"Il rifugio si riempiva oltre ogni limite. Si sistemavano materassi per terra, sui tavoli, ovunque: bastava un posto per dormire e una minestra". Da oltre trent'anni custode del Pradidali, Duilio Boninsegna racconta i cambiamenti della montagna

"Non è soltanto passione: queste montagne sono diventate parte di me". Era l’estate del ’94 quando Duilio Boninsegna, guida alpina, prese in gestione il Pradidali, in una delle zone più belle delle Pale di San Martino: "Il rifugio mi ha permesso di conciliare due aspetti della mia vita: continuare a vivere immerso nell'ambiente alpinistico senza rinunciare alla famiglia". Oggi ci racconta di quando tutto è iniziato e come il mondo lassù sia cambiato

"A volte, quando il rifugio è vuoto e rimango da solo, mi capita perfino di parlare con i gracchi che vivono qui attorno. Li osservo, loro sembrano ascoltarmi, e c'è qualcosa in questo rapporto con la montagna che è difficile da spiegare a parole".
Ai piedi di alcune delle torri e dei campanili più celebri della storia dell'alpinismo dolomitico, sotto le guglie tanto amate da Dino Buzzati pittore e narratore, al cospetto della spettacolare cattedrale rocciosa di cima Canali, si distingue fiera la facciata in pietra del rifugio Pradidali, che quest’anno festeggia centotrent’anni.
Costruito nel 1896 dal Club Alpino Tedesco di Dresda, sotto l’impero austroungarico, passò in seguito in proprietà alla sezione di Treviso del Cai e vide diverse ristrutturazioni e modifiche. In oltre un secolo, dalle parti del Pradidali sono successe moltissime cose: dalle grandi vie classiche firmate da Detassis, Castiglioni e Solleder, ai vertiginosi inizi dell’autoctono Manolo; dal successo delle bellissime ferrate delle Pale di San Martino ai turisti stranieri dell’Alta Via n.2, dall’abbondanza d’acqua alla perdita del secondo ghiacciaio più grande delle Dolomiti.
Dal 1994, al comando del Pradidali, c’è Duilio Boninsegna, storico rifugista e guida alpina d’eccellenza che di queste pareti conosce ogni crepa e anfratto. Questi cambiamenti nelle sue Dolomiti li ha vissuti sulla sua pelle probabilmente in maniera non così diversa dai vari momenti di cambiamento della sua vita. Eppure ha perseverato: con spirito di adattamento e il supporto della famiglia è rimasto fino alla sua 32esima stagione. Ora non ha affatto intenzione di mollare, e continua a guardare il mondo da lassù con enorme curiosità.
Boninsegna lo abbiamo conosciuto di nome per passaparola e, affascinati dal rilievo della sua figura come punto di riferimento e custode di queste valli, abbiamo pensato di chiedere a lui stesso di raccontare questi trentadue anni di vita al Pradidali. "La mia storia come rifugista – esordisce - è piuttosto lunga, e ce ne sarebbe abbastanza da scrivere un paio di libri, ma cercherò di esser breve".
"Mi sposai molto giovane e diventai padre prestissimo: a vent'anni avevo già moglie e figli, quindi avevo delle responsabilità importanti proprio mentre iniziavo a fare alpinismo, che è uno sport dove il rischio fa parte del gioco. Ho dovuto imparare fin dall'inizio a gestire questo equilibrio. Certo, l'alpinismo comporta sempre dei rischi, ma quando sai che qualcuno ti aspetta a casa impari a fermarti prima del limite estremo: la cosa più importante è tornare a casa la sera. In questo senso il Pradidali mi ha permesso di conciliare due aspetti della mia vita: continuare a vivere immerso nell'ambiente alpinistico senza rinunciare alla famiglia".
Inaugurata nel 1991, quando Duilio già lavorava come guida Alpina, la sua carriera non iniziò al Pradidali, ma per quattro anni si occupò di gestire un altro rifugio in quota: il Brentari a Cima d’Asta. Per quattro stagioni, dal 1991 al 1994, quella fu la sua scuola. Poi, però, venne la chiamata che non sapeva di aspettare.
