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Storie | 14 settembre 2026 | 06:00

"Eravamo rimasti in 12 dopo la scossa di terremoto. Ci avevano offerto di andare a valle, con una stalla e pascoli per gli animali. Ma abbiamo rifiutato: voleva dire lasciare tutto questo. Che ne sarebbe stato?"

L'Appennino centrale è da sempre una terra pastorale. Prima ancora che un'attività economica, la pastorizia è stata il modo con cui queste montagne sono state abitate, attraversate e custodite. A dieci anni dal terremoto, raccontare il sisma significa anche raccontare chi, oltre i vuoti, continua a modellare il paesaggio. Ad Arquata del Tronto, Dante e Biagio Camacci portano avanti l'azienda agricola Paolina, che prende il nome dalla madre e porta avanti una storia familiare di tre generazioni

24 agosto 2016. Una data che nei giorni scorsi è stata largamente ricordata, a dieci anni dal sisma del Centro Italia. In quello che dovrebbe essere un giorno di silenzio, rispetto e memoria, si è parlato molto, forse troppo. Ora si è tornati al silenzio e alla vita quotidiana, che qui continua a scorrere.

 

Nei prossimi anni continueremo a misurare la ricostruzione contando le case riaperte e i cantieri conclusi. Ma esiste una ricostruzione meno visibile, fatta di scelte quotidiane, lavoro, investimenti e presenza. È quella di chi ogni mattina apre un cancello, recupera un fontanile, mantiene aperto un pascolo impedendo che venga inghiottito dalla boscaglia, conosce il nome delle sorgenti e il momento giusto per tagliare il fieno. Gesti piccoli, quasi invisibili, senza i quali anche la ricostruzione materiale perderebbe parte del proprio significato.

 

L'Appennino centrale è da sempre una terra pastorale. Prima ancora che un'attività economica, la pastorizia è stata il modo con cui queste montagne sono state abitate, attraversate e custodite. Ha modellato il paesaggio, mantenuto la biodiversità e tramandato conoscenze profonde del territorio. Per questo, a dieci anni dal terremoto, raccontare il sisma significa anche raccontare chi, oltre i vuoti, continua a modellare il paesaggio. Se durante l'emergenza la loro presenza è stata raccontata come un esempio di "resilienza", oggi i pastori ed allevatori sono soprattutto il volto – forse dimenticato, o comunque non più raccontato – di un presidio quotidiano che continua a rendere possibile la vita in questi luoghi.


Spelonga, frazione di Arquata del Tronto, nel Parco Gran Sasso e Monti della Laga (Foto dell'autrice)

Per capire cosa significa oggi tenere viva questa montagna, parto da Dante e Biagio Camacci, che incontro tra i pascoli di Spelonga, frazione di Arquata del Tronto, nel cuore del cratere. Dante ha trentaquattro anni, Biagio quarantatré. Insieme portano avanti l'azienda agricola Paolina, che prende il nome dalla madre e porta avanti una storia familiare di tre generazioni. Paolina, colonna portante dell'azienda, produce pecorino da quarant'anni e ancora oggi lavora nel piccolo caseificio-container posizionato accanto alla stalla.


Paolina nella lavorazione della ricotta

La loro è una delle realtà virtuose del territorio. In un'epoca in cui molti prodotti diventano "di montagna" attraverso un'etichetta, il loro pecorino nasce interamente qui, oltre i mille metri di quota: dal pascolo alla trasformazione, tra le erbe della Laga e la biodiversità dell'Appennino. Ma sarebbe riduttivo raccontarla soltanto come una storia di azienda. È soprattutto una storia di scelta.


Biagio a lavoro nella stalla di Spelonga

"Eravamo rimasti in dodici dopo la scossa del 30 ottobre", mi racconta Dante. "Ci avevano anche offerto di andare a valle. Ci avrebbero dato una stalla, dei pascoli per gli animali. Ma voleva dire lasciare tutto questo. Che ne sarebbe stato?".

