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Storie | 01 agosto 2026 | 06:00

"Guardatelo bene questo paese: non lo vedrete mai più". Storia della borgata di pietra scomparsa sul fondo di un lago e dei mastri ferrai che la abitarono per oltre settecento anni

Nel Duecento, una comunità di bresciani espatriati si trasferì in Garfagnana, dove fondò un nuovo paese di pietra tra le montagne ferrose delle Alpi Apuane. Dopo settecento anni di storia, gli abitanti furono sfrattati a forza: si doveva fare posto a un lago artificiale capace di produrre l'energia utile all'industria del marmo. Nel 1994 il paese è tornato a vedere la luce per l'ultima volta, attirando un milione di visitatori. Oggi, la storia di Fabbriche di Careggine rivive nella leggenda di una moderna Atlantide

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

In Garfagnana, nel bel mezzo delle Apuane, esiste un luogo che direbbe incantato: uno splendido specchio d’acqua che luccica tra i pendii boscosi di castagno e di faggio dei monti Sumbra, Tambura, Fiocca e Roccandagia. Ai suoi estremi due minimi conglomerati di casupole, Vagli di Sotto e Careggine, suggeriscono appena la presenza umana. Sembra uscito da una fiaba, ma una fiaba decisamente contemporanea, perché a reggere quell’enorme massa d’acqua è una diga di ben 92 metri.

 

Ad ogni modo, non è ciò che emerge dalla superficie del lago a rendere magico questo luogo, non il ponte tibetano né la zip line che oggi permette di "volarci" sopra, ma piuttosto quello che rimane nascosto dalle acque del lago. Negli abissi del lago infatti, che arrivano ad oltre 80 metri sotto la superficie, giacciono da oltre settant’anni le spoglie di un borgo medievale con una storia che risale al Milleduecento: parliamo di Fabbriche di Careggine, "borgo fantasma" o "moderna Atlantide", dove per centinaia di anni ha vissuto una comunità di mastri ferrai esule da Brescia. Un luogo spettrale, emerso dai suoi abissi soltanto quattro volte nell’ultimo secolo: l’ultima nel 1994.


Per arrivarci, però, serve un lungo passo indietro: non solo nel tempo, ma anche nello spazio.

 

Sembra infatti che, a fondare Fabbriche di Careggine, furono piccole comunità in fuga dal nord-est della penisola, messa a ferro e fuoco dalla ferocia di Ezzelino III, "Il tiranno", che nel 1225 divenne signore, podestà e capitano del popolo di Verona, e più tardi, poiché fedelissimo dell'imperatore Federico II di Svevia, fu nominato vicario imperiale di Lombardia.  Ad opera dei suoi mercenari avvennero saccheggi, omicidi ed intere città furono rase al suolo. Fu per sfuggire a tali efferatezze che alcuni fabbri e ferrai di Brescia fuggirono dalla loro terra natia e una parte di essi trovò asilo in Garfagnana.

 

Rigogliosa di boschi, la Garfagnana offriva il legname per alimentare i forni di fusione, l’acqua del torrente Edron alimentava le ruote dei mulini e soprattutto li, tra le Apuane, esistevano giacimenti ricchi di ferro. Fu così che, nel 1270, una parte di questi espatriati si stabilì nei pressi dell’Edron, in un tratto pianeggiante della valle ai piedi del Monte Tambura, particolarmente generoso di vene ferrose. Presto nacquero piccoli opifici, attorno ai quali sorsero le prime case e i primi edifici, e il nuovo insediamento abitativo prese il nome di Fabbriche di Careggine.


Nei secoli il paesello crebbe. Nel 1590 fu costruita una chiesa dedicata a San Teodoro e si svilupparono attività laterali di artigiani del ferro: molti contadini della zona venivano proprio a Fabbriche per farsi costruire gli strumenti per il lavoro nei campi. Ma a dare la scossa più significativa alla crescita del paese fu l’inaugurazione della Via Vandelli.

 

Progettata dall'abate Domenico Vandelli per volere del Duca Francesco III d'Este, la Via Vandelli fu terminata il 1751. Considerata la prima grande strada carrozzabile moderna d'Europa, collegava la Pianura Padana con il mar Tirreno, e passava proprio da Fabbriche di Careggine. Per quest’opera, in paese, venne perfino costruito un ponte - prima di legno e poi in muratura - che attraversava il torrente Edron. Francesco III, scommettendo nell’industria del ferro, concesse a chiunque ne facesse richiesta permessi per metter su delle attività a Fabbriche di Careggine: quel piccolo paesello doveva diventare uno dei maggiori fornitori di ferro dello Stato.


Le attività avanzarono a gonfie vele fino alla fine del 1700. Poi, però, le miniere di ferro entrarono in crisi e allo stesso tempo la Via Vandelli perse importanza e ben presto cadde in rovina. Allo stesso modo caddero in rovina tutte le attività legate al ferro. I "fabbrichini", allora, non poterono far altro che dedicarsi ad agricoltura alla pastorizia. Molti provarono a cercare fortuna altrove e così, nel 1833, in paese rimasero solamente 66 abitanti.

 

Eppure, inaspettatamente, la storia di Fabbriche di Careggine aveva ancora qualcosa da dire: agli inizi del 1900 per il paese sembrò si aprirsi un nuovo rinascimento: il tempo del ferro era finito, ma era cominciata l'era del marmo. Quella del Marmo era destinata a diventare un’industria milionaria, troppo grande forse per il piccolo borgo di Fabbriche, che presto finì per essere un impedimento sulla via del progresso.