"Ad un certo punto si liberò la gestione del Pradidali. Il vecchio gestore, Silvio, che era anche un amico e un collega, aveva deciso di lasciare. Fu il Cai a chiedermi direttamente se fossi interessato a prendere in mano il rifugio. All'inizio ebbi qualche dubbio, perché mi trovavo bene dove ero, ma il Pradidali aveva per me un significato particolare: era il luogo dove era iniziata la mia storia alpinistica, dove avevo trascorso tantissimo tempo ad arrampicare. Così decisi di cogliere quell'occasione e lasciai il Brentari poco prima della nuova stagione".
All'inizio – racconta Duilio - pensava di riuscire a conciliare entrambe le attività: fare la guida e gestire il rifugio. "Per un paio d'anni ci provai, ma presto mi resi conto che era impossibile seguire bene entrambe le cose. Così scelsi il Pradidali. Ancora oggi faccio la guida durante l'inverno, ma d'estate mi dedico completamente al rifugio".
Il primo anno al Pradidali fu tutto tranne che facile per Boninsegna e famiglia. "Poco prima del mio arrivo un violento evento atmosferico aveva distrutto la teleferica, e quello era stato anche uno dei motivi che aveva spinto il precedente gestore a rinunciare. Mi ritrovai quindi a iniziare questa nuova avventura in condizioni davvero complicate, soprattutto dal punto di vista dei rifornimenti. In quegli anni, poi, avevamo anche una famiglia da crescere. Nostra figlia Nicoletta aveva circa cinque anni, mentre Luca, che oggi è guida alpina e maestro di sci, era ancora un bambino di otto o nove anni. Oltre alle difficoltà della gestione del rifugio c'era quindi anche tutta la responsabilità della famiglia".
Duilio e la moglie, però, sono riusciti a farsi coraggio. "Ci siamo detti: ‘Proviamoci, mettiamocela tutta e vediamo come va’. Le prime stagioni furono dure. All'epoca l'elicottero esisteva già, ma lo si utilizzava il meno possibile perché i costi erano molto elevati. Così ci arrangiavamo in tutti i modi: un po' con la teleferica quando funzionava, un po' con l'elicottero e moltissimo a spalla. Non è stato semplice, ma con fatica siamo andati avanti. Oggi, dopo trentadue anni di gestione, sono ancora qui".
Nel corso di questi trentadue anni sono cambiate moltissime cose, a partire dalle stesse persone che raggiungono il rifugio. "Il Pradidali è sempre stato un rifugio prevalentemente alpinistico, allora come oggi. Rispetto ad allora però, è cambiato tutto".
"Ricordo i fine settimana con il bel tempo: gli alpinisti arrivavano senza prenotare, anche molto tardi la sera. Il rifugio si riempiva oltre ogni limite. Si sistemavano materassi per terra, sui tavoli, ovunque ci fosse spazio, perché tutti volevano partire all'alba per scalare le vie della Cima Canali e delle montagne circostanti. All'epoca non era tanto importante il livello dei servizi offerti dal rifugio. Bastava trovare un posto dove dormire e una minestra. Il rifugio era soprattutto un punto d'appoggio per la montagna".
Oggi, invece, le cose sono cambiate. "Tutto viene programmato e prenotato con largo anticipo. Le persone hanno aspettative molto più elevate e spesso i rifugi, per limiti strutturali, non possono offrire quello che molti si aspettano. Negli ultimi anni sono tornate molto di moda anche le Alte Vie, in particolare l'Alta Via n. 2, che passa proprio dal Pradidali. Per molti anni era stata poco frequentata; oggi invece è nuovamente molto richiesta, soprattutto dagli stranieri. Una volta la clientela internazionale era composta soprattutto da tedeschi, austriaci e svizzeri. Oggi arrivano persone da tutto il mondo: americani, inglesi, australiani, olandesi, coreani e molti altri".
Siano stati i social, sia stato il riconoscimento delle Dolomiti come Patrimonio Unesco o il grande sviluppo che ha vissuto il turismo dei cammini, fatto sta che ora al rifugio sale gente mai vista prima, e – al contrario di quanto spesso si dice – molti sono super preparati. Rispetto al modo in cui è cambiato il modo di vivere la montagna, seppur magari non comprendendolo fino in fondo, Duilio Boninsegna guarda con fiducia e divertimento.
