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Storie | 18 luglio 2026 | 12:00

Si ipotizzava distrutto, ma è riemerso quasi intatto il rifugio del Castrato sul Gran Sasso, che era stato sommerso dalla neve: ecco perché la struttura pastorale ha retto alla valanga

Le forti nevicate di aprile, seguite dal repentino alzarsi delle temperature, avevano interessato l’intero areale del Gran Sasso, con accumuli eccezionali e diverse valanghe. Il disgelo estivo ha restituito un rifugio che le prime voci rimbalzate frettolosamente sui social avevano dato per distrutto da una slavina, invece non è così: nato dalla collaborazione tra Parco, il Dominio Collettivo e i pastori della Valle del Chiarino, era stato "pensato per resistere". Un caso che invita a riflettere sulla narrazione della montagna

"Dopo circa 30 anni viene nuovamente sepolto, forse distrutto, il Rifugio dello Stazzo di Solagne nella splendida Valle del Chiarino (AQ)". Recita così un post social del 25 aprile 2026 riferito a una valanga che avrebbe distrutto il rifugio nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Peccato che dalla foto, con metri e metri di neve, non fosse possibile vedere le condizioni reali del rifugio. Ma tanto è bastato per costruire una narrazione che si è rapidamente diffusa tra i media.

 

Le forti nevicate di aprile di quest’anno, seguite dal repentino alzarsi delle temperature, hanno infatti interessato l’intero areale del Gran Sasso, con accumuli eccezionali e diverse valanghe attivatesi lungo i versanti. Ma le valanghe, ora che la neve se n'è andata, lasciano spazio a riflessioni più ampie sulla narrazione della montagna.


Il rifugio sotto la valanga, 25 aprile 2026 – Facebook

Dopo gli articoli usciti a partire dal post Facebook della guida ambientale escursionistica Davide Peluzzi, si sono moltiplicate reazioni e interpretazioni che hanno finito per sovrapporre piani diversi: la descrizione dell’evento nivale e una serie di accuse legate alla storia del rifugio.


La stessa area il 4 agosto 2025 - Foto dell’autrice

 

Peluzzi, in visita alla Valle quel giorno, scrive infatti: "Negli anni ’90 partecipai […] ad una riunione operativa organizzata dal Parco Nazionale del Gran Sasso Laga per individuare il nuovo sito dove ricostruire il Rifugio distrutto. Lino D’Angelo ed altri esperti proposero un nuovo sito superiore a basso rischio valanghe della valle a fianco del Dente del Pastore. Ma alcuni pastori a 'gran voce' imposero il loro distorto pensiero, quel sito proposto… a loro parere, non era utile e doveva essere ricostruito nella stessa area del precedente Rifugio distrutto… nei primi anni ’90."

 

L’utilizzo dei social e delle comunicazioni tempestive sta portando sempre di più la comunicazione ad essere immediata, sensazionalistica e provocatoria, senza lasciare spazio a verifiche o alla complessità dei territori, specialmente montani. Le immagini pubblicate a fine aprile mostravano metri di neve e detriti che avevano sommerso il rifugio, rendendolo invisibile, tanto da far pensare che fosse stato distrutto anche l’edificio stesso. Eppure non si vedevano pezzi del rifugio. E questo, già da solo, avrebbe dovuto suggerire cautela.

 

Si è inoltre diffusa una serie di notizie sulla sicurezza dei rifugi, diventati improvvisamente oggetto di dibattito pubblico e turistico, senza però distinguere tra le diverse funzioni delle strutture presenti in quota.

 

Nel caso del rifugio pastorale della Valle del Chiarino, sito in zona "Ju Castratu" (come viene identificato dagli arischiesi e non "Solagne" come riportano i giornali) infatti:

  1. si tratta di un ricovero pastorale utilizzato esclusivamente nel periodo tra il 10 giugno ed il 31 ottobre come ricovero estivo e gestito dal Domino Collettivo di Arischia, quindi con assenza di presenza umana nei mesi invernali, quando si potrebbero verificare fenomeni valanghivi;
  2. la zona coinvolta dalla valanga che distrusse il precedente rifugio negli anni ’90 non corrisponde all’attuale sito, che si trova in un’altra posizione della valle, individuato proprio per ridurre il rischio di danni in caso di valanghe.

Conosco molto bene la storia di questo rifugio, che ho avuto modo di visitare più volte durante la mia ricerca di dottorato su questo territorio. E qualcosa non tornava, la microstoria del luogo è più complessa. Mi si è parlato spesso della storia dei rifugi pastorali della Valle del Chiarino e della loro costruzione in un’area di grande complessità geomorfologica e valore storico.

 


Il sito del rifugio del 4 agosto 2024 – foto dell’autrice]

 

Trovo tra i miei appunti quando uno dei pastori della zona mi ha raccontato "lo hanno voluto mettere là gli "ingegneri". Noi glielo avevamo detto che non era una buona zona perché ci potrebbero essere delle valanghe". E il rifugio fu effettivamente distrutto" (note di ricerca, 14.10.2024).

 

La costruzione del nuovo rifugio, invece, è il risultato di una collaborazione tra il Parco Nazionale - al tempo appena istituito – il Dominio Collettivo e i pastori che vivevano quell’area, costruita proprio a partire dall’esperienza di chi conosce quotidianamente la valle. Mi hanno raccontato delle giornate passate a progettare e a camminare insieme sul territorio per individuare il punto più sicuro. Alla fine il rifugio è stato costruito sotto una roccia, proprio per ridurre il rischio di impatto diretto di eventuali valanghe. Un investimento congiunto delle istituzioni di circa 100 milioni ha sostenuto il recupero del patrimonio pastorale della valle. Nelle parole di Elia Serpetti, presidente del Dominio Collettivo di Arischia e della Val Chiarino: "Il nuovo rifugio è stato ricostruito nel 2006 assieme all’Ente Parco alla stessa quota ma a centinaia di metri di distanza dal primo, sotto a un altro versante del monte".

