La sensazione di non riconoscersi più come 'alpinista d'alta quota' ha costretto Tamara Lunger a fermarsi, tra la paura di morire e attacchi di panico. Poi, nel cammino, la rinascita

"Una donna che cammina con il vento" è il titolo del libro con cui l'alpinista e avventuriera Tamara Lunger torna in libreria. Cinque anni dopo la tragedia sul K2, che ha tolto la vita a cinque compagni di cordata, ora un nuovo inizio: un viaggio di 2000 chilometri attraverso la Mongolia occidentale e il proprio mondo interiore

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Dopo il tentativo invernale al K2, segnato dalla tragedia e dalla perdita dei suoi compagni di cordata, tra cui l’uomo che ha amato, Tamara Lunger torna a casa cambiata. La paura di morire, gli attacchi di panico e la sensazione di non riconoscersi più nell'identità di ‘alpinista d'alta quota’ la costringono a fermarsi. Per la prima volta, non sa più quale sia la sua vetta".
Ogni cosa è pericolo, e la passione per la montagna sembra averla abbandonata. Sono anni difficili, in cui Tamara cerca di riscrivere il proprio trauma. Prima attraverso la psicoterapia, poi affrontando il parapendio. Da questo lavoro di riscoperta prende le mosse l’avventura oggi raccontata nel suo nuovo libro: Una donna che cammina con il vento, edito per Rizzoli. Un viaggio orizzontale e sconfinato attraverso l’Ovest della Mongolia, fino alla capitale Ulan Bator. Duemila chilometri nella steppa, con un cammello di nome Tùje come compagno di viaggio.
"La steppa mongola - racconta - è uno spazio immenso e primordiale, dove il tempo si dilata e il silenzio diventa assordante: laghi turchesi, distese aride, fiumi da guadare, venti che non danno tregua". Qui incontra nomadi, famiglie che vivono nelle ger, cacciatori di aquile, bambini curiosi, uomini diffidenti.
Non è solo la storia di una spedizione estrema, ma soprattutto il diario di una rinascita, in cui la natura diventa maestra e il vento, invece di essere un ostacolo, diventa una direzione. "Un memoir di viaggio ma anche un libro sul coraggio di cambiare, sulla possibilità di ricominciare e sulla scelta di vivere secondo la propria verità". Ne parliamo con l'autrice e protagonista, Tamara Lunger.
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Duemila chilometri attraverso la steppa mongola. Quali paesaggi hai incontrato questo cammino? Quali sensazioni cercavi
Sono stati tre mesi in cui tutto era molto intenso, molto vario, un su e giù di emozioni. Il paesaggio è semplicemente fantastico, è molto cangiante tra foreste di pini, praterie, deserti, steppa. Ero partita con l’idea di stare sola, sentire il silenzio e ritrovare me stessa. Per molto tempo, però, ho provato molto stress, un po’ per il profondo senso di solitudine, un po’ per le difficoltà reali di certi ambienti.
Ho dovuto prendermi cura di Tùje, il mio cammello, ed all’inizio per me è stata un’enorme preoccupazione. Ho avuto problemi ai pannelli solari, dei quali avevo assolutamente bisogno e sostituirli mi è costato tantissimo tempo ed energie. Dalla gente del posto, poi, non ho mai ricevuto un'informazione valida, forse la diffidenza verso lo straniero, forse la barriera linguistica: certo è che mi sono sentita molto sola. Ho avuto anche incontri spiacevoli: per la prima volta nella vita mi sono trovata a pensare ad altri uomini come una minaccia per la mia vita.
Col tempo poi, tranquillizzandomi, il mondo interiore ha preso sempre più volume. Camminavo tutto il giorno: a volte non vedevo nemmeno più il paesaggio, perché dentro di me i pensieri e i sentimenti così forti da oscurare tutto il resto. Mi ritrovavo a piangere a dirotto tra me e me. Ritornavano alla mente il tema della morte, domande sulla volontà di essere mamma un giorno: tante cose diverse a cui cercavo una risposta, spesso con profondo turbamento.
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Cos’è successo quella notte in cui i tre uomini si sono avvicinati alla tua tenda? Cos’hai provato?
Quel giorno mi ero accampata a circa cento metri da una ger (un’abitazione tradizionale mongola); mi sono fermata lì perché c’era una buona vegetazione ed ero sicura che il cammello avesse di che mangiare, anche perché il giorno prima era rimasto praticamente a digiuno e mi sentivo molto in colpa. Quindi ho deciso di accamparmi lì dove aveva disponibilità di cibo.
La sera ero già rientrata nella tenda e mi ero messa a letto, era parecchio buio. All’improvviso sento avvicinarsi degli uomini che parlano a gran voce, ubriachi, che raggiunta la tenda mi hanno chiesto soldi, sigarette e alcol.
Lì bevono tantissimo e avevo già assistito a diverse scene di gente ubriaca: già così è proprio da spaventarsi perché non sanno davvero quello che fanno, inciampano, litigano e ti si avvicinano minacciosi. Però questa volta, sola nella tenda e al buio, ho provato davvero terrore. Non avevo nessun modo di contattare qualcuno, se non il comunicatore satellitare, ma in quel momento proprio non avrei potuto farci niente. Sentendoli avvicinare ho stretto il coltello tra le mani, e dentro la mia testa ho pensato: "Se sarò costretta, sono veramente pronta ad uccidere". Mi ha sorpresa la forza dei pensieri con cui il tuo cervello t’insegna a difenderti.
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Prima le vette himalayane, ora il deserto della Mongolia. Perché dall’esplorazione verticale hai scelto di passare all'orizzontalità del viaggio?
