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Storie | 24 maggio 2026 | 18:00

"Non dovevate partire con la pioggia per la cima, invece vi siete avviati assieme agli altri; ma quelli sono dei 'Gipfelsammler'". Scopriamo una categoria di alpinisti tipica dei Paesi di lingua tedesca

Li chiamano "collezionisti di vette" e sono animati dalla brama di raggiungere quante più cime possibile e pressoché inarrestabili, o quasi, in ogni situazione. Un viaggio nella mentalità di una particolare categoria di alpinisti/escursionisti d'oltralpe (ma non solo...) che trasformano la passione per l'alta quota in una meticolosa raccolta di obiettivi da spuntare

scritto da Lorenzo Naddei

Vento, pioggia, nuvole basse: siamo partiti lo stesso per il Großvenediger, ma dopo qualche ora ci convinciamo a fare dietrofront, imitati da uno stuolo di alpinisti teutonici. È mezzogiorno, e a cinquanta metri dal rifugio - manco a dirlo - il cielo si apre e ne esce una giornata semplicemente radiosa; poco male, abbiamo tutto il tempo per fermarci un’altra notte e riprovarci domani. Il gestore, un gigante austriaco dai modi straordinariamente gentili, ci accoglie di nuovo col sorriso, ma non perde l’occasione di rimbrottarci: "Ve l’avevo detto di partire molto più tardi, questa schiarita era annunciata. Avreste avuto il tempo di arrivare in cima e invece, quando sono partiti gli altri, siete partiti anche voi; ma quelli sono dei Gipfelsammler!" Poche parole, ma decisive: anzitutto, mi sono convinto definitivamente che in montagna le decisioni vanno prese in autonomia, senza accodarsi alla massa. E poi mi hanno permesso di scoprire l’esistenza di una categoria di alpinisti e camminatori tipica dei Paesi di lingua tedesca, i "collezionisti di vette" (Gipfelsammler, appunto), animati dalla brama di raggiungere quante più cime possibile e pressoché inarrestabili, o quasi, in ogni situazione. 

 

Niente di nuovo, si potrebbe obiettare: quanti sono, sparsi nelle Alpi e nel mondo, gli appassionati che smaniano per aggiornare di continuo il loro palmarès? Infiniti, certo, e a ben vedere nemmeno chi scrive - che pure ama definirsi un contemplativo - è immune a questa "malattia", tutt’altro. Ci sono però dei tratti distintivi, delle peculiarità che contraddistinguono in modo particolare i collezionisti tedeschi (e in misura minore quelli austriaci), facendone un caso quasi unico e, per certi versi, da studiare.

 

Di base, alcuni comportamenti sono una prerogativa dei soli popoli nordici: ne è un esempio proprio quel disinteresse al cosiddetto brutto tempo cui si accennava. All’origine di questa imperturbabilità, apprezzatissima dai nostri rifugisti ("Fossero tutti come i tedeschi, che quando prenotano sai che arrivano sempre!") credo ci sia l’abitudine a vivere in un contesto ben più freddo e piovoso del nostro, grazie alla quale una giornata che noi definiremmo tremenda venga considerata del tutto normale. Inoltre - e in questo vedo grandi similitudini con la Francia - esiste un aspetto culturale, una diffusa propensione a passare molto tempo in natura e all’aria aperta, a tutte le età e in ogni stagione. Quelli che a noi sembrano disagi, ai loro occhi fanno parte del gioco; non se ne curano, o forse nemmeno se ne accorgono, sicuramente se la godono di più… 

 

Accanto a questi aspetti, che definirei "sani" e piuttosto oggettivi, ve ne sono altri più sfumati, difficili da interpretare se non si conosce un po’ da vicino la mentalità dei nostri sodali germanici. Tanto per cominciare, il Paese è grande, e per qualcuno le Alpi sono davvero lontane; sarà anche per questo, immagino, che le vacanze in montagna vengono pianificate fin nei minimi dettagli, per ottimizzare il tempo a disposizione.