 

Ora, con la fusione progressiva della neve, il rifugio è riemerso.

 


Il rifugio "riemerso" in una foto del 16 giugno 2026 – autore ADUC Arischia

Non distrutto. Non spazzato via. Intatto nella sua struttura principale. Qualche danno c’è stato: il comignolo, alcune coperture, piccoli interventi di manutenzione. Ma nulla che confermi la narrazione iniziale di una distruzione totale. Parliamo comunque di diversi metri di neve e detriti che lo hanno ricoperto per settimane. Grazie alla presenza costante di chi amministra il territorio, questi danni potranno essere risolti rapidamente, permettendo il ritorno dei pastori e degli animali nel periodo estivo.

 

Sempre nelle parole di Serpetti: "Mi hanno chiamato da ovunque per sapere questa storia, perché è la seconda volta, cosa non vera. Il primo andato distrutto lo aveva fatto la Comunità montana, nonostante gli allevatori dicessero non fosse giusto farci il rifugio perché ci sarebbe stata la slavina, e così infatti è successo. Il secondo, quello di cui si parla oggi, lo abbiamo fatto noi con l’ingegner Morelli, insieme al Parco. Ci abbiamo lavorato un anno intero per capire la zona migliore e più coperta per non far distruggere il rifugio dalle valanghe. E così è stato. La neve era già caduta e rimaneva fino a tardi e così lo protegge. Morelli disse: 'Se lo facciamo qua il rifugio è sempre coperto di neve e quindi sarà comunque coperto, anche perché lo si usa solo d’estate'. 

 

Un altro elemento spesso frainteso riguarda la funzione dei rifugi. Nella Valle del Chiarino esistono strutture con ruoli diversi: il rifugio Fioretti, oggi destinato all’accoglienza escursionistica, e questo rifugio, quello del Castrato, che rimane un ricovero pastorale. Si tratta di una struttura semplice in pietra, che ospita per tre mesi l’anno i pastori e le loro greggi, in un contesto oggi ridotto a circa 2000 capi tra pecore e capre rispetto alle decine di migliaia del passato. Non è un rifugio turistico. E questo cambia completamente il modo in cui va letto anche il tema della "sicurezza". L’assenza di vittime, in questo caso, non è casuale ma legata alla funzione stagionale della struttura.

 

Ma la vicenda del rifugio del Chiarino non riguarda soltanto una valanga. Riguarda il modo in cui oggi costruiamo le narrazioni della montagna. La velocità dei social, la ricerca del sensazionale, la mancanza di verifica trasformano immagini parziali in verità definitive. E in questo processo si perde spesso ciò che più conta: la conoscenza delle storie minute di chi quei luoghi li abita e li cura ogni giorno. La conoscenza locale viene evocata come patrimonio culturale, ma raramente riconosciuta come sapere operativo quando si tratta di decisioni e interpretazioni. Eppure proprio questa storia mostra il contrario. Quello che rischia di scomparire dietro la polemica è il lavoro lungo e silenzioso che ha coinvolto Parco Nazionale, Dominio Collettivo e pastori nella gestione di questa Valle.

 

Perché la montagna è un sistema complesso, fatto di conoscenze stratificate. Ora il rifugio del Castrato è riemerso dalla neve. E mentre tornano visibili le pietre e il tetto, torna visibile anche una realtà più semplice di molte narrazioni: quella di un luogo che ha resistito perché era stato pensato per resistere.

 

Resta poi un’ultima riflessione, forse la principale: che questa storia abbia interessato il rifugio soprattutto nell’immaginario "che fosse un rifugio escursionistico", più che nella sua funzione reale pastorale. Poco si è detto del fatto che, a causa delle valanghe e della quantità di neve fino a inizio luglio, in questa valle non si sia potuti salire con le greggi. O del progressivo abbandono dei pascoli estensivi in aree come questa, dove la presenza continua dei pastori e della proprietà collettiva è ciò che tiene ancora vivo il territorio. Senza questa presenza, il rifugio sarebbe già un’altra cosa: forse un oggetto turistico, forse un rudere, ma non più un presidio. E in fondo è qui che si sposta davvero la domanda: non su cosa sia successo con la neve. Ma su chi vive e come la montagna quando la neve fonde.

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Racconti dagli Appennini in mutazione

Gli Appennini sono da sempre abitati, vissuti e lavorati. La loro geografia lo testimonia: piccoli paesi incastrati tra le alture, collegati da strade e sentieri che raccontano storie di mobilità. Luoghi che storicamente sono stati centrali nelle relazioni politiche, economiche e culturali del Mediterraneo in cui si estraevano risorse, producevano beni preziosi, sperimentavano innovazioni e mestieri. 

Partendo dall’Appennino centrale, contesto delle nostre ricerche e attività politiche e sociali, il blog racconta storie ed economie montane contemporanee, intendendo economia come cura e gestione del bene comune, inserita in trame ecologiche multi-specie. Raccontiamo pratiche collaborative di gestione e cura del rurale con radici secolari, così come di esperienze recenti e soggettività impreviste che immaginano nuovi modi di abitare e produrre in montagna. Raccontiamo queste storie con uno sguardo che cerchi di parlare al futuro e di stare - senza scioglierle - nelle contraddizioni del presente

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