"Nell'impatto con la roccia il mio braccio fece il suono di un pezzo di legno spezzato: rotolai su me stessa, finendo sul ciglio del sentiero". Un incidente avvenuto tra i boschi colpiti da Vaia e dal Bostrico

"Simone, non muovo la mano, non riesco a muovere il braccio. C'è qualcosa che non va". Storia di una brutta caduta e del successivo soccorso sui pendii di Cima Vezzena

Come raccontare gli incidenti in montagna? A partire da questa domanda è nata una collaborazione tra L'Altramontagna e il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, finalizzata a riprendere le testimonianze di chi è stato soccorso o di chi ha prestato soccorso in montagna in modo da acquisire importanti elementi per frequentare i territori montani con maggiore consapevolezza e, quindi, per cercare di prevenire situazioni di potenziale pericolo.
I testi pubblicati hanno partecipato al concorso Ti racconto il mio soccorso, nato da un’idea di Melania Lunazzi: la premiazione della prossima edizione del concorso avrà luogo venerdì 5 giugno alle 21 al Teatro Monte Baldo di Brentonico, nella cornice del Festival L'Altramontagna, con la partecipazione della guida alpina e tecnico del Soccorso Alpino François Cazzanelli (QUI per prenotarsi gratuitamente).
La storia di oggi s'intitola Traumi in Simbiosi. L'autrice, racconta la storia di una brutta caduta e del successivo soccorso sui pendii di Cima Vezzena.
Traumi in Simbiosi
Tra i boschi piegati dalla tempesta Vaia e le cicatrici lasciate dalla guerra, la storia si percepisce in ogni passo. Radure, trincee e resti bellici raccontano ricordi profondi che spesso si dissolvono nel caos della domenica. Quando posso, cerco la montagna in solitudine, in giorni e orari più tranquilli: lì il luogo diventa personale, un intimo dialogo con ciò che non si vede ma si sente e si respira. In uno di questi luoghi, l’intimità si interrompe. Incontro il dolore di una frattura: frattura scomposta di Galeazzi al radio, grave distorsione del polso e lesione del nervo mediano.
"Simone, non muovo la mano, non riesco a muovere il braccio. C’è qualcosa che non va".
Doveva essere una breve passeggiata domenicale con il mio compagno di allora. Sentiero n° 205, un percorso veloce, nel bosco, per raggiungere la cima e i ruderi del forte. Partenza in tarda mattinata, devo rientrare per le 15:00, Roberta mi aspetta per andare a Teatro. Sono particolarmente stanca, il lavoro assorbe troppa energia in quel periodo. Per questo avevamo deciso, io e Simone, di concederci una pausa forzata: tregua, uno stacco piacevole e rilassante, che per noi significava sempre camminare in montagna.
L'Ascesa
Passo spesso per il valico della Fricca, la via più veloce per Trento. Amando il turismo a chilometro zero, voglio esplorare questi luoghi di passaggio. Pur non vivendo lontani dall’Alpe Cimbra, abbiamo scelto di dormire a Vattaro, cenare con una pizza e l'indomani salire allo Spitz, che conosco bene. È una cima sorprendentemente d'effetto, che si erge verticale alla fine della piana di Vezzena, dopo la caratteristica Val D'Assa. La familiarità con i tempi e i percorsi mi permette di muovermi in tranquillità, senza correre, senza fretta, senza affanno. Posso osservare, respirare, annusare il bosco. Faggi, betulle e abeti. Mi piace tornare nei luoghi conosciuti, non mi stancano mai, anzi, mi piace ogni volta scoprire i particolari nuovi.
