenario è l'architetto Luca Gibello, membro del Comitato Scientifico de L'AltraMontagna, in un interessante articolo pubblicato su Cantieri d'Alta Quota.

 

I bivacchi delle origini: dalle "minuscole semibotti in legno e lamiera" alle "scatolette di latta rossa diffuse a macchia d'olio sull'arco alpino"

Nell'estate di cento anni fa, con l'inaugurazione dei tre bivacchi fissi a pochi giorni di distanza uno dall'altro, prendeva forma un'intuizione rivoluzionaria per l'epoca; un'idea che nel corso dei decenni si è trasformata arrivando, ai giorni nostri, a suscitare accesi dibattiti circa la fruizione di queste piccole strutture pensate per offrire un approdo sicuro in luoghi inospitali, ma che si trovano ora ad affrontare nuove sfide, come vedremo più avanti.


Schema originario utilizzato per la progettazione dei primi bivacchi del tipo "Ravelli" (fonte: Cantieri d'Alta Quota)

Se i rifugi avevano già una lunga storia, i bivacchi così come li conosciamo oggi nacquero proprio in quel momento: "Si trattò di un’invenzione assoluta, oseremmo dire rivoluzionaria, scaturita da un manipolo di accademici torinesi del Club Alpino Italiano - scrive Gibello -. Fino ad allora, nulla di analogo si era visto sulle Alpi. Infatti, non esistevano modelli a cui Lorenzo e Mario Borelli, Francesco Ravelli, Adolfo Hess e Umberto Novarese potessero ispirarsi, se non certi baraccamenti prefabbricati, utilizzati in quota durante la Prima guerra mondiale".

 

"Nulla a che vedere con queste minuscole semibotti in legno e lamieraprodotte in serie nell’officina torinese dei fratelli Ravelli, trasportate a pezzi per someggio o a spalla e montate in loco da due o tre persone in un paio di giorni. Oggi, anche grazie a scrupolosi restauri condotti dal Club Alpino Accademico Italiano tra 2016 e 2020, ben quattro dei primi otto bivacchi piazzati sono ancora in uso (Hess, Balestreri, Brenva, Craveri), mentre quello del Fréboudze si può ammirare al Museo Duca degli Abruzzi di Courmayeur". 

 

Fino agli anni Cinquanta, vennero realizzati quasi trenta bivacchi del "tipo Revelli".


Uno dei tanti bivacchi del tipo "Apollonio-Berti" diffusi sulle Alpi orientali

A evolvere il concetto di queste strutture fu poi l'ingegnere ampezzano Giulio Apollonio che, a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, brevettò una versione più grande e confortevole: "Il celebre parallelepipedo rettangolare sormontato da una curvatura schiacciata, capace di ospitare fino a 9 posti letto. Un capolavoro di ottimizzazione spaziale, poi perfezionato a livello costruttivo dal pluridecennale impegno della Fondazione Antonio Berti, costituita nel 1959 dalle Sezioni Trivenete del Cai. Ad essa si deve la diffusione a macchia d’olio della nota scatoletta rossa su tutto il settore alpino: oltre un centinaio gli esemplari piazzati fino agli anni Novanta", scrive Gibello.

 

Nei decenni, il modello "Apollonio-Berti" continuerà ad essere il riferimento per i bivacchi. "Eccezione fatta per alcune strutture tra anni Sessanta e Settanta che interessano finalmente anche il versante settentrionale delle Alpi (Svizzera e Austria; la Francia si è invece sempre defilata) - fa notare l'architetto -. Complice la fascinazione per la coeva corsa allo spazio, le forme e i materiali paiono provenire direttamente da una missione stellare: capsule tecnologiche con oblò, scocche metalliche o in fibre di sintesi, poggiate su zampette, con scalette pronte per l’allunaggio. D’altronde, a che cosa rimanda simbolicamente il bivacco, se non a una cellula minima di sopravvivenza, una sorta di navicella spaziale, chiamata a «colonizzare» i territori remoti dell’alta quota, che sul nostro globo terracqueo sono tra quelli che più direttamente nutrono l’immaginario di mondi alieni?".

