Quando Vasco Rossi si esibì per finanziare una stazione sciistica a 750 metri di quota (la più bassa dell'Appennino modenese). Il concerto che provò a cambiare il paese di Zocca

Tra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta un gruppo di residenti realizzò una sciovia rudimentale e poi uno skilift a servizio di una pista a soli 750 metri di quota: quella di Zocca fu un'esperienza incredibile nella sua singolarità. A sostenere l'iniziativa fu il volontariato locale e l'unico, storico, concerto tenuto da Vasco Rossi nel suo paese natio il 14 agosto 1982 per finanziare l'impianto

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Negli inverni tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta, c'erano fine settimana in cui a Zocca, piccolo comune dell'Appennino modenese, sembrava di essere a Cortina. Lungo via Mauro Tesi, la strada principale del paese, si potevano incrociare persone vestite di tutto punto, con scarponi e sci in spalla.
Non erano turisti diretti sulle Dolomiti: erano zocchesi, ma pure modenesi e bolognesi che dalle loro città di pianura salivano a piedi verso il pendio a nord-est del paese, dove un gruppo di giovani del posto aveva costruito prima una sciovia rudimentale, poi un vero skilift a servizio di una pista lunga circa 600 metri.
A 750 metri di quota, Zocca divenne, per una manciata di stagioni, la più bassa stazione sciistica dell'Appennino modenese.
Quella storia, sostenuta esclusivamente dal volontariato e durata circa un decennio, è stata condensata di recente in Zocca Ski Resort, il docufilm del giornalista Riccardo Finelli che si può vedere integralmente sul suo canale YouTube.
Dietro il documentario c'è un lavoro di ricerca durato un anno: già lo scorso febbraio il Comune di Zocca aveva lanciato un appello a residenti e turisti per recuperare fotografie e filmati amatoriali di quella stagione. Il materiale raccolto, insieme alle testimonianze di alcuni dei protagonisti dell'epoca, è confluito nel docufilm, realizzato con il patrocinio del Comune e in collaborazione con la Fondazione Home Movies - Archivio Nazionale dei Film di Famiglia. La parte iconografica è stata rielaborata anche con l'aiuto dell'intelligenza artificiale.

L'esperienza di Zocca non fu isolata. A metà degli anni Cinquanta, in diverse località dell'Appennino modenese avevano iniziato a comparire piste improvvisate: a Montese, in località Bago, dove il Centro Sciistico Valligiano organizzava anche corsi gratuiti. Sul versante nord del Monte Belvedere, a Castelluccio di Moscheda. Nei pressi del campo di aviazione di Pavullo.
Fu in quel clima – dei "nevoni" e dello sci che si avviava a diventare sport di massa anche a bassa quota – che un gruppo di zocchesi trovò il modo di finanziare il proprio impianto chiedendo addirittura a Vasco Rossi di esibirsi al campo sportivo del paese. Il concerto, il 14 agosto 1982, sarebbe rimasto l'unico che il cantautore abbia mai tenuto a Zocca, suo amatissimo paese natio.
Il docufilm, della durata di circa 45 minuti, non si limita però al "racconto d'epoca" e alla ricostruzione della stagione in cui Zocca si scoprì stazione sciistica. Allarga lo sguardo e chiama in causa docenti universitari ed esperti di impianti dismessi per affrontare una domanda che riguarda non solo il paese, ma l'intera montagna italiana di oggi: che cosa fare dei resti arrugginiti di skilift e seggiovie, delle tracce materiali di un modello che il clima ha reso insostenibile?
Il sindaco Federico Ropa colloca la vicenda dentro questo orizzonte più ampio, quello delle sfide (spesso vitali) che la crisi climatica pone ai territori in quota. Per il primo cittadino, la rimozione dei resti non è necessariamente l'unica strada: potrebbero diventare memoria, segni, "dispositivi" culturali per nuove forme di rigenerazione.

Ed è qui che, a nostro avviso, il documentario ha un guizzo interessante: la storia locale si trasforma in una chiave di lettura per interrogare i modelli di sviluppo a cui oggi sono chiamate le aree interne del Paese, territori che vivono sulla frontiera dei mutamenti climatici e che devono attrarre un turismo capace di leggere la montagna per ciò che è, non per ciò che era.
Una riflessione che non indulge in drammi né nostalgie, ma invita a guardare avanti con lucidità e pragmatismo.












