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Storie | 30 luglio 2026 | 18:00

Il matrimonio tra consanguinei è dannoso? Lo strano caso del paese di Stoccareddo sembra dimostrare il contrario. 380 su 402 abitanti del Paese si chiamano Baù e godono di ottima salute

Una comunità di pastori isolata per secoli in un angolo dell'Altipiano: uno dei pochi accessi era la scalinata di 4444 scalini di Calà del Sasso. Quasi tutti i suoi abitanti portano lo stesso cognome e sembrano discendere da un antenato comune. Nel Novecento, molti sono emigrati nel mondo. Il 2 agosto si re-incontreranno nel paese per il tradizionale "Raduno dei Baù", dove la qualità della loro salute è diventata un caso studio per lo sviluppo di nuove cure

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Stoccareddo è un paesino di 402 anime sull'Altipiano dei Sette Comuni, in provincia di Vicenza. Nulla di diverso da molti altri centri della zona, se non fosse che, di quei 402 abitanti, ben 380 si chiamano Baù di cognome e sembrano discendere da un unico antenato comune.

 

Qualcuno dice che il primo Baù sia stato un vichingo arrivato dalla Danimarca nel dodicesimo secolo; certo è però che i Baù hanno conservato un dna sorprendentemente integro, dovuto all'elevato tasso di "endogamia", e hanno sviluppato un gene protettivo che viene oggi studiato per poterlo applicare a nuove cure immunologiche.

 

Per la posizione isolata del paese, sviluppato su un piano alle pendici nord-orientali dell'altopiano, i Baù hanno vissuto isolati dal mondo per molti secoli, ma nel corso del Novecento – complici le guerre e le difficoltà economiche - molti di loro sono emigrati in Usa, Sudamerica, Australia, Belgio e Francia, spesso ricreando nuclei molto uniti.  

 

Ciò nonostante, da ormai tredici anni ritrovano una volta l'anno nel paesino d'origine per il tradizionale "Raduno dei Baù", a Stoccareddo, che quest'anno si terrà il 2 agosto. Tra intrattenimento musicale e ottimo cibo, parlano di antenati, familiari e lavoro, ma soprattutto - a partire dalle 9 di mattina - si sottopongano a visite, test e analisi del sangue che contribuiscono alla ricerca scientifica sulle malattie rare.

 

"Durante l'ultima festa, ricordo che si sono presentati tre uomini. Mentre si facevano visitare, abbiamo chiesto loro da dove venissero. Erano tre fratelli brasiliani, tutti Baù figli di immigrati. Tutti e tre medici e professori universitari, primari di ginecologia, anestesia e genetica. È molto bello che tre professori universitari all'interno del mondo sanitario abbiano attraversato il mondo per dare il loro contributo, perché significa che hanno capito l'importanza di questo studio".

Sono le parole di Giuseppe Baschirotto, direttore della Fondazione Malattie Rare "Mauro Baschirotto" ETS con sede a Costozza di Longare (Vicenza), che da anni si sta occupando anche di Studi e Ricerche su Popolazioni che hanno vissuto per molti secoli in modo isolato, come quelle dell'Altopiano di Asiago, a partire da Stoccareddo e Rotzo per poi continuare possibilmente con altri come Roana, Foza, Lusiana.

La ricerca, spiega Baschirotto, nacque circa quindici anni fa a partire dallo studio di alcuni bambini dell'Altopiano affetti da malattie rare. Alcuni medici segnalarono che diversi di loro appartenevano all'area di Stoccareddo. Da quell'osservazione prese avvio un'indagine genetica che, con il tempo, si è progressivamente ampliata fino a studiare l'intera popolazione.

 

Tra gli aspetti che hanno attirato maggiormente l'attenzione dei ricercatori vi sarebbe la presenza di una popolazione complessivamente molto sana, nonostante alcuni valori clinici, come il colesterolo, possano risultare fuori norma. Sembra inoltre che, sebbene si tratti di un dato ancora preliminare, nella comunità di circa 380 abitanti non si sia verificato alcun caso di ictus. Se questi elementi trovassero conferma scientifica, sostiene Baschirotto, potrebbero contribuire a individuare meccanismi biologici utili non solo per la comunità locale ma per la medicina in generale.

