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Storie | 12 settembre 2026 | 06:00

Una casa, per anni usata soprattutto da gruppi di religiosi, è stata trasformata in un rifugio alpino non gestito. Il telefono non prende: "Qui bisogna accettare una vita più essenziale"

Dalla costruzione nel 1937 da parte di un ingegnere milanese alle memorie di un giovane padre rosminiano che fu tra i primi ad arrivare alla casa come ospite. A breve la casa del Veglia, oggi Rifugio Rosmini, compirà novant'anni. Da quest'anno è stata presa in gestione da un'associazione che l'ha resa ufficialmente un rifugio. Ne ripercorriamo la storia

scritto da Samuele Doria

Nel cuore dell'Alpe Veglia a 1750 metri di quota, si trova una struttura che ha silenziosamente attraversato gli ultimi novant'anni e oggi rinasce aprendosi ulteriormente al pubblico. Si chiama Rifugio Rosmini ed è un rifugio alpino non gestito, da quest'anno affidato alla neonata associazione Amici del Veglia. Nel corso dei suoi quasi novant'anni, però, le storie che si sono accumulate tra le sue mura sono molteplici.

 

L'Alpe Veglia è una delle due ampie conche di origine glaciale, insieme all'Alpe Devero, che formano il Parco Naturale Veglia-Devero, nel lembo occidentale delle Alpi Lepontine. Gli abitanti del fondovalle sfruttarono questi luoghi sin dal Medioevo, plasmando nei secoli il paesaggio di queste valli. A differenza della conca di Devero, raggiungibile in automobile, l'Alpe Veglia conserva una dimensione decisamente più raccolta: dal parcheggio di Pontecampo il rifugio si raggiunge in circa un'ora e mezza, con un dislivello di circa 540 metri.

Prima di diventare un rifugio, però, questa struttura fu una casa privata. Fu eretta nel 1937, su progetto dell'ingegner Carlo Paloschi, milanese, che fece costruire la casa all'Alpe Veglia per sé e le proprie figlie. Entrambe sarebbero divenute suore, e il padre era deciso un giorno a lasciare la "casa del Veglia" a loro, come luogo di preghiera e raccoglimento. Non fu così, e dev'essere stato un duro colpo per l'ingegnere.

 

Lo ricorda don Gino Plazzer nelle sue memorie, un padre rosminiano che al tempo era alla ricerca un luogo di vacanza degli studenti seminaristi del Calvario. Su consiglio dell'arciprete di Domodossola, Don Luigi Pellanda, i seminaristi si diressero alla casa in un giorno d'estate del 1946. Era ormai sera, e allora l'edificio non aveva l'elettricità: la visitarono a lume di candela e scoprirono che poteva ospitare una ventina di persone, con una sala da pranzo, un cucinino e una cappella, e chiesero ospitalità.

 

"Il sig. Paloschi, assieme alle due figlie nubili e già mature di anni ed anche molto pie, abitava in una bella e confortevole casa, vicino alla quale ne aveva costruito un'altra per una piccola comunità di suore, ricavandone a piano terra un bellissimo oratorio per agevolare la pietà delle figlie. Dove ci sono delle suore, infatti, non sarebbe mancata la S. Messa ed altre pie funzioni.

Purtroppo queste Suore ci rimasero pochi anni, preferendo spostarsi all'altra parte della valle (oggi il Rifugio Cai Arona), forse perché più comode e indipendenti. Fu un grave colpo per il sig. Paloschi, come mi disse espressamente, deluso per tanta ingratitudine".

Così, è comprensibile la diffidenza con cui l'ingegnere accolse i rosminiani quella sera. Eppure, dopo un po' di chiacchiere attorno al tavolo, conoscendo la schiera di chierici e viste le poche pretese di comodità, si disse disponibile ad accoglierli per tutto il tempo che questi volevano.

Questa ospitalità divenne presto una consolidata amicizia, che si ripeté nei decenni successivi. Fu così che - tra l'ormai anziano ingegnere e i clerici del collegio - nacque un affetto tale che il primo scelse un giorno di donare all'ordine non una, ma tutte e due le loro case.

 

"Questa - conclude Gino Plazzer - la storia della casa del Veglia che la Divina Provvidenza ci ha fatto avere per le vacanze degli scolastici del Calvario".

