Contenuto sponsorizzato
Storie | 16 aprile 2026 | 12:00

Cercavano la martora, trovano un fossile di 100 milioni di anni: "Non ci saremmo mai aspettati di posare lo sguardo su un segno così suggestivo e così antico"

Fa effetto pensare che, a milioni di anni di distanza, cercando un mammifero terrestre come la martora, i due documentaristi si siano imbattuti in un fossile marino, un organismo vissuto molto prima di dinosauri come il Tyrannosaurus rex

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Durante le riprese di un documentario sulla martora nell’Appennino delle Quattro Province – progetto di cui avevamo già parlato in un precedente articoloil documentarista Paolo Rossi, insieme a Nicola Rebora, ha individuato un fossile affiorante da una roccia. 

 

Il ritrovamento è avvenuto mentre erano impegnati a cercare segni di presenza del mustelide in un’area boscata. "La martora marca il territorio lasciando le sue marcature in punti esposti, come rocce, tronchi o muschio – racconta Rossi – ma non ci saremmo mai aspettati di posare lo sguardo su un fossile così suggestivo e così antico".

 

Le prime informazioni sul reperto arrivano dal paleontologo Davide Persico, che lo riconduce al genere Inoceramus, un mollusco bivalve estinto diffuso tra il Giurassico inferiore e il Cretacico superiore.


Si tratta di organismi marini che vivevano sul fondale, probabilmente fissati al substrato tramite bisso o per cementazione, in modo simile alle ostriche attuali. Presentavano una conchiglia generalmente più alta che lunga, con una valva più convessa dell’altra e un’ornamentazione caratteristica fatta di pieghe concentriche, elementi che rendono questi fossili facilmente riconoscibili anche sul campo .

 

Nel Nord Appennino, spiega Persico, gli Inoceramus sono frequenti all’interno dei flysch, successioni di rocce sedimentarie costituite da alternanze di arenarie, calcari e peliti, depositate in ambiente marino profondo. In questi contesti, i molluschi venivano spesso sepolti rapidamente da sedimenti trasportati da correnti di acqua torbida, un processo che ne ha favorito la fossilizzazione e la conservazione fino a oggi.

 

L’esemplare individuato presenta caratteristiche compatibili con il genere, tra cui le tipiche pieghe concentriche visibili sulla superficie della conchiglia. In base al contesto geologico dell’area, il fossile può essere attribuito con buona probabilità al Cretacico superiore, con un’età compresa tra circa 65 e 100 milioni di anni.


Le rocce in cui è stato rinvenuto il fossile si sono formate in un antico oceano, la Tetide, che durante il Mesozoico occupava gran parte dell’area oggi corrispondente all’Europa meridionale. Nell’area dell’attuale Appennino settentrionale erano presenti bacini marini profondi collegati al sistema ligure-piemontese, talvolta indicato in ambito divulgativo come "oceano padano".

 

In questi ambienti si depositavano sedimenti che, nel tempo, hanno formato le successioni di flysch oggi affioranti. A partire da circa 100 milioni di anni fa, la convergenza tra la placca africana e quella europea ha portato alla chiusura di questi bacini oceanici e alla deformazione dei sedimenti, che sono stati compressi, sollevati e accavallati fino a formare la catena appenninica. Le rocce dell’Appennino delle Quattro Province rappresentano quindi antichi fondali marini oggi emersi. 

 

Fa effetto pensare che, a milioni di anni di distanza, cercando un mammifero terrestre come la martora, i due documentaristi si siano imbattuti in un fossile marino, un organismo vissuto molto prima di dinosauri come il Tyrannosaurus rex.

 

 

Le fotografie inserite nell'articolo sono di Paolo Rossi e Nicola Rebora

Contenuto sponsorizzato