 

I bivacchi di oggi

Dalla fine degli anni Novanta, a partire in particolare dalle Alpi orientali, l'approccio muta ancora. Accanto alla funzione alpinistica, il bivacco sembra assumere anche il ruolo di presidio territoriale e punto d'appoggio per escursionisti, che porta a recuperare e adibire a ricovero incustodito piccole strutture un tempo utilizzate in ambito rurale e militare. Infine, è negli anni più recenti che il tema esplode, originando una sorta di "bivacco-mania".


Bivacco Gervasutti (fonte: Wikimedia Commons)

"Solitamente, i fabbricati costruiti ex novo in muratura o legname non presentano rilevanza architettonica. Sono invece le strutture prefabbricate quelle che continuano a suscitare un’immagine di contemporaneità, incarnando lo spirito di ricerca e innovazione", annota Gibello. Il caso più dirompente è stato quello del Bivacco Gervasutti (collocato nel 2011 alle Grandes Jorasses, a 2835 metri di quota), che ha scatenato un'infinita diatriba tra chi lo considera un pugno nell'occhio e chi lo vede come un interessante esempio di architettura contemporanea in alta quota.

 

Da allora, si è assistito a una proliferazione di nuove realizzazioni, spesso spinte più dalla ricerca di originalità che da una reale necessità. 

 

"Impossibile dar conto della galassia di realizzazioni recenti spuntate, spesso a sproposito, in ogni angolo delle Alpi. Quasi tutte puntano all’originalità della soluzione, secondo una discutibile interpretazione del concetto di site specific (il contesto specifico dev’essere l’alta quota e i suoi vincoli, non tanto il singolo sito di posa). Il tema del bivacco è diventato cool, trendy, smart. I media generalisti ne parlano (spesso, ancora una volta, a sproposito). I bivacchi spopolano sui social per la loro fotogenicità, soprattutto tra i giovani", rileva Gibello. 

 

"Alcuni interventi ex novo sono stati l’esito di concorsi di progettazione internazionale che hanno richiamato centinaia di partecipanti. Molti continuano ad essere eretti per ricordare i caduti. Eppure, se è sacrosanto il culto della memoria, non si può pensare di punteggiare l’alta quota di costruzioni ex novo dalla dubbia utilità, tanto più oggi che l’alpinismo di punta viaggia in velocità e leggerezza, spesso snobbando i bivacchi fissi. Così, questi ultimi vedono sempre più mutare l’utenza, con un vertiginoso aumento di coloro che li eleggono a location alternative per lo svago a poco (o nullo) prezzo: comitive festaiole, inconsapevoli del contesto in cui si trovano e delle regole d’uso cui attenersi. Risultato: incuria, disordine e cumuli di rifiuti, fino ai vandalismi veri e propri (che, beninteso, sono sempre esistiti anche in quota, ahinoi)". 

 

La nuova popolarità acquisita dai bivacchi ha già mostrato un pesante rovescio della medaglia, con ripetuti episodi di danneggiamento ai danni di strutture nate per essere a disposizione di tutti.

 

Di fronte a questo scenario, l'architetto Gibello sottolinea la necessità di una mappatura sistematica e una pianificazione attenta, in sinergia tra enti territoriali e Club Alpino Italiano, per evitare ulteriori collocazioni sconsiderate e casuali.  

 

In occasione del 101° Congresso nazionale, la Struttura Operativa Rifugi e Opere Alpine del Cai Centrale ha proposto un "bivacco tipo", un prototipo che riprende i modelli storici con l'intento di frenare la "diaspora" di progetti disomogenei, creando una soluzione replicabile e funzionale. 

 

Da ripari d'emergenza a mete instagrammabili, fino a diventare dei punti di domanda che ci interrogano sul presente e il futuro delle terre alte: la storia dei bivacchi rispecchia l'evoluzione del nostro rapporto con la montagna e la complessa eredità di queste piccole "scatolette" d'alta quota ci invita a riflettere su come vogliamo continuare a vivere e tutelare gli ambienti montani.

 

Per saperne di più: www.cantieridaltaquota.eu

 

Immagine di apertura: a sinistra, il bivacco Hess (foto di Marco Armand); a destra, il bivacco Gervasutti (foto dal sito del Cai Torino)

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