 

Dalla metà degli anni Quaranta, gli scolastici del Calvario cominciarono dunque in maniera stabile a trascorrere periodi sempre più lunghi nella valle, arrivando anche a salire sulle montagne circostanti, fino al Monte Leone, che con i suoi 3554 metri domina l'Alpe. Negli anni Settanta, poi, la proprietà della casa passò formalmente all'Istituto della Carità dei padri rosminiani.

Per diversi decenni la struttura è stata utilizzata in autogestione. Non vi era un gestore sempre presente, ma era semplicemente una casa nella quale i gruppi - spesso di religiosi - arrivavano e si organizzavano autonomamente per condividere gli spazi e le responsabilità del soggiorno.

 

Il passaparola contribuì a far conoscere la casa ben oltre l'Ossola. "Negli anni sono saliti gruppi da ogni dove", raccontano oggi gli Amici del Veglia: "Da Genova, Roma e Milano, ma anche da molte altre parti d'Italia". Non solo. Nel corso degli anni sono arrivati gruppi e persone provenienti anche da India, Inghilterra, Stati Uniti, Africa e Venezuela. Ciò nonostante, la vecchia casa dell'ingegner Paloschi sembra essere rimasta infondo quello che era all'origine: un luogo di raccoglimento e soprattutto uno spazio di condivisione e ospitalità.

 

In anni più recenti, però, i padri rosminiani non avevano più le risorse per garantire l'apertura della struttura. Si è così posto il problema di come mantenere in vita una casa che per decenni aveva rappresentato un punto di riferimento per tante persone, e l'ordine ha deciso di aprire una raccolta di interesse per valutare eventuali gestori futuri.

La risposta è arrivata nel marzo 2026, quando è stata costituita l'associazione Amici del Veglia, composta da sette persone, quasi tutte milanesi, come fu - prima di loro - l'ingegnere che volle costruire la casa. Trovando che lo spirito dell'associazione fosse più affine a quello proprio della gestione rosminiana, i padri hanno affidato la struttura in locazione agli Amici del Veglia, che ne hanno assunto la conduzione mantenendo la proprietà in capo all'Istituto della Carità

 

"Ci dispiaceva che questa casa rimanesse chiusa", spiega il presidente dell'associazione Luca Costamagna. "Ma c'era anche la volontà di evitare che diventasse semplicemente un'altra struttura ricettiva, perdendo quell'esperienza di sobrietà e fraternità che l'aveva caratterizzata per decenni".

 

Gli interni sono rimasti sostanzialmente invariati, e la casa – ora rifugio – è rimasta un ambiente rustico ed essenziale. È una scelta precisa, "soprattutto in un momento in cui anche la montagna sta vedendo crescere strutture sempre più orientate al comfort", sottolineano gli associati. "Al Rosmini, invece, l'idea è che la semplicità faccia parte dell'esperienza".

Ora la definizione ufficiale è quella di "rifugio alpino non gestito": ciò significa che gli ospiti trovano una struttura pronta ad accoglierli, ma devono occuparsi autonomamente della cucina, delle pulizie e dell'organizzazione del soggiorno. La formula richiede quindi una partecipazione attiva da parte di chi arriva. I sette soci dell'associazione si organizzano a turno, garantendo una presenza soprattutto nei momenti di cambio degli ospiti e occupandosi della gestione complessiva della struttura.

 

Il primo anno di questa nuova esperienza ha dato segnali incoraggianti: secondo i nuovi gestori, il rifugio è stato occupato per più di 60 giorni, e il pubblico è sorprendentemente trasversale. "Salgono giovanissimi, famiglie con bambini e anche anziani", raccontano gli Amici del Veglia.

 

Con il cambio di locazione, nel 2026, le normative hanno richiesto di dare un nome ufficiale alla struttura e la scelta è caduta su Antonio Rosmini, fondatore dell'Istituto della Carità al quale la casa è stata affidata per decenni.

All'Alpe Veglia pare che il telefono non prenda, l'idea della nuova gestione è quella di restituire alla montagna un'esperienza che oggi rischia di diventare sempre più rara. "Stare insieme senza troppi filtri, condividere il lavoro quotidiano, cucinare, lavare i piatti, rispettare il silenzio e accettare per qualche giorno una vita più essenziale".

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Storie dai rifugi

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere

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