 

Quando gli chiedo quanto il terremoto abbia cambiato la loro vita, Biagio risponde subito. "Il terremoto ti impone una scelta. O lasci tutto oppure decidi di rimanere. Ma se rimani, ti devi dare da fare. O tutto o niente".

 

Qui, restare non coincide con resistere. Resistere appartiene al tempo dell'emergenza. Restare significa invece immaginare un futuro quando il futuro è ancora difficile da vedere. Biagio lo racconta ricordando i mesi successivi al terremoto: "Siamo potuti restare perché qualche anno prima avevo preso una baita in legno. Abbiamo vissuto lì per stare vicini agli animali".

 

La parte più complessa è però poi il passaggio dall'emergenza al progetto. L'emergenza, mi spiegano, "deve rimanere tale". Dopo pochi anni, hanno restituito la tensostruttura che la Regione Marche aveva messo a disposizione delle aziende agricole terremotate. Non perché non fosse stata importante, ma perché arriva un momento in cui bisogna investire e ripartire. È così che nel 2021 nasce la nuova stalla in legno e che oggi conta 400 pecore. Un investimento importante per un'azienda di montagna, possibile anche grazie al contributo del PSR Marche, ma necessario per continuare a immaginarsi lì anche negli anni a venire.


Dante e il pascolo tra i Monti della Laga, di fronte il monte Vettore (Foto dell'autrice)

Parlando con loro, il sacrificio più grande non sembra essere riuscire a continuare a fare questo mestiere. In montagna fare impresa è più difficile: costruire una filiera, trovare personale, sostenere gli investimenti. E nelle aree colpite dal sisma le aziende agricole vengono trattate come tutte le altre, senza strumenti specifici per chi continua a lavorare in territori ancora segnati dalla ricostruzione. Così Biagio e Paolina dedicano tutto il loro tempo all'azienda, mentre Dante porta avanti un doppio lavoro per sostenere gli investimenti familiari, tornando appena possibile tra le pecore, nei prati, in stalla. "È faticoso, ma io mi sento vivo. Mi sento di trovare un senso", mi dice con naturalezza. "Non è solo l'azienda. È una famiglia allargata, con gli animali e con il paese".

 

Il sacrificio non è vivere in montagna. È riuscire a continuare a viverci senza rinunciare al modo in cui si è scelto di abitarla. Anche per questo il futuro dell'azienda non si limita a mantenere ciò che già esiste, ma immaginano già di recuperare altri terreni, creare un punto vendita, valorizzare il pecorino direttamente sul territorio. Non immaginano soltanto il futuro della propria azienda, ma quello del paese.

 

"Ho sistemato un fontanile, te lo faccio vedere". Più che raccontare, Dante mi mostra cosa significa prendersi cura del territorio. "Adesso che c'è questa fonte gli animali possono bere senza dover risalire. E se passa anche qualche escursionista, può fermarsi e trovare l'acqua". Guardando quel fontanile rifletto su cosa significhi davvero presidiare un territorio: conoscere ogni sorgente, sapere dove l'acqua riaffiora, pulire i punti di abbeverata, mantenere aperti i pascoli, accorgersi quando un prato sta tornando bosco. Significa continuare a frequentare luoghi che, senza quella presenza, lentamente cambiano. "Noi abbiamo la fortuna di avere tanta acqua in questa zona", mi dice. "Ma se nessuno continua a sistemare le fonti, a pulirle, a tramandare queste conoscenze, questi posti li perdiamo".

 

L'abbandono non lascia semplicemente spazi vuoti. Trasforma la montagna: le praterie diventano boscaglia, i pascoli diminuiscono, si perdono i punti d'acqua e con loro conoscenze costruite in generazioni di vita quotidiana.