 

La comunità di Stoccareddo avrebbe praticato abitualmente matrimoni all'interno dello stesso gruppo familiare o della stessa cerchia sociale, una situazione che normalmente ci si aspetterebbe favorisca l'emergere di patologie genetiche. I dati raccolti finora sembrerebbero però raccontare una storia diversa. "Si tratta di risultati ancora da verificare – precisa il ricercatore – ma non si osserva il peggioramento delle condizioni di salute generalmente associato alla consanguineità; al contrario, alcune caratteristiche sembrano indicare possibili fattori protettivi. L'obiettivo è proprio comprendere se esistano varianti genetiche che abbiano favorito una particolare resistenza ad alcune malattie".

 

Accanto alla genetica, il progetto comprende un'importante componente di ricerca storica e genealogica. Per ricostruire le origini della comunità sono stati consultati soprattutto gli archivi parrocchiali, anche perché gran parte della documentazione civile è andata perduta durante la Prima guerra mondiale. Attraverso la ricostruzione degli alberi genealogici i ricercatori hanno individuato una comunità composta quasi esclusivamente da pastori tra il Cinquecento e il Seicento, con attività commerciali molto limitate. Per lungo tempo, infatti, uno dei pochi accessi al paese era costituito dalla scalinata in pietra di Calà del Sasso, un percorso di 4444 scalini che collega l'Altipiano con la valle del Brenta.

 

Il contributo maggiore alla ricerca, oggi, viene da chi non è ancora stato analizzato: una partecipazione importante ma nient'affatto scontata dato che molti Baù vivono all'estero e sono discendenti di seconda o anche terza generazione. Ai Baù, però, va reso il merito di essere una sempre stati una comunità molto coesa.

 

"Le migrazioni – spiega il direttore della Fondazione - avvennero spesso per nuclei familiari: partiva una persona e poi richiamava fratelli, sorelle e altri parenti, ricostituendo all'estero comunità molto coese. In alcuni casi questa continuità è evidente ancora oggi: nei pressi di Grenoble, ad esempio, è stata individuata una comunità composta da una settantina di persone di famiglia Baù".

 

"Le caratteristiche tipiche di un isolato geografico - spiega la Fondazione - fanno sì che questo sia caratterizzato da un patrimonio genetico con ridotta variabilità tra i diversi soggetti che vi appartengono e costituiscono pertanto un prezioso e forse irripetibile possibilità di studio per le malattie multifattoriali, essendo potenzialmente in grado di mettere in evidenza fattori genetici e ambientali protettivi o predisponenti le malattie complesse, come diabete, cancro, ipertensione, patologie cerebrocardiovascolari e molti altri aspetti e fattori legati alla salute delle persone".

A coloro che hanno aderito allo studio, quasi tutti di cognome Baù, gli esperti della Fondazione hanno effettuato visite plurispecialistiche con raccolta di dati clinici relativi a pressione, misure antropometriche, stato di salute generale, terapie farmacologiche in atto, abitudini alimentari, esami audiometrici, prelievi di sangue per studi genetici ed esami biochimici e raccolta delle urine.

 

Già alcuni importanti risultati sono stati raggiunti e pubblicati su riviste internazionali, l'ultimo particolarmente rilevante, data la scoperta di alcune caratteristiche genetiche che potrebbero proteggere la popolazione. "La speranza è che il risultato di queste scoperte permetta di comprendere meglio e monitorare la salute dei nativi altopianesi, residenti e no, nell'Altopiano e di meglio comprendere le vie metaboliche del corpo umano, permettendoci di individuare nuovi possibili approcci terapeutici".

 

Per proseguire in questi importanti studi, serve l'aiuto di tutti, ma soprattutto è importante che si sottopongano alle visite e ai test anche coloro che non l'hanno ancora fatto, sottolinea nuovamente la Fondazione.

 

Tutti i Baù a raccolta, dunque. I ricercatori saranno presenti a Stoccareddo nella giornata del 2 agosto 2026 e vi aspettano per proseguire insieme questo unico e straordinario progetto. "L'obiettivo – conclude Baschirotto - è ampliare il più possibile il campione di persone esaminate: più casistica abbiamo, più i dati diventano certi".

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