Lasciata l'auto all’Hotel Vézzena, la salita è veloce e agevole. Pur essendo pieno inverno, solo qualche macchia di ghiaccio sottile, poca neve e non fa troppo freddo. Lo zaino, come sempre, è al completo: ramponcini, thermos con tè caldo, piumino e antivento, una maglietta di ricambio, un po' di frutta secca e l'immancabile torcia, non si sa mai. Anche per una passeggiata breve le cose essenziali non mancano. Mi è capitato spesso di aiutare altre persone con il mio equipaggiamento. Questa volta, a essere aiutata sono stata io. Salgo in un bosco martoriato dal bostrico, tra radici strappate e terra macinata dalle macchine forestali. Con l’aumentare della quota, il sentiero emerge tra le rocce e si apre verso ampi panorami sulla piana. Incrociamo qualche radice sporgente da superare e mughi profumati che incorniciano la nostra passeggiata. La vista si estende sull’Altopiano, fino alle montagne di casa, che ormai riconosco molte bene da molte angolazioni. Incrociata la più affollata mulattiera, in poco tempo si arriva alla cima. Dai resti del forte austriaco si apre un panorama mozzafiato. Mi chiedo spesso se i soldati, in questo luogo come in tanti altri, in mezzo a tanto tormento, riuscissero a godere di tanta bellezza. La cima è gremita di gente. La comoda mulattiera che arriva quassù e incrocia il Sentiero 205 è molto frequentata per la sua facilità di accesso. È una via che permette anche ai meno allenati di salire agevolmente e godere del panorama e dei resti che la storia ci ha lasciato. Le persone guardano il Brenta, fotografano la croce di vetta e sfidano le vertigini sulla pensilina che si espande a picco sulla Valsugana con i coreografici laghi di Caldonazzo e Levico in primo piano. Da quel punto panoramico, l'orizzonte si apre su un anfiteatro imponente che toglie il fiato, facendoti sentire minuscolo eppure profondamente connesso a tutto.
L'Impatto
Il tempo stringe, devo incontrare la mia amica Roberta. Scendiamo senza preoccuparci del pranzo; un po' di frutta secca è sufficiente, l'idea è abbuffarsi la sera, non appesantire le gambe durante il rientro. Scendendo, riprendiamo lo stesso sentiero. La pendenza non è impegnativa. Proprio in un tratto quasi pianeggiante, mi fermo. Lascio passare un uomo esile e anziano, dai capelli bianchi e la schiena curva. Non indossa i ramponcini; ha uno zaino datato e la giacca color amaranto. Ci scambiamo un saluto silenzioso ad occhi bassi e lui prosegue oltre. Ricordo bene quel passo lento e flemmatico, come se quella persona avesse il presentimento del mio prossimo passo falso. Riprendo il cammino. Pochi metri più avanti sento come se i miei piedi si fissassero a terra, come se due mani mi stringessero le caviglie. Cado sulle ginocchia. La racchetta si incastra sotto un sasso, e il mio peso crolla sopra al braccio. Crack. Un suono secco, come un pezzo di legno spezzato. Non è la racchetta, non è un ramo, scoprirò più tardi essere il radio del mio braccio sinistro. Rotolo su me stessa, finendo seduta sul ciglio del sentiero.
Il Soccorso
Simone chiama il Soccorso Alpino, fornendo le coordinate GPS. Fortunatamente c’è campo pochi metri più a valle. Resto ferma; siamo appena fuori dal bosco, dove c’è un pallido e tiepido sole. Simone mi aiuta a togliere lo zaino, sfilando le bretelle. Provo a muovere il polso, le dita, il braccio: sono immobili. Ho la nausea, ma finché resto ferma, il dolore è sopportabile. Sostengo il braccio infermo con la mano abile.
Nell’attesa, mi dico che tutto si aggiusta. Non penso a delle possibili ossa rotte. Ho un po’ freddo, ma il mio zaino al completo è una garanzia: ho tutto per coprirmi ed aspettare i soccorsi. Intanto, lungo il sentiero transitano alcuni escursionisti, molti di loro privi di equipaggiamento adeguato, e soprattutto senza ramponcini, con scarpe assolutamente inadatte. Il tempo vola. Arriva affannosamente un primo soccorritore da valle, ha corso moltissimo ed è tutto sudato. Il suo respiro concitato rompe l'isolamento in cui eravamo immersi. Valuta la situazione, il braccio è compromesso. Pochi istanti dopo altri due soccorritori arrivano da monte, scendendo per il sentiero dopo aver lasciato la jeep sulla mulattiera. Mi tranquillizzano. Valutiamo l’elicottero ma rifiuto. "Potrebbe servire per un caso più grave e le gambe funzionano", dico a me stessa.