 

E poi c’è la determinazione, una delle doti che più invidio ai tedeschi, che li porta a prepararsi, ad allenarsi scrupolosamente per tutto l’anno, e, una volta in loco, a puntare dritti alla meta, senza se e senza ma. Piove? Non importa. Una spanna di neve fresca? Fa niente. Visibilità ridotta al minimo? Abbiamo la carta! In generale, un approccio che personalmente ammiro e condivido, ma che portato agli estremi, quando constato che non c’è alcuno spazio né per la fantasia né per ragionevoli aggiustamenti in corso d’opera, mi lascia quanto meno perplesso...

 

Qualche esempio? A un occasionale compagno d’avventura di Monaco, simpaticissimo, incontrato sul percorso austriaco dell’Alta Via delle Alpi Carniche, propongo una digressione in territorio italiano, di fronte alle Cjanevate, al posto di una tappa oggettivamente meno interessante: "Non se ne parla! So che è un posto fantastico, ma voglio fare tutta l’alta via per un discorso di completezza; se venissi con te salterei una tappa e mi mancherebbe il timbro di un rifugio, non posso!" Va ancora peggio con un suo connazionale nelle Alpi di Stubai, con cui mi intrattengo sulla terrazza di una bellissima hütte; sono lì per salire una cima alta, glaciale, non del tutto semplice, e intendo farlo il giorno successivo, l’ultimo di tempo buono prima di una perturbazione che si preannuncia colossale. Anche lui vuole salirla, ma il suo programma - realizzato mesi prima - prevede prima alcune cime modeste e solo in ultimo, nel pieno del ciclone, l’ascensione di cui stiamo parlando. "Beh, immagino che cambierai i tuoi piani, e che domani ci incontreremo sul percorso", butto lì; "No, il programma prevede che ci salga l’ultimo giorno e io rispetto il programma". "Scusa, ma perché? È la vetta più bella, la più panoramica, la più lunga e complicata da raggiungere, non sarebbe meglio andarci col sole?"; "Il programma va seguito, tutt’al più se non ci saranno le condizioni non partirò": benedetto programma! 

 

Per completare il profilo del perfetto Gipfelsammler manca un ultimo punto, la scelta delle mete: quali cime salire, in base a quale criterio? L’obiettivo può essere meramente numerico (almeno tot "3000" all’anno, oppure non meno di x "4000", e via dicendo) oppure geografico (tutte le vette intorno a Kitzbuhel, le cime più alte dei Tauri, i "3000" delle Dolomiti…), l’importante è avere un approccio sistematico. Nel delicato momento della scelta si può comunque contare su un numero spropositato di libri e riviste in lingua tedesca che cavalcano questa fame di vette, suggerendo sempre nuove mete, sempre "imperdibili", da mettere nel mirino e concatenare in ogni angolo delle Alpi e del globo: una vera e propria istigazione. Pochi giorni fa, cercando informazioni su una salita, mi imbatto in un blog, e nel disarmante commento di un collezionista dichiarato: "Con questa cima, ho spuntato anche l’ultima che mi mancava del Samnaun, completando la lista del libro dei 3000 austriaci. Sono soddisfatto, ma soprattutto sollevato; è finita, finalmente".

 

Subito mi torna alla mente la frase di un pioniere dell’alpinismo britannico, che nell’Ottocento aveva sentenziato: "La differenza tra alpinisti inglesi e tedeschi? Noi abbiamo voglia di andare in montagna, loro devono": forse è davvero così, ma sono certo che "loro" non siano i soli…

 

 

Immagine di copertina: a sinistra, foto di Roberto Caucino (Canva); a destra, Großvenediger in una foto di PietJay (Wikimedia Commons)

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La montagna del vicino

Cosa succede sulle Alpi al di fuori dell'Italia? Quali segnali ci mandano i nostri vicini? Gli articoli presentati in questa rubrica non hanno la pretesa di esaurire un argomento tanto vasto, ma vogliono solo offrire qualche spunto a partire da piccoli episodi vissuti in qualità di "forestieri". Uno sguardo su quanti, a vario titolo, animano la montagna oltre confine: chi la abita, chi ci lavora, chi la amministra; chi si batte per difenderla e chi no. E, naturalmente, su una categoria quanto mai composita, controversa e folkloristica di cui tutti facciamo parte, quella dei turisti.

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