Il fontanile recuperato grazie alla conoscenza del territorio (Foto dell'autrice)

Le difficoltà, però, rispetto alle generazioni precedenti, hanno cambiato volto. Oltre ai problemi che riscontra la pastorizia ovunque e i danni provocati dalla sovreccedenza di cinghiali, c'è anche il problema di trovare persone disposte a lavorare e vivere in queste montagne, in paesi ancora segnati dal terremoto e lontani dai servizi. Razu, il pastore che lavora con loro, è uno stagionale che viene appositamente dall'India: è il secondo anno che torna a Spelonga e quest'anno mostra con orgoglio alla famiglia Camacci i lavori realizzati nella sua casa grazie al lavoro svolto qui. Difficoltà quotidiane, burocrazia, limitazioni, controlli… Tutto sembra spingere verso un modello sempre più intensivo di fare allevamento. Ma non è quello che hanno scelto. Hanno scelto questa strada anche quando avrebbero potuto fare altro, per il legame con il territorio.

 

Dante condivide con me un vecchio articolo, un'intervista del 1997 a loro nonno Biagio, raccontato allora come testimone di "Un mondo in estinzione" in cui diceva: "Mi fa soffrire il pensare che questa attività, antica come l'uomo, forse scomparirà e lei che è giovane vedrà come questi paesi, questi monti diventeranno più tristi e desolati." Quasi trent'anni dopo, quella profezia non si è compiuta. Non perché il mondo della pastorizia sia rimasto lo stesso: sono cambiate le aziende, il mercato, il lavoro, le persone. Ma è rimasto il legame con questi luoghi, e con una comunità che continua a riconoscersi nella propria storia.

 

A Spelonga questo legame si vede anche fuori dall'azienda agricola. Ritrovo Dante e Biagio insieme al resto del paese durante la Festa Bella, la celebrazione che ogni tre anni rievoca la Battaglia di Lepanto del 1571 e che, prima ancora di una ricorrenza storica, racconta il rapporto profondo tra una comunità e la propria montagna. Li vedo trasportare il grande albero fino alla piazza, alzarlo insieme agli altri uomini del paese, suonare l'organetto: partecipare a una tradizione che continua a vivere perché ogni generazione decide di farsene carico.


La Festa Bella nel 2025, l'impegno e la passione per il territorio (Foto dell'autrice)

Anche questo significa tenere viva una montagna. Non soltanto lavorarla, ma continuare a riconoscersi come comunità. Nelle loro parole il passato ritorna spesso, ma mai con nostalgia: piuttosto come una responsabilità. La tradizione per chi come loro vive "questo mondo", spesso non significa fare le cose come cinquant'anni fa, ma conservarne il senso e trovare ogni volta il modo di renderle possibili nel presente. 

 

A dieci anni dal terremoto, forse è proprio questa la domanda da continuare a porsi: chi tiene vivi questi territori mentre la ricostruzione procede? La risposta non sta soltanto nei cantieri, ma nelle persone che ogni giorno scelgono di abitare queste montagne, di lavorarle, di tramandarne la memoria e di immaginarne il futuro. Questa storia è quella di un Appennino che continua a esistere perché qualcuno, ogni giorno, continua a prendersene cura. Non per eroismo, ma perché è lì che ci si sente vivi.

il blog
Racconti dagli Appennini in mutazione

Gli Appennini sono da sempre abitati, vissuti e lavorati. La loro geografia lo testimonia: piccoli paesi incastrati tra le alture, collegati da strade e sentieri che raccontano storie di mobilità. Luoghi che storicamente sono stati centrali nelle relazioni politiche, economiche e culturali del Mediterraneo in cui si estraevano risorse, producevano beni preziosi, sperimentavano innovazioni e mestieri. 

Partendo dall’Appennino centrale, contesto delle nostre ricerche e attività politiche e sociali, il blog racconta storie ed economie montane contemporanee, intendendo economia come cura e gestione del bene comune, inserita in trame ecologiche multi-specie. Raccontiamo pratiche collaborative di gestione e cura del rurale con radici secolari, così come di esperienze recenti e soggettività impreviste che immaginano nuovi modi di abitare e produrre in montagna. Raccontiamo queste storie con uno sguardo che cerchi di parlare al futuro e di stare - senza scioglierle - nelle contraddizioni del presente

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