 

Cave di marmo furono aperte a Vagli e a Gorfigliano e, tra il 1906 e il 1907, nei pressi del paesello venne costruita una piccola centrale idroelettrica che sarebbe servita a questi bacini marmiferi. Questa piccola centrale però non era che il preludio a quello che sarebbe successo qualche decina di anni dopo.


Nel 1941, in linea con le grandi opere fasciste, la società idroelettrica Selt Valdarno (oggi Enel) cominciò la costruzione della poderosa diga di Vagli, un’infrastruttura alta oltre 92 metri, destinata a contenere fino a trentasei milioni di metri cubi di acqua. La diga cresceva e cresceva, oscurando minacciosa l’orizzonte agli ultimi abitanti di Careggine. Era qualcosa di più di un funesto presagio, era un messaggio di sfratto: il piccolo paese di Fabbriche di Careggine doveva essere sommerso.

 

I lavori di sbarramento del torrente Edron e la costruzione della diga idroelettrica iniziati nel ’41, furono interrotti a seguito degli eventi bellici, i lavori della diga terminarono nel 1947 innalzando lo sbarramento a 65 mt prima, a 95 mt poi.

 

Nel 1947 il paese fu ricoperto dalle acque, finendo decine di metri sotto alla superficie del neonato lago artificiale. Gli abitanti furono così costretti ad abbandonare il loro paese e, in alcuni casi, ci volle perfino l'intervento delle forze dell’ordine per far desistere gli ultimi ostinati abitanti del villaggio. Al momento della sommersione, pare che il paese contasse 32 case, una chiesa, un cimitero e 146 abitanti. Di questi 146 abitanti, la maggior parte di loro portava un cognome legato alle loro lontane origini: Bresciani.

 

Un servizio del cinegiornale La Settimana Incom del 1947, raccolto dall’archivio "British Pathé", raccontava in questi termini l’esodo forzato dei fabbrichini.

 

"Guardatelo bene questo paese: non lo vedrete mai più. Si chiama Fabbriche ed è in Garfagnana. Gli abitanti lo abbandonano.

Tragica sempre l’immagine di un esodo: l’addio alla casa, alla chiesa, al camposanto. Ma, per una volta tanto, l’esodo non significa disastro. La diga di Vagli incombe sul paesello coi suoi sessanta metri di altezza. Un colpo di leva basterà a modificare la geografia della regione: crollano tonnellate d’acqua per l’a-picco della diga. Si tratta di creare un lago artificiale di 8milioni e mezzo di metri cubi, che manderà a Castelnuovo di Garfagnana l’acqua per una centrale elettrica di sessantamila chilowatt.

Tra qualche centinaio d’anni gli uomini si racconteranno la leggenda di questa piccola Atlantide sommersa, sentiranno dal fondo delle acque suonare le campane della chiesa inghiottita, le campane sacrificate perché sgorgasse in Italia un nuovo torrente di energia e di luce".

 

 

A sentire oggi le parole del cinegiornale un nodo stringe la gola. Dopo i disastri del Vajont del 9 ottobre 1963, e della Val di Stava, 19 luglio 1985 (per citare soltanto i casi che han riguardo l’idroelettrico nella Penisola), una simile fiducia nel progresso e nelle grandi opere sembra essersi irrimediabilmente incrinata. Lo vediamo ancora oggi nei cantieri della Tav che da decenni interessano il nord del Paese, suscitando violente proteste come quelle recentemente avvenute in Val di Susa.

 

Sarà forse per questo che l’effige sulla diga, che commemora la costruzione con toni enfatici, a vederla oggi ha l’aria di una lapide: "Questa diga che chiude le acque che corrono al Serchio, e ne trattiene la naturale irruenza per trarne disciplinata energia elettrica fu ideata e realizzata dal Conte Ing. Ignazio Prinetti Castelletti che ne curò la costruzione in tempi successivi per storiche vicende. 1943-1953".

 

In effetti, si può dire che, per la piccola borgata garfagnina, il 1947 fu l'anno della fine.  Questa data, però, corrispose anche all'inizio della sua leggenda.

 

Da allora, la diga fu svuotata soltanto quattro volte per la manutenzione e la pulizia: nel 1958, 1974, 1983 e l’ultima nel 1994. In queste occasioni, il paese riemerge dalle acque sempre più consunto e sbiadito; e si dice che gli antichi abitanti e i loro discenti facciano ritorno alle proprie dimore. E non solo loro: la storia del "paese fantasma" ha portato oltre un milione di persone a visitare il paese nel 1994, l’ultima volta che questo è venuto alla luce.

 

 

La leggenda di Fabbriche di Careggine non ha mai smesso di essere raccontata, e periodicamente ritorna la notizia di un nuovo svuotamento imminente, che catalizza l’attenzione di turisti e curiosi, salvo poi risolversi in un nulla di fatto. Ma tanto è forte il mito di questa nostra "Atlantide" che l’arte ha ugualmente trovato il modo di farla propria.

 

Ad oggi, infatti, fino a novembre, il Festival internazionale di fotografia "Cortona on the move", ospita una mostra dedicata proprio a Fabbriche di Careggine. Il progetto, dal titolo "Paesaggio inverso", è opera dalla celebre fotografa Silvia Camporesi. Nell’impossibilità di fotografare la borgata, l’artista l’ha ricostruita casa per casa in scala 1:25, basandosi sulla planimetria realizzata in occasione dell’ultimo svuotamento del lago. Il paese è stato poi ripreso e fotografato in tre fasi: sott’acqua, in emersione e definitivamente emerso.

 

"Se non riuscirò a vedere il paese dal vivo almeno potrò ricreare l’illusione di averlo visto, dirò di averlo raggiunto in qualche modo, attraverso un viaggio subacqueo immaginario".


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