Per me era un sogno da diversi anni. Ero già stata in Mongolia e volevo assolutamente ritornarci con questo bel progetto. Tuttavia, per diversi anni, la paura di morire mi ha bloccata dal farlo. Ho dovuto lavorare tantissimo su di me, riprendermi la mia libertà, la possibilità di tornare a vivere senza paura.
Per arrivare a questo punto, dovevo provare a me stessa che non sono solamente quella che va in montagna, ma posso essere anche altro. Ho dovuto trovare in me stessa il valore come persona: non potevo più aspettare, perché dopo il K2 il mio rapporto con la montagna era irrimediabilmente cambiato. Allontanandomi dall’alpinismo ho visto la delusione nelle facce delle persone, e ho capito che dovevo essere io per prima a trovare un senso per quella che sono ora.
Quando ho fatto la prima spedizione pensavo che avrei vissuto di montagna per tutta la vita, avevo deciso che avrei vissuto facendo questo. Però le cose cambiano, e la vita a volte ti mette davanti a cose molto grandi che non riesci a cambiare e quindi devi cambiare te stessa, agire, fare del tuo meglio per stare bene.
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Come hai vissuto il periodo successivo all'incidente sul K2?
Fino ad allora non mi ero mai chiesta se andare avanti a fare le spedizioni o meno. Per me era ovvio: cercare nuove avventure, nuove spedizioni, nuove montagne era tutta la mia vita.
La tragedia sul K2 è stata un pugno nello stomaco, ha annullato ogni ambizione e la mia passione per la montagna. Questo per me è stato come un lutto ulteriore, non avevo solo perso JP, ma anche la mia passione per la montagna.
Queste due cose insieme sono state la montagna più alta della mia vita. Non sapevo come affrontarlo, non avevo idea di come avrei fatto a superare tutto questo. Per un lungo periodo sono stata profondamente triste, andavo sempre giù, come in un buco nero dove non riuscivo a risalire.
Lentamente sono riuscita a trovare di nuovo uno stimolo, un po' di felicità, di fiducia nella mia intuizione. E mi sono chiesta: "come posso fare per sentirmi di nuovo felice?". Così è iniziato un processo lungo 4-5 anni. Anni in cui ho giocato la mia partita con la paura: in ogni sport, in ogni attività, in qualsiasi contesto in cui mi trovavo vedevo la morte.
Così ho intrapreso un percorso di trauma-terapia e mi sono buttata nello sport che all'epoca mi faceva più paura: il parapendio. Lì sei proprio da sola nel cielo e devi essere concentrata ogni secondo, devi decidere in autonomia e con prontezza. Queste due cose insieme, la trauma-terapia e lo sport mi hanno aiutato a vincere la paura e questo per me è un grandissimo successo.
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Ci racconteresti della terapia?
A volte un trauma può derivare da una frase o un momento vissuto anche molti anni fa, magari quando eravamo bambini, e può condizionarti per tutta la vita. Quando sei grande e soffri per qualcosa è importante individuare l’origine del dolore, quello che ti incatena ad esso, che a volte è molto più lontana.
Ecco perché ho sentito il bisogno di parlare con una psicologa specializzata in trauma-terapia, e ho scoperto, per esempio, che a questa tragedia sui ghiacci dell’Himalaya si era poi sovrapposto anche al timore del freddo e della fatica. Così, l'estate dopo, non riuscivo più ad indossare un pantalone corto, perché avevo il terrore di aver freddo, ed evitavo di affrontare ogni fatica, anche minima.
C'era anche un'altra idea che mi apparteneva e che si è saldata a tutti questi lutti: ovvero che, quando ci si muove per i propri sogni, la posta in gioco è sempre molto alta. Ecco perché, dopo allora, non riuscivo più ad investire energie in ciò che amavo davvero: avevo una terribile paura di morire. Allora la terapia mi ha riportato al momento in cui si è creato il trauma, ha fatto sì che io potessi riviverlo per poter riscrivere quel momento. In questo modo sono riuscita a raccontarmi una nuova realtà, o perlomeno a correggere quella realtà che mi ero fatta all'epoca.
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Cosa ti porti a casa da questo viaggio? Perché raccontarlo in un libro?
Mi porto a casa la consapevolezza che bisogna avere fiducia, che bisogna andare per la propria strada sempre. La scelta di abbandonare l’alpinismo ha portato tanti conflitti con i miei supporter, ma se non avessi fatto le cose che sentivo dentro di me probabilmente non sarei mai uscita da certi traumi. Per molti anni ho fatto ciò che gli altri si aspettavano da me e questo mi ha fatto quasi morire dentro. Ero così arrabbiata che ho pianto più volte per questo. Col tempo, mi sono resa conto che non era con dagli altri che mi sentivo ferita, ma da me stessa, perché non avevo avuto il coraggio di andare per la mia strada.
Questo è il messaggio più importante: ho imparato che il controllo della mia vita è in mano mia e non lascerò mai più a comandare qualcun altro. Questo non vale solo per me: io penso che ognuno di noi è venuto su questa terra con un proprio talento e una forte passione, e abbiamo la responsabilità di scoprirlo e di essere felici della nostra vita.
Molti dicono: "Tu hai una vita facile e così bella, non devi obbedire a niente, ma io ho delle responsabilità, devo lavorare". In realtà, penso che ognuno debba avere il coraggio di cambiare la propria vita come vuole che sia: questo è nel potere di ognuno di noi ma bisogna tirare fuori le palle e farlo. Ecco perché ho cercato di raccontare la mia esperienza.












