Quel cartello visto da bambino e poi inseguito da adulto in bicicletta, lungo il tratturo. Le antiche vie della transumanza possono tornare a vivere attraverso il viaggio lento e la cura del paesaggio?

Agostino Seritti è partito in bicicletta da Celano (AQ) insieme all'amico Gabriele con un obiettivo apparentemente semplice: raggiungere la Puglia seguendo il più possibile le arterie attraverso le quali uomini e greggi attraversavano territori, paesi e regioni, collegando le montagne dell'Abruzzo alle pianure del Tavoliere

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Per secoli sono stati le grandi strade della montagna italiana. Non semplici sentieri, ma vere arterie attraverso le quali uomini e greggi attraversavano territori, paesi e regioni, collegando le montagne dell’Abruzzo alle pianure del Tavoliere.
Oggi molti tratturi sono diventati linee quasi invisibili nel paesaggio. In alcuni punti sono ancora perfettamente riconoscibili, in altri sono stati inglobati da strade, campi, vegetazione e trasformazioni del territorio. Eppure quelle vie possono avere ancora una vita. Non necessariamente riportando indietro le lancette della storia, ma immaginando per loro una funzione nuova.
È quello che racconta, in fondo, anche il viaggio di Agostino Seritti, partito in bicicletta da Celano (AQ) insieme all'amico Gabriele con un obiettivo apparentemente semplice: raggiungere la Puglia seguendo il più possibile le antiche vie della transumanza.
Un viaggio di circa 330 chilometri in cinque giorni e 4.500 metri di dislivello, costruito intersecando tre dei grandi tratturi dell'Italia centrale: il Celano-Foggia, il Pescasseroli-Candela e il Castel di Sangro-Lucera. Ma soprattutto un modo diverso di attraversare la montagna.
La storia, curiosamente, comincia molto prima della partenza. Agostino è cresciuto a Borgo Monterone, un piccolo quartiere di Celano. Da bambino gli adulti gli raccomandavano di non allontanarsi troppo da casa. Un giorno decise invece di prendere la bicicletta e seguire alcuni ragazzi lungo una strada sterrata. Pedalò fino a quando incontrò un cartello. C'era scritto Foggia. Per un bambino quella destinazione sembrava lontanissima. Agostino tornò indietro e raccontò alla nonna quello che aveva visto. Fu lei a spiegargli che quella era la strada del tratturo. Molti anni dopo Agostino avrebbe percorso davvero quella direzione, questa volta senza fermarsi al cartello.
Quando parliamo di montagna siamo abituati a pensare soprattutto alla verticalità: alle cime, ai sentieri che salgono, alle pareti, ai rifugi. I tratturi raccontano invece una montagna orizzontale. Una montagna che per secoli è stata attraversata.
Dal massiccio abruzzese verso il Molise e poi ancora più a sud, uomini, animali, merci, racconti e conoscenze percorrevano lunghissimi corridoi che mettevano in comunicazione comunità apparentemente lontane. La transumanza era certamente un'attività economica, ma ha contribuito anche a costruire paesaggi, tradizioni, relazioni sociali e identità. Non a caso la transumanza stagionale del bestiame è oggi inserita nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell'umanità dell'UNESCO, in una candidatura internazionale che comprende anche l'Italia.
La domanda diventa allora inevitabile: cosa possono rappresentare oggi quelle stesse strade?
Dal passaggio delle greggi al viaggio lento
La bicicletta può essere una delle risposte. Così come può esserlo il cammino. Seguire un tratturo significa viaggiare con una velocità che permette ancora di leggere il territorio. Si attraversano piccoli centri, altopiani, campagne, montagne e aree interne che spesso rimangono ai margini dei grandi flussi turistici.
E proprio qui il viaggio di Agostino assume un significato che va oltre l'impresa personale. Il bikepacking diventa uno strumento per riscoprire un'infrastruttura antichissima. La bicicletta sostituisce il passo delle greggi, ma rimane la stessa necessità di osservare il territorio, trovare acqua, scegliere dove fermarsi, conoscere le distanze e adattarsi alle condizioni ambientali. Naturalmente non significa trasformare ogni tratturo in una pista ciclabile. Al contrario. Il valore potrebbe essere proprio quello di conservarne l'identità, rendendoli percorribili e riconoscibili senza cancellare ciò che sono stati.
Agostino e Gabriele prepararono il viaggio studiando mappe, distanze e dislivelli. La loro misura ideale divenne circa sessanta chilometri e mille metri di dislivello al giorno. Tutto ciò che sarebbe servito doveva entrare nelle borse montate sulla bicicletta: tenda, materassino, abbigliamento, ricambi, attrezzi e materiale necessario per essere autonomi. Partirono il 20 luglio. Una scelta che Agostino oggi non ripeterebbe. Arrivati verso la Puglia dovettero infatti confrontarsi con temperature che, secondo il suo racconto, raggiunsero anche i 42 gradi. Per questo le partenze avvenivano molto presto, mentre nelle ore centrali della giornata diventava necessario trovare riparo dal caldo.
Anche questo è montagna. Programmare, conoscere il clima, cambiare orari, accettare che sia il territorio a stabilire parte delle regole del viaggio. Durante il percorso arrivò anche uno dei momenti più complicati. In Molise i due finirono per errore su una strada a scorrimento veloce, arrivando persino all'interno di una galleria prima di riuscire a trovare una via d'uscita. Quell'errore avrebbe avuto però una conseguenza inattesa.
Tornato a casa, Agostino iniziò a controllare le tracce registrate con il GPS per capire dove avesse sbagliato. Cominciò quindi a correggere il percorso, aggiungere indicazioni e costruire mappe sempre più precise attraverso QGIS. Da un semplice documento contenente appunti e tracce nacque progressivamente qualcosa di diverso. Una guida. Un libro nato dalla necessità di permettere a chi sarebbe arrivato dopo di evitare alcuni degli errori commessi durante quella prima esperienza.
Forse è proprio qui che la storia di Agostino diventa interessante per chi si occupa oggi di montagna. Le aree interne dell'Appennino continuano a confrontarsi con spopolamento, perdita di servizi e difficoltà economiche. Non esiste naturalmente una soluzione semplice. Ma valorizzare cammini, ciclovie naturali e antiche direttrici può contribuire a creare una forma di turismo differente: più lenta, distribuita sul territorio e capace di interessare anche piccoli paesi normalmente esclusi dai grandi circuiti.
I tratturi possiedono una caratteristica rara. Non devono essere inventati. Esistono già. Sono stati disegnati nei secoli dal movimento delle persone e degli animali. La sfida è riuscire a riconoscerli, conservarli e raccontarli. Perché una vecchia strada della transumanza può essere contemporaneamente memoria e futuro.
Può raccontare ciò che eravamo e, allo stesso tempo, diventare una nuova maniera di attraversare l'Appennino. A piedi. In bicicletta. Con il tempo necessario per fermarsi in un paese, incontrare qualcuno e capire il territorio che si sta attraversando.
Forse è proprio questo il significato più interessante del viaggio di Agostino Seritti.
Quel cartello con scritto Foggia, incontrato quando era bambino lungo una strada che non avrebbe dovuto percorrere, non indicava soltanto una destinazione. Indicava una possibilità. Quella di andare un po' più lontano. E di scoprire che alcune delle strade più antiche delle nostre montagne hanno ancora moltissimo da raccontare.