Mi fasciano velocemente il braccio con grande abilità, fissandolo al petto. Mi alzo, piano, ho ancora la nausea, la testa è pesante ma sono tranquilla. I soccorritori mi mettono a mio agio. Rifiuto anche la barella: "Non voglio procurarvi un mal di schiena, non sono certo un peso piuma", non mi manca l’umorismo, effetto adrenalina. Riusciamo a fare il tratto in discesa, lentamente. Mentre ripercorro il bosco di abeti rossi martoriato dalla tempesta Vaia del 2018, mi sento in simbiosi con lui: il mio trauma si fonde alla sua ferita ancora troppo recente.
L'Ospedale e la Gratitudine
Arriviamo sulla strada carrozzabile, dove mi aspetta una jeep del Soccorso Alpino. Mi accompagnano all’ambulanza della Croce Rossa. Mi visitano. Rifiuto il trasporto all’ospedale che sarebbe stato Trento o Rovereto. L’adrenalina attenua il dolore. Voglio solo avvicinarmi a casa; dovevo andare a teatro. Avviso l'amica: "Non arrivo, ti spiego più tardi". Simone mi accompagna all’Ospedale di Santorso. Le ore passano ed è già tardo pomeriggio. Fortunatamente c’è ancora in turno un ortopedico. Facciamo una lastra. "Qualcosina c’è" mi dice titubante. "Ma non hai preso neppure un antidolorifico?". Scopro di avere una soglia del dolore piuttosto alta. "Comunque, devi restare stanotte, domani ti operiamo".
Dal ricovero fino alla fisioterapia, ho incontrato persone meravigliose che mi hanno trasmesso umanità e coraggio. Allo stesso tempo, l’ospedale mi ha mostrato un’altra faccia, più triste e nascosta: la profonda solitudine di chi non ha nessuno al di fuori del personale e dei volontari. Spesso mi sono ritrovata nelle sale d’attesa accanto a persone immerse in questa solitudine silenziosa, e quell’esperienza mi ha colpita profondamente.
Alcune cose devono accadere, e metabolizzarle non è mai scontato. Il mio incidente, simile e certamente meno grave di tanti altri, ha segnato un vero punto di svolta nella mia vita. Restano le cicatrici, l’artrosi e, a volte, il dolore fisico persistente, ma tutto scorre e si trasforma, insegnando a guardare oltre. Ho avuto la fortuna di rincontrare i miei soccorritori: persone eccezionali che mi hanno dedicato attenzione e cura. La loro forte dedizione si sente ed è coinvolgente. Penso al sacrificio del loro tempo e delle loro energie, spese per chi, come me, ha fatto involontariamente un passo falso. Questo gesto di solidarietà disinteressata rimane la lezione più grande che porto con me da tutta questa esperienza. La montagna dà e toglie, ma ogni passo tra boschi e vette lascia un’energia che rigenera. Cambia la prospettiva, placa la frenesia del quotidiano e ricorda quanto fragile e prezioso sia il mondo naturale. E io torno, sempre, perché ogni respiro qui è un dono da custodire.

Gli incidenti accadono quasi sempre per un errore, una leggerezza, per sottovalutazione dei rischi e mancata consapevolezza delle proprie capacità e del proprio allenamento, fisico e psichico. C’è poi quel pizzico di imponderabile che a volte porta a peggiorare le cose. Difficile che alla base ci sia un solo passo falso: solitamente è l’ultimo di una serie di piccoli errori. Al di là di ciò che trova spazio sui giornali, quasi mai c’è il tempo di raccontare le sensazioni che si provano durante un’operazione di salvataggio, che fanno parte di un vissuto personale, intimo e riservato, sia della persona soccorsa che del soccorritore. Un turbine emozioni, un’esperienza che segna e insegna e che a volte ha condotto la persona soccorsa a diventare a sua volta soccorritore e soccorritrice, entrando a far parte del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Non è semplice descrivere un incidente nel quale si è stati coinvolti in prima persona, ma a volte può essere liberatorio, a volte istruttivo per chi legge, conoscere i frangenti nei quali ci si è trovati per sottovalutazione dei segnali d’allarme, che si dovrebbero cogliere in tempo quando si decide di affrontare un’escursione in montagna o in luoghi isolati. Il concorso Ti racconto il mio soccorso nasce con queste premesse.