"Mi fa sorridere vedere ragazzi che arrivano in rifugio e vanno quasi in crisi perché non trovano il Wi-Fi o il telefono non prende. Li vedi camminare fuori dal rifugio con il telefono alzato verso il cielo alla ricerca di un segnale e viene spontaneo chiedersi: sei venuto fin quassù per guardare la montagna o per far vedere agli altri che sei in montagna? Sono proprio curioso di vedere come evolverà tutto questo nei prossimi vent'anni".
Non solo le persone, rispetto agli anni Novanta è cambiata anche la montagna stessa, e talvolta questo mutamento ha assunto forme considerevolmente concrete. "Il problema principale, quello che più intacca la quotidianità di un rifugio - spiega Duilio -, non sono tanto le frane o il permafrost, quanto l'acqua. L'acqua sarà probabilmente la vera grande sfida dei rifugi nei prossimi anni. Quando arrivai qui, nel 1995, sopra il rifugio c'era ancora il ghiacciaio della Fradusta, il secondo ghiacciaio delle Dolomiti per estensione. Il precedente gestore mi disse: "Tu problemi d'acqua non ne avrai mai, perché il ghiacciaio alimenta continuamente le sorgenti del rifugio".
Ed era vero: o meglio lo fu fino ai primi Duemila. Poi arrivò l'estate eccezionalmente calda del 2003 e cambiò le carte in tavola.
"Il ghiacciaio subì un'accelerazione impressionante nel suo ritiro e le sorgenti iniziarono a scomparire. Abbiamo dovuto cercare nuove vene d'acqua molto più in alto, a chilometri di distanza dal rifugio, e ripensare completamente tutta la gestione idrica. Noi siamo stati fortunati perché il Cai di Treviso, proprietario del rifugio, con il sostegno della Provincia di Trento, ha realizzato un importante ampliamento delle riserve idriche. Oggi disponiamo di circa centomila litri di capacità e questo ci permette di affrontare con maggiore serenità i periodi di siccità, ma chi non dispone di grandi riserve d'acqua rischia seriamente di chiudere".
Di momenti indelebilmente impressi nella sua memoria, in oltre trent'anni, il rifugista ne avrebbe a migliaia. Moltissimi sono legati al soccorso alpino, ma sono spesso ricordi dolorosi che Duilio preferisce non raccontare. Tra i ricordi più belli, invece, ci sono invece le persone.
"Ho visto crescere i miei figli qui al rifugio e ho conosciuto tantissimi ragazzi che hanno lavorato con noi durante le stagioni estive. Molti tornano ancora oggi a trovarci. Mi raccontano che si sono laureati, che hanno trovato la loro strada, ma ricordano ancora con affetto l'estate trascorsa al Pradidali. Ogni stagione in rifugio è molto più di una semplice stagione di lavoro: è una piccola avventura, perché non sai mai cosa succederà. Lavorare qui oggi è un continuo incontro tra culture diverse, ed è una delle cose più belle della vita in rifugio".
Cosa succederà in futuro ancora non si sa, ma dal tono della voce, sembra di poter contare sul fatto che potremo contare sulla sua esperienza al Pradidali ancora per un po’. "Sono già in pensione e, teoricamente, potrei smettere. Tuttavia sono previsti alcuni lavori importanti al rifugio e mi hanno chiesto di rimanere ancora".
"Mi dispiacerebbe lasciare, perché questo posto non è soltanto il mio lavoro: è una parte di me. Conosco queste montagne in ogni dettaglio. Conosco le pareti, le fessure della roccia, i colori che cambiano durante la giornata, il modo in cui la luce e le nuvole trasformano continuamente l'aspetto delle cime. Basta guardare la Cima Canali o la Fradusta con una luce diversa perché sembrino montagne nuove. Le Dolomiti sono qualcosa di unico".
"Quando arriverà il momento di non salire più quassù, tutto questo mi mancherà moltissimo. Non è soltanto passione: queste montagne sono diventate parte della mia vita".

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere














